Il mondo visto da Irina Popova

Irina Popova ha le sue radici in Russia: nata a Tver, una piccola città con mezzo milione di abitanti, come la definisce lei, inizia a prendere sul serio la fotografia dal 2006, collezionando da allora ad adesso un lunghissimo elenco di riconoscimenti e premi.
Vive a Amsterdam, ma continua a considerare Mosca come la sua seconda casa; ed è proprio in questo rapporto di vicinanza/lontananza che nascono i suoi migliori lavoro: le sue fotografie raccontano dei suoi luoghi, come un documentario personalissimo, della Russia vista da chi la conosce e da chi la riscopre dopo un distacco.
Ha viaggiato come photoreporter in tutto il mondo, documentando, mostrando da una prospettiva sincera e libera i suoi luoghi e le sue storie – oggi parla a noi di Enquire di sé e della sua fotografia.

Cuba, Siberia, Mosca: il tuo lavoro di fotoreporter ti porta a girare per il mondo, vicino e lontano da casa. Cosa è più facile ritrarre: le cose a te prossime per cultura o quelle che si trovano a miglia di distanza, non solo da casa, ma anche da te?

È una domanda difficile, devo pensarci bene. Credo sia più facile fotografare quello che comprendi – ma a volte non sei motivata abbastanza a fotografare quello che ti circonda, la tua città, i tuoi luoghi e spesso è solo un problema di pigrizia: sei là e ci sarai anche domani, dopodomani, il prossimo anno. Invece quando viaggi hai una sola occasione. La curiosità ti guida.

Fotografare non è solo mostrare un risultato agli altri, è un processo di ricerca, crescita, qualcosa che cresce in te e che ti porta a conoscere nuovi aspetti della realtà e queste realtà tanto sono maggiormente diverse tanto sono più emozionanti. È quello che fanno tutti i fotografi e alle volte mi sembra solo una colonizzazione fotografica, anche se spesso non è solo lavorare con gli stereotipi o crearne di nuovi.

Mi sono innamorata di Cuba e sogno di viaggiare in tutto il mondo. Ma sono sogni e poco più e ovviamente sono molto più vicina alla realtà dell’ex Unione Sovietica, per cultura, lingua – insomma, posso comprenderla meglio e sotto tutti i punti di vista.

Questa domanda è collegata alla precedente: vivere lontano da casa ti aiuta nella comprensione della tua terra?

Assolutamente sì. Capisco perché tutti i migliori libri di foto e i progetti sulla Russia siano fatti da fotografi stranieri: quando vieni da fuori vedi tutte le differenze e le particolarità di un luogo e ti puoi concentrare sull’immagine che proviene da un luogo, invece di adoperare un approccio locale che sì ti consente di ritrarre per esempio la scomparsa di un quartiere, ma non di capire quale sia il suo significato nell’economia generale di un paese o capire la differenza tra banalità e particolarità. Io tento di comprendere la Russia in toto, ma credo comunque di essere più brava a raccontare le storie delle persone, dovunque esse siano.

Come hai iniziato la tua carriera di fotografa?

Ho iniziato a fotografare perché mi sembrava che chi possedeva una macchina fotografica fosse così cool e diverso da me, sembrava avessero qualcosa da condividere con gli altri.

Mi sono interessata alla fotografia grazie a alcune esposizioni viste nella Casa della Gioventù di Tver. Mi sono unita al loro gruppo di fotografia, dove insegnava Yuriy Fedorov, ma anche se amavo sempre più la fotografia, rimanevo una cattiva fotografa. Dopo i Delphic Games ho capito che ero brava a raccontare storie di persone, che quello era importante per me – là devi crearne una in meno di 24 ore. Ho imparato a usare meglio la macchina grazie a Sergei Maximishin – è stato più che altro un’ispirazione, che tutt’ora dura. La Rodchenko Moscow School of Photography invece mi ha confuso molto, avevo come la sensazione che neanche i professori sapessero cosa volevano da noi e non avevo quasi tempo per impegnarmi nei miei progetti. Comunque la mia professoressa Irina Megliskaya è stata ed è un mio grande sostegno, anche dopo il diploma.

