Un tè con i Ronin

Intervistare i Ronin è sicuramente un’esperienza piacevole: innanzitutto, perché stiamo parlando di una band che con l’ultimo album ha reso felici tutti, pubblico e critica. Inoltre, le risposte del gruppo non sono mai accomodanti, proprio come le loro canzoni, territori difficili da esplorare ma pur sempre affascinanti. Nel presentarvi Fenice, un album di fotografie tutto da sfogliare, vi lasciamo immergere in questa rarefatta “era del fuoco”.

Ronin, ovvero, una sorpresa venuta direttamente dal panorama indie italiano: le sonorità che vi appartengono non vi legano certo alla tradizione indipendente del nostro paese. Nei vostri lavori si avverte una necessità di sperimentare forse più rintracciabile oltremanica che qui da noi. È così?

Se con “oltremanica” intendevi l’ Inghilterra, non credo che la sperimentazione abbia da quelle parti un luogo privilegiato rispetto ad altri. Cosa ti fa pensare che sia così? La musica indipendente è noiosa ovunque, perché è fatta da gruppi che emulano altri gruppi, invece di cercare una propria strada. In una minoranza di casi l’emulazione è solo un passaggio per poi giungere ad una propria personalità. Nella maggior parte dei casi invece è quello che è: un hobby.

Fenice, che rinasce dalle proprie ceneri. Come mai questo titolo? D’altronde, L’Ultimo Re già aveva goduto di un più che discreto successo di pubblico, difficile pensare ad una (ri)partenza sotto questo punto di vista.

È una cosa legata soprattutto a vicende interne al gruppo. Dopo l’abbandono dell’ (ex)batterista Enzo Rotondaro volevo sciogliere la banda, invece gli altri mi hanno convinto a ripensarci, e siamo ripartiti con una carica che mi ha ricordato il nostro primo disco, ed in generale l’energia di un gruppo all’esordio. L’Ultimo Re è un disco di cui siamo orgogliosi, ma non so quanto sia stato recepito. Anche in questo senso c’era un desiderio di ripartenza.

In questa vostra ultima fatica l’ispirazione “morriconiana” a cui fate riferimento è ancora più percettibile rispetto ai vostri lavori precedenti. Ultimamente stiamo assistendo – lontano dall’Italia, però – a diversi esperimenti di questo tipo, pensiamo agli Still Corners, ma ce ne sarebbero molti altri. Il vostro progetto non è altrettanto giovane, ha più di dieci anni. Secondo la vostra esperienza, quali sono le band che stanno camminando su territori musicali simili ai vostri, e li stanno esplorando bene?

Non conosco gli Still Corners, sono appena andato a sentirmeli su Bandcamp e non ho trovato alcunché di morriconiano, né di vicino ai Ronin, ma ammetto che non avevo mai ascoltato il gruppo e magari non ho ascoltato i pezzi giusti. Ripeto, non amo pensare che in Italia sia tutto nero e all’estero tutto splendente. In Italia abbiamo grandi gruppi strumentali riconosciuti anche all’estero come Guano Padano, Giardini di Mirò, Calibro 35, Larsen, Zu, e tanti altri.

È interessante notare come ciascuno di voi lavori anche ad altri progetti, e come magari siano state proprio queste altre collaborazioni ad attirarvi gli uni agli altri, fino a stabilire la formazione attuale. In particolare cosa ha portato Paolo Mongardi (già ZEUS!, Jennifer Gentle, Il Genio) ad unirsi a voi?

Con la mia etichetta (la defunta Bar La Muerte) ho prodotto il primo album degli Zeus!. Questo mi ha permesso di conoscere Paolo. Essendomi trasferito non lontano da dove vive lui, è stata la prima persona a cui ho pensato per sostituire Enzo. Per fortuna ha accettato. Certamente il far parte di altri gruppi, l’avere progetti anche in campo sperimentale o estremo, sono requisiti fondamentali per essere un Ronin. E’ una cosa che ci unisce e permette a ciascuno di capire meglio il linguaggio degli altri.

Parlare di ispirazione quando si fa riferimento a musica strumentale è senz’altro difficile. Il vostro caso però pare anomalo: i brani contengono un sottotesto puramente teso al titolo del pezzo. Chiarificatore l’esempio di Spade: i rintocchi delle lame vengono quasi “onomatopeizzati”, se così si può dire. Frutto di un progetto voluto? Quale tipo di impegno richiede una composizione così precisa?

Dare il titolo a pezzi strumentali è difficile. Se sei troppo esplicito, rischi di rovinare all’ascoltatore la sorpresa, il “viaggio personale” che ha il diritto di farsi lasciando volare la fantasia. Bisogna quindi in qualche modo “dire e non dire”. Oppure si può lanciare un messaggio preciso, come abbiamo fatto ne L’Ultimo Re, con titoli che richiamavano all’anti-autoritarismo ed all’anarchia.

Dei vostri brani è bella anche la materialità: gruppo d’atmosfera sì, ma sempre fortemente attaccato agli oggetti (Selce), o ai panorami (Benevento). Se doveste legare il vostro suono, fortemente rarefatto, a qualcosa di concreto, cosa sarebbe? Quale immagine vi viene in mente?

Per i primi 3 dischi abbiamo legato il nostro suono all’acqua, con Fenice siamo entrati nell’Era del Fuoco.

Da poco è partito il vostro nuovo tour, che vi porterà in giro per l’Italia, ma non solo. Tra le date potete annoverare serate a Vienna, Praga, Berlino, Bruxelles. Forse a livello internazionale qualcosa si sta muovendo e il prodotto confezionato non basta più? Anche all’estero c’è un ritorno all’artigianalità, magari rivalutata in questi tempi di crisi?

Abbiamo sempre suonato anche all’estero. Può darsi che qualcosa si stia muovendo nella direzione che dici, sarebbe bello! Sapremo dirtelo al nostro ritorno, ma non mi farei troppe illusioni: il prodotto confezionato vince ancora.

Vogliamo lasciarvi con una domanda incentrata proprio sul concetto di artigianalità in ambito musicale: vi sentite un po’ dei sarti quando lavorate ai vostri brani? In effetti, date suono a delle idee, armonizzate gli strumenti.

Forse non esattamente dei sarti, questo lo lascio ad ?Alos col suo album Ricamatrici. Nemmeno dei fabbri, quella è una sensazione che ho come batterista degli OvO, ma non come chitarrista dei Ronin. Non saprei, lego davvero molto il comporre coi Ronin alle immagini, forse siamo dei fotografi. O suona troppo pretenzioso?