Un tè con gli Ultimo Attuale Corpo Sonoro

Lo scorso 25 Novembre è uscito il terzo lavoro della carriera degli Ultimo Attuale Corpo Sonoro. Io ricordo con rabbia è un monito, un’accusa, è l’autopsia di una morale cancellata e battuta, è il racconto dei vinti, di tutti i vinti, di noi. Muovendosi tra le sonorità dei migliori GY!BE, Massimo Volume e CCCP/CSI, il nuovo album è certamente da annoverare tra le migliori uscite di questo 2011 che si avvia a conclusione.

Gli UACS confermano pienamente la qualità dimostrata in Memorie e Violenze di Sant’Isabella e compiono un passo in avanti, confezionando un album compatto e di una forza straordinaria.

Raccomandandovi come non mai di ascoltare uno degli episodi più felici della scena musicale italiana attuale e perché no, anche a livello internazionale, vi lasciamo all’intervista che Gianmarco Mercati, voce degli Ultimo Attuale Corpo Sonoro, ci ha concesso per i lettori di Enquire.

“Ultimo attuale corpo sonoro” è un verso tratto da Mexico City Blues di Kerouac. Voi prendete le mosse da un certo tipo di letteratura ed è subito evidente quale sia l’importanza che corre nel rapporto tra le vostre parole e la musica. Chi sono gli UACS e come nascono?

U/A/C/S, 173° strofa dei M.C.B.. Non che la prosa di Kerouac mi faccia impazzire, così come un po’ tutta la letteratura del vissuto. A livello accademico alcune liriche della stagione Beat sono sottovalutate, ma a tutti gli effetti sorprendenti. Posseggono quella tensione all’eccesso artistico che ingoia il Barocco, lo smunge, e lo catapulta nell’esistenza quotidiana trascendendola in concetti assoluti. Le liriche di Kerouac sono urgenza da incastrare in un blues come fossero un mantra; disseminano incise da far trasalire, come fossero slogan, poi perdono il filo in un’ipotassi infinita che a briglie sciolte innesca vampate di periodi su periodi che lasciano davvero senza fiato. Il cerchio si chiude improvvisamente, torna a tenere banco la paratassi e le espressioni ripetute, in anafora, cicatrizzano quello che ormai ti ha ferito e che ti rimane sulla pelle in una cornice nebulosa che, da lettore, sei come costretto a decifrare ad ogni passo in maniera differente. U/A/C/S è questo, da oramai una decade, sia a livello musicale che attitudinale.

Ripercorriamo la vostra attività: il primo album, Nuova York: Strade e Sogni, esce nel 2004, il secondo, Memorie e violenze di Sant’Isabella, invece è del 2009. Con questo terzo lavoro, Io ricordo con rabbia, sono passati 7 anni dai vostri inizi. Cosa è cambiato nel frattempo e qual è l’esegesi di questo album?

Cosa è cambiato? Non sono cambiate le persone del collettivo, sono state le contingenze della quotidianità a cambiare. È una cosa di cui vado particolarmente fiero. Siamo cresciuti, siamo nel bel mezzo dello spartiacque del principio dell’età adulta vera e propria, siamo forse maturati, abbiamo imparato ad affrontare tematiche più profonde, scandagliandole, ma allo stesso tempo contemplando e coltivando più leggerezza “calviniana”. Io ricordo con rabbia ha avuto un periodo di gestazione non particolarmente lungo, se pensi che a febbraio di quest’anno i dodici brani erano già quasi pronti. Ci siamo sfogati, in urgenza, sia con le liriche che con la musica in senso stretto. Avevamo come bisogno di reagire. Di reagire al dolore con dell’altro dolore, la qual cosa è una delle varie modalità con cui si può affrontare la condizione umana nel post-modernismo.

Io ricordo con rabbia non è solo il titolo dell’album e della title-track, l’ultima. È piuttosto il filo rosso dell’album, la frase continuamente ripetuta nei pezzi. È qua che si concentra il senso del passato? Ossia, la necessità che sia ripetuto, percepito come ancora presente, che risvegli l’idea che ciò che è stato e ancora è, non deve più accadere?

No, nel disco non c’è luce. La resistenza che può trasparire da alcuni brani è solo una modalità per potersi guardare allo specchio senza rimettere. Crediamo fermamente in ciò che declamiamo, ma non pensiamo possa rappresentare una scintilla per mutare ciò che ci circonda. La speranza è una trappola, diceva Monicelli. E, aggiungo, è pure l’ultima a morire, come in molti sostengono. Quel che è stato accade ogni giorno con più ferocia e la musica non funge oramai nemmeno più come deterrente. Di questo sono pienamente convinto.