Con cosa scatti?

Canon 5D. Adesso ho anche una Mark II per i video – non tutte le storie si possono raccontare solo con le immagini.

Non sono una maniaca degli strumenti del mestiere – basta che si possa portare in borsa e non mi faccia perdere troppo tempo – sì, sono una fotografa dell’era digitale: moltissimi sono i vantaggi, anche se, lo ammetto, a volte mi manca la grana della pellicola, il segreto mistero della camera oscura.

Le tue opere sono esposte al Photoquai 2011 di Parigi – parlaci di quest’esperienza.

All’inizio non avevo messo a fuoco cosa significasse esporre a Parigi, non mi sembrava niente di così eccitante, ma quando mi sono sentita dire «vado a vedere le tue fotografie, a Parigi», questo sì che mi ha fatto battere il cuore all’impazzata! Le mie foto sotto la Tour Eiffel: mi sembra di aver conquistato Parigi!

È un’esperienza fantastica, un incoraggiamento importante – soprattutto per il tipo di artisti che sono stati scelti.

A Parigi hai portato Anfisa’s family – una storia controversa che ti ha provocato non pochi problemi.

In realtà sono un po’ stanca di parlarne, ma so che significa che ho centrato il bersaglio.

Ho conosciuto Lilya nell’estate del 2008 e praticamente subito mi ha invitato a casa sua, a conoscere il suo ragazzo, con cui sta da cinque anni: sono dei freak e con problemi di dipendenza dalla droga. Hanno una figlia di due anni, Anfisa e vivono in una stanza in un appartamento popolare a San Pietroburgo, dove la radio suona continuamente musica punk a volume altissimo e vanno e vengono persone di tutti i tipi, per un drink o qualcos’altro – spesso questi parti vanno avanti per giorni interi. Poi tutto si calma, si lava la casa, si va dai genitori di Pasha per chiedere un po’ di soldi per Anfisa, ma spesso finiscono in altro e la sera stessa si inizia una nuova festa. Nonostante questo, Anfisa riceve tutto quello di cui ha bisogno per vivere e una stanza per sé a prova di bambino – lei si comporta bene, non piange molto, si è come abituata a questa situazione. Certo a volte la situazione va un po’ fuori controllo e Anfisa può correre alcuni rischi, come quando si è arrampicata fino alla finestra.

Alla mostra di San Pietroburgo tutta la famiglia è venuta a vedere le foto – si sono fatti una bella risata e nessuno sembrava accusarli…almeno fino a quando non ho pubblicato le foto su internet e centinaia di blogger hanno biasimato il comportamento di Lilya e Pasha e anche il mio. Hanno mandato una lettera alla polizia, sono partite le indagini, ma io mi sono rifiutata di aiutare le forze dell’ordine a mettere Anfisa in un orfanotrofio. Purtroppo nessuno ha dato una mano a me o a loro.

Ho lasciato la Russia per un po’, e quando sono tornata ho scoperto che Lilya se ne è andata senza lasciar traccia – Pasha si sta occupando da solo di Anfisa – la porta all’asilo, gioca con lei e lei sembra stare bene.

Quali sono i tuoi progetti?

Sto tornando adesso da due settimane in Uzbekistan in cui ho realizzato alcune serie, di cui una sui miei sogni – un attore che impersona Hitler fino a dimenticarsi quale sia la realtà. Sto anche preparando il mio libro Another Family, che uscirà il prossimo anno.

Poi andrò nel Caucaso, per un documentario, un luogo che mi attrae per la sua bellezza, l’orgoglio, i suoi conflitti.

Quali sono le tue influenze artistiche?

Ho studiato filologia, quindi direi che i libri per me sono la prima fonte di ispirazione: là puoi immaginarti altrove, immaginarti la storia, è libertà.

Mi piace leggere libri che abbiano a che fare con i luoghi in cui andrò.

Alcuni dei miei autori preferiti sono Cortazar, Joyce, Hemingway, Salinger e Márquez.

Ringraziamo Irina e vi consigliamo di dare un’occhiata al suo sito www.irinapopova.photoshelter.com