Thee Spivs: London Calling

Solo a guardarli, questi tre ragazzi di Hackney (East London) profumano, o puzzano, o comunque lasciano dietro di loro un alone di vissuto, di quel punk dei tardi settanta che ha dato alle fiamme le strade della capitale britannica e che si è andato ad affievolire lentamente, lasciando dietro di sé strascichi di amarezza e di orgoglio.

Orgoglio, appunto. I Thee Spivs, portano avanti con orgoglio la “parabola” punk, quella lasciataci in eredità dall’ultimo dei padri di questo stile di vita: Joe Strummer.

Nati nel 2007 per volontà di Ben Edge, cantante e chitarrista, e del batterista Steven Coley, i Thee Spivs, inizialmente un duo, cominciano a suonare in ogni “shit hole in London” fino a stufarsi, presto, dei soliti malconci e vuoti pub e decidere così di aprire un club per conto loro. Ben presto si unisce a loro il bassista Dan Bay che andrà a completare la formazione. Nel 2009, gli ormai tre vengono adocchiati dal produttore Liam Watson (premiato ai Grammy Awards per la produzione di Elephant dei White Stripes) che gli concede l’opportunità di registrare il loro primo singolo, It’s True, e quindi di firmare il primo contratto con la londinese Damaged Goods Records.

Con l’etichetta britannica, i Thee Spivs nel 2010 danno alle stampe il loro album di debutto, Taped Up, un vero e proprio ordigno ad orologeria. 27 minuti di punk duro e puro, e poi boom! Un’esplosione di rabbia, schegge di fierezza punk 77 che ti rimanda agli antenati Rotten, Ramones, ed al già citato Strummer, e che ci ricorda come il punk sia più vivo che mai.

Ma non è finita qui. Alla fine del 2011 esce il loro secondo lavoro, Black And White Memories. Altri 14 pezzi che si esauriscono in soli trenta minuti, ma qui i ritmi si abbassano leggermente per lasciare spazio a chitarre acustiche, organi e ballate sempre e rigorosamente dal retrogusto punk-rock. E se We See Red riprende dal frastuono con cui i tre ci avevano lasciato col precedente lavoro, T.V. Screen mostra i primi segni di cambiamento, con una chitarra acustica che fa da background al suono più robusto di quella elettrica. C’è spazio anche per velature leggermente rockabilly ( in Flicking V’s e Bad Hunter), e strizzatine d’occhio ad un punk dai richiami pop (si ascoltino People Come And People Go e Your Time). Il meglio, tuttavia, i tre lo danno con pezzi tutta grinta e nervi, capaci di farti drizzare dritto in piedi chiunque, come nella title-track Black And White Memories, 15 Minutes e Victims of Choice. Nel finale, trova spazio la ballata acustica Cowboys and Indians in cui Ben & Co. sembrano rifarsi al “compagno” Billy Bragg.

A far da cornice a questo secondo disco le storie avvenute durante la tournée pre-studio, in cui tre dicono di aver avuto un sacco di esperienze bizzarre: “ci siamo ritrovati nel mezzo di una marcia di protesta a Berlino, siamo stati assaliti dalla polizia e visto cadere un frigorifero da un palazzo in fiamme. Durante la tournée abbiamo anche suonato in un posto che durante la seconda guerra mondiate era un ospedale“. E veniteci a dire che il punk ‘n’ roll è morto!