Amanda Lew Kee. The Robot-Woman

Marina and The Diamonds solo un anno fa cantava “I’m not a robot”, specificando la sua umanità e il suo non essere un costrutto tecnologico senza sentimenti. Nel 2011, la fashion designer Amanda Lew Kee, giovane promettente canadese, ci tiene invece a specificare che l’essere robotici non è poi così male.

Freschissima di diploma alla Ryerson University, Amanda Lew Kee si getta corpo e anima, nella creazione di collezioni che hanno già una buona dose di maturità stilistica. Tanto per dare un’idea della partenza luminosa del lavoro della designer, il Fashion Design Council canadese ha deciso di appoggiare la sua prima collezione a seguito della laurea e di presentarla alla Settimana della Moda di Toronto. Anche autorevoli magazine come Nylon, Flare Magazine, Teen Vogue e i-D hanno appoggiato il talento di Amanda scegliendo i suoi capi per i loro editorials.

Niente male per una stilista di appena ventitre anni che si appresta a lanciarsi nel difficile mercato degli emergenti. In effetti, il valore del suo lavoro è piuttosto fuori dalla norma. Per la collezione AI 2011/2012, ha messo insieme un immaginario robotico, futuristico, vagamente post-apocalittico, che resta coerente con sé stesso e si presenta sotto le sembianze più varie, ma sempre fedeli alla linea scelta. Neanche a dirlo, di colori quasi non se ne vedono, mentre grigio, petrolio e nero vincono su tutto.

Quelli disegnati da Amanda Lew Kee sembrano abiti di scena di un film di fantascienza, dove l’eroina o antieroina protagonista, cammina severa e sensuale per le strade coperte di macerie di una metropoli del futuro. Un pò alla Pris di “Blade Runner” (1982, Ridley Scott), un pò alla Trinity di “Matrix” (1999, Andy e Larry Wachowski).

I tessuti sono ciò che di più metropolitano e contemporaneo ci possa essere. Sintetici, plastificati, vagamente naturali solo quando virano verso lana e affini. I tagli sono austeri e rigidi, le linee dritte e talvolta monacali. L’unico vezzo arriva con le trasparenze e qualche inaspettato colpo “romantico”, fatto di piccoli sbuffi e decorazioni di tessuto, accompagnati da improvvise accensioni di colori, che però restano nel rango dell’industriale e si slegano con colpi ferrei da tutto ciò che è naturale e vivente. Qualche fiore spunta su abiti con zip, come inflorescenze che rompono il grigio cemento urbano.

Indossare un capo di Amanda Lew Kee è una dichiarazione d’intenti, oltre che stilistica. Si indossa un’idea, un intero immaginario, un gusto, un’inclinazione verso una severità ed integrità che si lascia andare a femminilità ben ponderate e studiate. Dentro a creazioni di questo genere, le uniche a non stonare sarebbero quelle fanciulle toste che sanno essere donne, ma con la forza e la tenacia di intelligenti robot.