A Portrait of: Diane Pernet

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L’eleganza discreta di una geisha, labbra di lacca, acconciatura a torre, pelle di porcellana. Questa è Diane Pernet. È la nera figura che popola i più interessanti front row degli ultimi anni. È fotografa, fashion designer, diva, giornalista, über blogger. Praticamente, genio assoluto.
Nasce a Washington e, dopo essersi laureata alla film school, si trasferisce a New York dove inizia a lavorare come fotografa di reportage. Un giorno il fidanzato dell’epoca la guarda e le dice “Perché non fai qualcosa di ovvio, come il design?”. Lei lo ascolta e si iscrive prima alla Parsons School e poi alla FIT per studiare fashion design ma dopo nove mesi abbandona gli studi per aprire la sua linea di moda. I capi che disegna sono minimal ed austeri, in netto contrasto con il decadentismo della Factory di Warhol e con il luccicante periodo disco. È il 1990, New York non è più splendente, il crimine è in ascesa, le morti per Aids si moltiplicano e l’ispirazione di Diane è svanita.

È tempo di iniziare una nuova vita nella ville lumiere, “A New York le persone possono essere loro stesse e ne nessuno se ne cura, ma Parigi ti giudica costantemente”. Qui è costumista per Amos Gitai, assistente produttrice del programma della CBC Fashion Files e editor per Joyce mag.

Stanca della fashion pollution, del trito e ritrito mondo della moda e del già visto, nel 2005 fonda il blog A Shaded View on Fashion. ASWOF è una finestra sul mondo e sui talenti emergenti di moda, film, design e architettura. Il suo ricercato blogging e la sua internazionale visione dello stile hanno fatto cadere il velo che separava l’elite della moda dalla massa, attuando una rivoluzione stile Bauhaus: riportare in vita l’arte popolare per il popolo. Del suo blog Diane dice, “voglio solo scrivere di quello che mi interessa ogni volta che ne ho voglia ”, ma ben presto diventa il suo biglietto per entrare dalla porta principale nell’olimpo del fashion journalism.

Fin da giovane è affascinata dal cinema, tant’è che nel 2008 ha dato vita al festival A Shaded View on Fashion Film. Ama i film di Visconti, Pasolini, Fellini, Buñuel, Cassavetes, ma tre sono le figure femminili da cui trae ispirazione: Anna Magnani in “La rosa tatuata”, Simone Signoret in “Les Diabolique” e Dorothy Mcgowan in “Who are you Polly Maggoo?”. Così come ad esercitare fascino su di lei sono le giovani vedove, almeno fino a quando l’immagine romantica che ne ha si dissolve alla morte del primo marito Norman in un incidente d’auto. Diane ha 31 anni. Il giorno in cui si sposano entrambi indossano dei jeans, che lei accompagna con una camicia verde scuro ed un giubbotto di pelo; ma quando lui muore il suo cuore si ferma e la sua figura si cristallizza in una nuvola total black: da lì in poi vestirà sempre di nero.
“Volevo sparire nei miei abiti ” – dice – “così il colore nero è diventato la mia unica palette. Indossare un’uniforme ti consente di non entrare in competizione con ciò che crei, diventa una firma”. Questa sua firma si compone di diversi pezzi. Prima fra tutti c’è l’immancabile mantilla, il velo di tradizione ispanica, che le copre il capo. La prima volta che lo indossa è per seguire l’usanza di entrare in chiesa col capo coperto, ora è il suo amico Filep Motwary a disegnarlo per lei. Sotto tutto quel chiffon troneggia una pettinatura Pompadour frutto di un’evoluzione iniziata negli anni ’80.

Fedele alla massima “Dress to please yourself”, non usa pantaloni, ma solo abiti e gonne maxi, preferibilmente di Boudicca o Isabel Toledo. A terminare un quadro, che sembra una trasposizione moderna di la “Duchess of Alba” dipinto da Goya o del più contemporaneo “The meta bride” di Izhar Patkin, ci sono la montatura felina di Alain Mikili e, tocco di classe estrema, il profumo Comme Des Garçons Incense series ed un parasole dal sapore orientale in caso di giornata assolata.