Nel precedente lavoro i protagonisti erano essenzialmente tre: Pasolini, Hikmet e Rimbaud. Qua lo sguardo si allarga, fino a contenere tutta la storia, i popoli, l’Italia di ieri che è ancora l’Italia di oggi. Una traslazione da un piano letterario ad uno più storico, dovuta a cosa?

In realtà Io ricordo con rabbia è un disco sentimentale ed estremamente personale. Ci sono molte canzoni di stampo civile, ne do atto, ma sono sempre racchiuse in una cornice intimista, quasi di immedesimazione. Come a voler sviscerare il tempo perduto di questo nostro mondo dei vinti. Pasolini, nella sua figura umana e non solamente intellettuale, Hikmet nelle sue liriche d’amore dopo aver perso la famiglia, Rimbaud nel suo esilio, Siani come precursore di un giornalismo che oramai non esiste più, la strage di Ustica i cui risvolti sono e saranno per sempre insabbiati, la P2 in continua evoluzione, l’io narrante che non riesce a tirare il fiato nonostante i suoi tentativi di urlare, l’amore perduto definitivamente: con modalità differenti le tematiche dei due dischi sono e rimangono molto simili a livello concettuale.

Nel brano di Miller da cui nasce Della tua bocca si legge: «Non ho mai aiutato nessuno aspettandomi che ciò gli facesse del bene; lo aiutavo perché non ero capace di fare altrimenti.» Allo stesso modo in Fortapasc, si continua a ripetere che Giancarlo Siani non era un eroe, era un giornalista. Alla banalità del male si oppone una necessità del bene, una impossibilità a fare altrimenti?

Una necessità intrinseca all’essere umano di fare del bene, sì. Ma senza lasciare spazio a fraintendimenti. Lottare è un’esigenza individuale, non tanto per sconfiggere la banalità del male (che a mio avviso non è mai banale) quanto per comprenderne le motivazioni; spesso e volentieri con spirito di rassegnazione.

Miller è una delle figure letterarie di questo album. Quali sono gli altri padri spirituali di Io ricordo con rabbia?

Infiniti: senza approfondirne le motivazioni (diventerei ancora più pedante di quanto non sia già) te ne faccio un elenco (che poi, con un po’ di fortuna magari riuscirai a rintracciare nelle prose liriche): Bocca, Gide nel suo L’immoralista, Daniele Sepe, Herzog, Ilja Stogoff, Kafka, Paolini, Izzo, Bertolucci, Breece D’J Pancake, Federigo Tozzi, Verga, l’ultimo capitolo dei Promessi Sposi, Bob Dylan, Hitler, Bergman, Nietzsche, Kerouac, Bianciardi, Piero Ciampi, De André, Garibaldi, Gadda, l’Ottocento russo, il pre-romanticismo inglese, Neil Young, Blake, Scott Walker.

Ci sarebbe ancora molto da dire, ma soffermiamoci su una vostra dichiarazione in Fortapasc, “L’etica libera la bellezza”. Il vostro manifesto e(ste)tico?

Penso sia un inciso molto efficace e soprattutto in cui credo fermamente, ma non ciecamente. Mi spiego. Il punto è un altro: qual è il passo successivo da compiere una volta liberata la bellezza attraverso l’agire etico? Penso che l’etica liberi la bellezza, ma, sopra ogni cosa, che la bellezza sia verità. E questo è un sillogismo che può non fare una piega. Ma se  aggiungessi che la bellezza è per sua stessa natura caduca ed effimera, cosa mi risponderesti? A titolo personale la libertà, come ideale in sé, non mi ha mai convinto in toto. Quando leggo o sento dire “io credo nella libertà”, qualcosa non mi torna. Penso che prima della libertà sia necessario intestardirsi a pensare che venga prima l’eguaglianza.

Avete in progetto un tour, dopo l’uscita dell’album?

Sicuramente. Abbiamo un booking e delle persone fidate e trasparenti che ci permetteranno, questo è l’auspicio, di girare per l’Italia.

Ultima domanda: se poteste scegliere un film da accompagnare con le vostre parole, quale potrebbe essere?

Qualora le condizioni di un concerto lo permettessero, e ciò spero che accada, mi darebbe molta soddisfazione proiettare durante i nostri pezzi il documentario di Werner Herzog, Apocalisse nel deserto, la pellicola più avvincente che abbia mai visto, in assoluto (e te lo dico da cinefilo). Tratta con un’intelligenza sorprendente dell’incendio dei pozzi petroliferi del Kuwait a cavallo della Guerra del Golfo.

Qui potete ascoltare (e acquistare) il loro ultimo album uscito per Manzanilla.