Kate Wax e l’innatismo musicale

Kate Wax è la Noam Chomsky dell’elettronica. Come il linguista americano, anche l’electro-folker, svizzera di nascita ma di origini tibetane (da parte di padre), lavora con i suoni, le parole ed i significati, in maniera naturale, quasi innata. A Kate Wax piace giocare con i linguaggi e come Chomsky, si diverte a trovare diverse combinazioni, assecondando il suo desiderio di una creatività sonora e linguistica totalmente libera. Già al lavoro con nomi importanti della scena elettronica americana, da Felix Da Housecat nell’album Devin Dazzle & the Neon Fever (in Romantique e Let Your Mind Be Your Bed), a DJ Assault (per alcuni remix), il suo è un electropop dark che, se non fosse per melodie accattivanti ed una forma canzone classica, potremmo invece definire come ambient-industrial dai richiami blues. Certo è che il “condimento” vocale di cui fa uso Kate Wax nasce piuttosto nell’ambiente musicale delle rockeuse: ci sono PJ Harvey, Björk, Kate Bush (anche nelle tonalità più inumane) e campionamenti vocali che ricordano le CocoRosie più gotiche, come accade in Human Twin, la traccia della quale Enquire vi offre il download gratuito. Non ci resta che affidarci alle sue parole per capire a fondo questo suo mondo variegato.

La tua biografia dice che Kate Wax è l’alterego di Aisha Devi Enz. Questo dualismo rispecchia non solo la tua persona ma anche il mondo musicale che Kate Wax abita. Come riesci a  conciliare più personalità quando ti esprimi attraverso la musica?

Più che un dualismo, ci sono più personalità che in maniera costante cercano di prendere il sopravvento. Il processo di creazione manda in corto questo “duello” trasformandolo in musica. E la musica è  il territorio dove tutti i miei “me” divergenti possono incontrarsi, combattersi e convergere. Ogni canzone è l’incarnazione di quella molteplicità, queste dodici tele che si fanno eco l’un l’altra, sono una sorta di riunificazione dei miei “me”. La musica è probabilmente il mio cemento e la mia coerenza in questa vita. Mentre creavo Dust Collision, ho scavato nel profondo e sputato tutto quello che avevo dentro. L’ho fatto tagliandomi fuori dal mondo e vivendo protetta nel mio bunker studio. I miei testi sono la mia storia, il mio diario, l’ingresso e la via d’uscita. Non potrei vivere senza scrivere, ho bisogno di farlo ogni giorno, è una disciplina che mi fornisce una certa stabilità. Comporre mi protegge dalla mia stessa isteria.

Dust Collision è un album eclettico. Le influenze, i generi e la duttilità vocale ne fanno soprattutto un album eterogeneo, seppur con i diversi ingredienti ben amalgamati. Tu come lo descriveresti?

Dust Collision è un animale ibrido, un lungo lavoro d’introspezione, una camminata nel mio campo di battaglia, dove le parole ed i suoni cambiano aspetto adeguandosi ai miei stati interiori, dalla pace alla guerra. Il mio primo strumento, e quello principale, è la voce. Come Soprano, ho imparato ad allenarla usando la tecnica del Bel Canto. Ma ad un certo punto, quando ho iniziato a creare la mia musica, ho voluto prendere una pausa dalle regole prestabilite. Trovare il mio personale linguaggio attraverso una decostruzione della conoscenza e di un processo istintivo sembrava essere il modo più ovvio per evolvere in totale libertà: ho avuto la possibilità di estendere la mia voce a diversi personaggi, a più emozioni, e di esprimere tutta una nuova gamma di forme e dell’universo con una sola voce. Nel mio processo creativo, io sono piuttosto una folker, comincio con i testi, poi compongo la musica. Ma invece di una chitarra, io ho macchine, sintetizzatori e una banca di suoni enorme che ho costruito nel tempo, rendendo così infinite le possibilità. La ricerca sonora è una parte enorme del lavoro, trovare il suono perfetto è tanto importante quanto trovare la parola giusta, non inizio mai a cantare prima che il suono e l’atmosfera siano in correlazione con il mio stato d’animo e il concetto della canzone. Il mezzo elettronico è il modo più indipendente per la produzione di musica. Certo, l’elettronica non è un genere, è piuttosto il mio mezzo eclettico per esprimere l’intero spettro della condizione umana.