Quella di Diane è una sorta di nuova e personale sobrietà dal sapore pittorico. È una figura sovrapponibile a certe immagini femminili del cinema neorealista italiano, alle foto in bianco nere delle vedove siciliane, una Maria Antonietta gotica, una Madonna oscura come quella ritratta da Miguel Villalobos e Graham Tabor. Nella sua casa ci sono due armadi, entrambi pieni di vestiti neri, eccezion fatta per un accappatoio blu ed un kimono rosso. Nel suo frigorifero manca la carne, ma mai l’acqua Volvic.

“Integrità, generosità, onestà” è il suo mantra.“Heroes” è la canzone che sceglierebbe per descrivere la sua vita e Madame Grès è la persona che avrebbe voluto conoscere. Blackberry addicted, Diane è sempre in viaggio, una nomade alla ricerca del prossimo talento da scoprire. Molti sono quelli ai quali ha dato voce e che lei, con la sua visione di stile, ha ispirato. Il lungo velo che incornicia il volto della blogger avvolge la new gothic art di Terence Kohn, maestro nel mixare nuove tecnologie e i media più tradizionali, famoso per le sue opere estreme. Mrs Pernet lascia tracce nell’interior design dell’olandese Pepe Heykoop, con la sua ricerca sui materiali alternativi, così come le lascia nel “Cubo scuro” dell’architetto Soichiro Kanbayashi e nei giochi di ombre e luci di Olafur Eliasson o nelle installazioni “a ragnatela” di Chiharu Shiota.

Diane possiede una bellezza cinematografica. È spiccata la sua somiglianza con Anjelica Huston ed è fin troppo facile sovrapporre le due donne alla Morticia Addams interpretata dall’attrice e certo, la giornalista sarebbe perfetta in un film di Almodovar, magari a fianco della sua amica Rossy De Palma e della cantante Martirio. Come un’animazione dei Quay Brothers, immersa in atmosfere surreali, a metà strada tra la fiaba e l’incubo, ha un fascino un pò inquietante ed ermetico.

“Lo stile è qualcosa con cui nasci – è solita dire – la moda è qualcosa che compri”, il suo minimal baroque è legato agli stilisti giapponesi da un reciproco amore. Con loro, in particolare con lo sperimentale Takashi Nishiyama, e con il creatore scultoreo Issey Miyake condivide la predilezione per il design di sottile ricchezza, la sobria qualità e l’amore per il total black. Hanno fatto del colore nero il loro trademark anche Rick Owens, Gareth Pugh ed Ann Demeulemeester.

Tutti loro contribuiscono a creare una donna attuale, ricercata e dotata di una forza ancestrale, la stessa che anima Diane e che le permette di essere un’attenta talent scout, sacerdotessa di quel culto pagano che è diventato il fashion on line. Guerriere a difesa dello stile Pernet sono le donne inguainate negli abiti armatura di Peter Movrin, mentre Nicolas Ghesquière per la stagione estiva 2012 di Balenciaga ne crea la naturale evoluzione. Un cappuccio nero a uovo copre il capo e cela parte del viso, agli abiti neri si sostituiscono colori più vibranti, come l’argento e l’arancione e le forme diventano strutturate.

Madame Pernet è diventata a tal punto icona di stile da meritarsi una serie di illustrazioni caricaturali, opera di Hormazd Narielwalla, in cui la blogger viene trasformata in una sorta di Barbie dagli abiti intercambiabili e multicolor.

È una donna che ha saputo reinventarsi continuamente, pur restando fedele a sé stessa e ad un’immagine scolpita nel tempo, che ne è diventata la firma. Ha intuito il potere della rete e ha trovato il modo migliore per sfruttare questo mezzo, dando voce a chiunque avesse un talento che arricchisse il mondo dell’arte, diventando un punto di riferimento internazionale sia per i bloggers sia per chi della moda ha fatto il proprio mestiere o la propria passione. Diane Pernet è una donna veramente individualista, veramente pioneristica, veramente talentuosa, veramente identificabile, veramente iconica, sinceramente cool.