Valentina Russello, sognatrice con due anime

Valentina Russello è un’illustratrice agrigentina, che ha lasciato un sole cocente alla volta di Milano per studiare Design al Politecnico.
L’abbiamo incontrata qualche tempo fa immersa nel Natale da naviglio: luci, chiasso e troppe mani da stringere. Ne è uscita un’intervista itinerante, tra colori, forme e chiasso creativo.

Prima di tutto: chi é Valentina Russello?
Valentina Russello è una sognatrice con due anime: quella da graphic Designer e quella da illustratrice.
Adoro cucinare e spesso dimentico che ore si son fatte quando cucio a mano le mie bambole.
Il mio percorso è simile a quello di tante persone che nascono in un posto e si trasferiscono in un altro.
Nasco ad Agrigento mi dirigo verso Milano vivo a Milano,
una città piena di bianchi e neri capace di assorbirti e di respingerti di amarti e perderti.
Passione e creatività, due requisiti assoluti, il terzo?
Dedizione. Non bisognerebbe mai smettere di disegnare.
Un disegno al giorno, una linea nuova, una nuova figura. Per questo ciascuno dei miei disegni mi ricorda un passaggio personale, nello stile o nella tecnica che uso, nei soggetti, o nei colori.
Ogni disegno sancisce un momento nuovo di me e ne parla.
Lo scorso Natale ero a casa in Sicilia; seduta sul letto con mia sorella sfogliavamo i disegni che facevo a 10, 12, 15 anni, sino ai 18, quando poi mi sono trasferita a Milano.
Ero felice che ciascun disegno riportasse la data perchè guardandoli e collocati nel tempo, ho capito quanto parlassero di me, dei miei sforzi nel rendere armoniche le figure, nel disegnare bene mani e piedi, nel dare espressione a volti immobili.
Per questo credo che ogni disegno sia un passo avanti e una presa di coscienza.

L’ispirazione per i tuoi lavori da dove arriva?
La mia testa è un condominio affollato di immagini. Sono sempre con me: mentre cammino, parlo, dormo.
E naturalmente mentre lavoro.
Queste immagini diventano la mia principale fonte d’ispirazione quando disegno:
uomini e donne, i loro vestiti, i loro oggetti, i gesti e gli stati d’animo che li descrivono.
Tutti i miei lavori nascono dall’osservazione; tutte le volte che qualcosa mi colpisce ci ripenso per giorni e alla fine nasce un’illustrazione.
Il più delle volte nasce in bianco e nero perchè i contrasti sono più netti e i significati espressivi vengono fuori più nitidi.
Lavoro spesso a penna o con inchiostro di china nera o con le coline; il colore rimane spesso solo una porzione del tutto, un segno che evidenzia una parte, un punto dove le linee nere convergono e prendono respiro.
Si crea così la tensione, la curiosità, la straniazione che può avere solo una fiaba, per adulti.
Un illustratore che ammiri?
Ferenc Pinter, illustratore di origini metà ungheresi e metà italiane.
Collaborò per 32 anni con la Mondadori creando alcune delle copertine più suggestive e ricche che mi sia mai capitato di vedere.
Di lui forse si ricordano le illustrazioni che realizzò per le copertine de “il Commissario Maigret” e dei gialli di Agatha Christie.
Di Pinter ammiro la sua capacità percettiva: ogni cosa, attraverso le sue mani e la tempera che usava spesso, diventava figura e colore, netto contrasto, metafora fortissima e gioco di rimandi.

Invece, un personaggio che avresti voluto disegnare tu?
Non un personaggio solo ma tutte le donne di Sergio Toppi. Giuditta e le altre donne cattive, un libro di disegni a china, in bianco e nero, donne bellissime, eroine vincitrici intelligenti e piene di fascino adorne di vestiti fatti di mostri e guerrieri.
Vì, è la storia di una freelancer a Milano. Autobiografico?
Vì è la storia di una me di quattro anni fà, quando decisi di diventare freelance e lasciare il mondo caotico delle agenzie.
Vì è la storia di tutti quei freelance che tengono a bada e fanno incontrare sotto ad un tendone da circo: clienti, commercialisti, sogni nel cassetto e ambizioni, affetto per il lavoro e affetto per la loro salute mentale.
Vì parla di public relations e di social network. Di vestiti vintage e e scarpe, dei clienti divertenti e di quelli insopportabili.
Oggi la mia Vi torna con un blog e nuove storie.

