Tra reportage e arte: Pavel Tereshkovets

Bielorussia, Minsk (l’ultima delle dittature vigenti in Europa), città che da i natali a Pavel Tereshkovets, reportagista e fotografo artistico.
Dopo aver girato tutta l’europa (prima dei 20 anni) e, non contento, Israele, Giordania, Sud Africa e Stati Uniti cerca di catturare l’ingenua realtà con vecchie macchine sovietiche.
Laureato presso l’università linguistica di Minsk, nel 2011 è arrivato secondo al contest di National Geographic Vale’s Eye On Sustainability, una bella soddisfazione per Pavel che è stato spinto a lavorare con la fotografia sempre più.

I concetti permeanti delle fotografie di Pavel sono soprattutto solitudine, isolamento e vuoto; cerca di scoprire la natura dell’essere umano nel profondo dei sentimenti, delle paure e degli istinti. Da una parte si appella alla realtà come un’osservatore che guarda il mondo attraverso il mirino della macchina fotografica, dall’altra lascia trasparire la sua percezione, creando non solo belle immagini ma anche una serie di significati che costringono lo spettatore ad estrapolare propri pensieri e idee.

Ironico, divertente e spiritoso dice di non essere un grande fan della tecnologia e ci da qualche consiglio su come trarre ispirazione.

Qual è stato il tuo primo approccio alla fotografia?
Beh, tutto ciò accade nella mia infanzia.Non credo che oggi stupirò qualcuno dicendo questo, la maggior parte delle volte che leggo articoli riguardanti fotografi la storia è più o meno la stessa.
Nel mio caso fu grazie a mio padre dal quale ho ereditato una particolare sensibilità estetica. Era un alpinista, viaggiava molto e ogni volta che tornava a casa portava un mazzo di nuove fotografie; le adoravo, veramente, così col tempo iniziai a scattarne di mie. Nella mia famiglia c’erano solo macchine sovietiche ma non mi importava il mezzo con cui avrei scattato, mi importava solo il risultato.

Sono stato profondamente a contatto con la fotografia e questo è il risultato: non posso fermarmi, devo continuare a scattare.

Qual è il mondo che osservi attraverso la fotocamera?

Penso che ad essere immortalato non sia solamente il mondo esterno ma ciò che viene rifratto nell’obiettivo, sopra ogni cosa, sia la propria esperienza di vita. Il risultato che otteniamo con le nostre foto è la pietra di paragone di ciò che viviamo e ciò che abbiamo vissuto. Guardando le foto di qualcuno ciò che alla prima occhiata ci sovviene non è la fotografia in senso lato, ma l’autore stesso.

Fotografia analogica o digitale?

Entrambe. Sono totalmente differenti e ognuna di esse è un mondo fotografico, offrono diversi vantaggi, quindi perché limitarsi all’uso di una sola categoria?

Dove trovi ispirazione?

Sono costantemente ispirato da qualcosa o qualcuno, può essere qualsiasi cosa, un film, un libro, un paese, musica. Trarre ispirazione è la base di ogni progetto creativo; nel caso contrario saresti bloccato in un solo luogo e smetteresti di andare avanti, di raggiungere sempre di più.

Naturalmente ci sono momenti in cui ci si sente vuoti e ci si sente “persi”.

Solo un consiglio: smettete di indossare i vostri costumi, immedesimatevi in ciò che state creando e l’ispirazione vi troverà.

Che tipo di attrezzatura usi?

Continuo a scattare con qualche vecchia macchina sovietica come Zenit e Smena Lomo e una Canon 50D. Sinceramente non cerco di cavalcare l’onda tecnologica.

Un fotografo che ammiri?

Se dovessi ricordare un mentore della fotografia credo che menzionerei Helmuth Newton, mi piacciono le fotografie narrative.

Un posto, un libro, una canzone.

Grand Canyon, Sulla strada di Kerouac e The End dei The Doors.

Il suo sito personale www.tereshkovets.com