Facendo attenzione ai testi delle tue canzoni, abbiamo notato – con piacere – un certo “poetismo”. Che genere di lettura preferisci? C’è un preciso richiamo letterario nella tua musica?

Ultimamente, sono presa dai libri di storia, i Gulag russi e roba del genere. Amo anche la poesia coldwave (un genere di musica post-punk, ndr) di Sylvia Path. È allo stesso tempo  frontale, scura e magniloquente nel suo essere gotica. Sono cresciuta anche con la letteratura francese, da Rimbaud a Sartre. L’ultima traccia del mio album è un omaggio a “Les Djinns” di Victor Hugo. È uno dei brani di letteratura più belli mai realizzati, la sua forma lo rende moderno e la sua rumorosità da i brividi. Questa poesia rivive ogni volta che la si legge. Amo le parole: la loro etimologia, la funzionalità, la consonanza e il flusso. Mi piace l’impatto del suono di una parola, il suo potere rituale, che come una formula di incantesimo può guarire e possedere l’ascoltatore attraverso l’infezione del suono, il significato ed il suo ritmo. Quando sono nel mio studio di registrazione a cantare, lascio sempre il microfono aperto per ore, e finisco per cantare tutta la notte in uno stato che potrebbe essere vicino alla trance sciamanica. Le parole e la loro consonanza sono molto importanti nei miei scritti, la parola di per sé ha già un ruolo nella drammaturgia della mia scrittura, ed i testi seguono sempre lo schema della strofa. Mi piace l’assemblaggio ordinato di idee. Per me, la poesia è un modo per organizzare il mio caos personale.

Una delle nostre tracce preferite (tra le tante) è Human Twin. Crediamo sia particolarmente rappresentativa della tua musica. Quali sono le tracce dell’album alle quali sei particolarmente legata?

Human Twin è un brano che ho scritto dopo che ho avuto una specie di visione. È una traccia ibrida, un incontro col mio creatore o alterego demoniaco, qualcuno che possiede le mie risposte. Il processo di creazione è stato istintivo, l’ho prodotta in un unico movimento semi-automatico. Una forza ossessiva mi ha tenuto sveglia per finirla in una notte. Anche il cantato è impulsivo, ho tenuto la prima registrazione, come un’istantanea di quello stato interiore esilarante. Questo confronto retorico è anche espresso attraverso il suono, il pianoforte blues così oldschool combatte contro i gelidi sintetizzatori elettronici. Questa traccia credo sia rappresentativa del mio universo perché contiene le tensioni, i punti interrogativi e le contraddizioni nei suoni multistrato e nelle tematiche. Le mie canzoni solitamente sono piuttosto egocentriche, prodotte in un quasi-delirio e spesso guidate dalla mia violenza interiore, ma ci sono anche alcuni momenti di forte lucidità, non una lucidità placata ma figlia della saggezza di un osservatore esterno dal mondo. Green Machine è la canzone più lontana dall’album e probabilmente la mia preferita. Si tratta di un postulato sulla nostra auto-realizzazione e capacità di auto-distruzione.

C’è qualche possibilità di vederti dal vivo in Italia?

Si, sarò in tour l’anno prossimo, con un bassista ed immagini disegnate dal vivo. Attraverseremo l’Italia a partire da febbraio o marzo, mentre la prossima estate saremo nei festival.

Ringraziamo Kate Wax e Border Community per la disponibilità. Vi ricordiamo che potete scaricare gratuitamente, e in esclusiva per Enquire, la seconda traccia dell’album, Human Twin, cliccando a destra della pagina. Per acquistare l’album, invece, clicca qui.