Il mercato dell’illustrazione in Italia in che situazione si trova attualmente?
Mi piacerebbe dire che c’è spazio per tutti e che il mestiere dell’illustratore è pieno di facilitazioni. Non è così.
Lo scorso Maggio sono entrata a far parte del direttivo dell’Associazione Illustratori e ho iniziato ad accorgermi delle complicate problematiche dell’illustrazione italiana.
Per prima cosa, molti, anche quelli che lavorano nel comparto della comunicazione, non sanno cosa realmente un illustratore faccia. Per questo motivo, ancora adesso, dopo 10 anni, mi ritrovo a spiegare che mestiere faccio e che sì, ho studiato per farlo.
Seconda cosa, la committenza editoriale, e non solo, dà poco spazio ai giovani, costretti spesso a lavorare per pochi soldi e la gloria. L’illustratore è un mestiere, è indole innata, è capacità di leggere tra le righe. Credo che l’Italia dovrebbe dare più spazio alla creatività degli illustratori e restituire loro la dignità di professionisti che meritano.
Qualche progetto futuro in previsione?
Da un anno mi dedico a Matsu-o, un progetto a metà strada tra Arte e Design.
L’ispirazione nasce da un viaggio in Giappone nell’estate 2010, un Giappone fatto di oggetti stratificati, di città pulsanti e neon coloratissimi e sempre in funzione. Matsu-o parla di stupore, esorta a riacquisire la capacità di stupirsi anche per gli aspetti nascosti delle cose, di noi stessi, delle persone che ci circondano.
Per questo motivo, il progetto parte con la creazione di 9 bambole, 9 personaggi (la rana, il pesce martello, la suora, la formica, i pesci alati, il gatto, il muffin, la fragola) con 9 storie e 9 vite, caratterizzate da un indole originale.
Ogni bambola è una sorta di cappello al centro del quale è adagiata una testa-spilla: perché nel momento in cui recuperiamo il nostro vero io, è come se indossassimo un cappello che non serve più a nascondere ma a proclamare chi siamo davvero e cosa ci piace.
Torniamo a stupirci, assaporiamo le cose come facevamo un tempo, iniziamo un nuovo percorso, come quando si traccia la prima linea nera su un foglio bianco.
Un invito, iconico e metaforico, a indossare il nostro cappello e finalmente ritrovarci così com’eravamo.
Questo anno sarà tutto dedicato a Matsu-o, al suo mondo e ai suoi personaggi.
L’arte e il critico sono legati da un rapporto di sudditanza, almeno a quanto dice Achille Bonito Oliva, per l’illustrazione invece? Il pubblico sostituisce il critico?
Il pubblico è il critico e il critico sono prima di tutto io. Tutte le volte che inizio un’illustrazione mi dico: disegna come se creassi qualcosa anche per te, qualcosa da amare, da coccolare e da continuare a guardare.
L’illustrazione è una forma d’arte solo in un secondo momento, lo diventa dopo esser stata utilizzata, letta, guardata, mangiata.
L’illustrazione ci serve, per capire un testo, per spostarci in mondi altri, quelli fantastici e irreali. In qualche modo l’illustratore accompagna il pubblico verso una scelta, suggerisce una visione.
L’illustrazione senza pubblico non ha voce ne memoria.

Tre canzoni e tre libri di illustrazione.
Street Spirit (Fade Out) dei Radiohead, per la poesia del video e dei salti nel vuoto a rallenty.
Big Exit di PJ Harvey, per la carica mi dava quando avevo 22 anni.
Alone in Kyoto di Nicolas Godin e Jean-Benoît Dunckel, perchè, quando piove, ci vuole una colonna sonora.
Nel Bar di Munoz, per i visi, la forza e il bianco e nero.
Le più belle fiabe delle Mille e una notte di Ol’ga Dugina, per l’eleganza di ogni singolo segno.
Una raccolta delle più belle illustrazioni giapponesi per bambini, uscite su una rivista dal nome sconosciuto.
La comprai durante il mio viaggio in Giappone ma ancora adesso non sono riuscita a capirne il nome.
Ne pubblico una foto, magari qualcuno mi aiuta a scoprirlo.
La motivazione? la curiosità e il buon umore che ogni disegno suscita in me ogni volta che la apro.
Hai un sogno nel cassetto?
Ne ho tanti ma i termini e i soggetti sono ricorrenti: cibo, Sicilia, arte, scrittura.
Forse un libro illustrato sulla cucina siciliana?
O magari, più semplicemente, riuscire a non perdere le mie radici creando legami tra quello che so fare e quello che sono.