Italy: Love It, Or Leave It

Una volta eravamo un laboratorio che ispirava il mondo, ma oggi c’è poco di cui essere fieri. Certo, bella è bella.. ma chi se ne frega”. Luca non ha dubbi, l’Italia, il Bel Paese, è intrappolata in quell’appellativo dantesco che quasi ci distoglie dal decadimento attuale, permettendoci, però, di “resistere”, di restare. Italy: Love It, Or Leave It è il film di Gustav Hofer e Luca Ragazzi, coppia lavorativa e nella vita privata, il primo nato a Bolzano e vissuto tra Vienna, Londra e Roma, il secondo romano doc; sono entrambi giornalisti e insieme hanno deciso di indagare quelli che sono i motivi per non andare via, per non arrendersi.
Girato in HD CAM per Hiq Productions (fondata da Gustav), il docufilm non ha ancora una distribuzione nazionale, sebbene sia già stato presentato al Milano Film Festival 2011, raccogliendo consensi inaspettati che confermano i numerosi riconoscimenti ottenuti dal duo col precedente Improvvisamente l’inverno scorso (Menzione speciale Festival di Berlino, 2008). Proprio nella rassegna cinematografica milanese, il duo ha vinto il premio per il miglior lungometraggio e quello del pubblico, aumentando l’attesa per una futura proiezione a livello nazionale del film , ora in tour nei vari festival, da Zurigo a Helsinki, a Rio de Janeiro.
La trama vede i due protagonisti – Gustav e Luca – mettersi in viaggio lungo lo stivale, percorrendo una strada che li pone sempre davanti ad un bivio: restare o andare via come hanno fatto molti dei loro amici, arresisi al fascino di altre mete più accoglienti? Senza alcuna ipocrisia o facile retorica, i due avranno modo di conoscere un’Italia inedita, una sorta di seconda pelle nascosta sotto la coltre del malaffare, del malcostume e soprattutto del malgoverno; un’Italia che respira ancora – seppur affannosamente – e che ha voglia di (ri)emergere, di eruttare come lava incandescente costretta da un tappo pronto a saltare.

Restare o andare via? Sembra un dubbio amletico al quale pare non esserci risposta immediata, soprattutto vista la grande crisi economica che colpisce tutto il mondo.

Abbiamo voluto fare questo film-documentario proprio perché questo dubbio ha assalito anche noi. Molti dei nostri amici sono andati a vivere all’estero (chi a Toronto, chi a Berlino o Londra) negli ultimi due anni e i motivi non erano solo economici (affitti meno cari, salari più alti) ma più legati al fatto che questa Italia, così com’è, non avrebbe dato loro la possibilità di realizzare nessuna delle loro ambizioni.

Il film – o docufilm – raccoglie le testimonianze dirette di italiani molto diversi tra loro, c’è la signora che difende “il suo Presidente”, e l’operaia della FIAT “senza un futuro certo”. Come mai siamo così divisi?

L’Italia è sempre stato un Paese molto diviso, ma il berlusconismo ha tirato fuori il peggio e in  qualche modo ha fatto gettare la maschera. Quelli che per 50 anni avevano fatto finta di essere dei “moderati di centro” si sono rivelati i fascisti che erano sempre stati solo in incognito. Questa rabbia e questo livore ovviamente sono pericolosi per la democrazia.

L’Italia telespettatrice di talkshow è ormai assuefatta alla figura del cliché omosessuale. Credete che il vostro ruolo “neutro” nel film potrebbe contribuire in qualche modo a rivoluzionare il pensiero comune?

Ne siamo certi. Con il nostro film precedente Improvvisamente l’inverno scorso abbiamo mostrato per la prima volta la quotidianità di una coppia gay lontana dai cliché. Il film ha aiutato tantissimi gay e lesbiche a fare il “coming out”. Riceviamo ogni giorno e-mail in questo senso. E con il nuovo film possiamo ben dire che per la prima volta la Rai ha mandato in onda (seppur a tarda sera, e con la versione ridotta) un film in cui il fatto che i protagonisti fossero una coppia gay non era il tema centrale, ma qualcosa dato per scontato. Menomale che Giovanardi a quell’ora dormiva già.

In uno dei passaggi più belli del film, lo scrittore Andrea Camilleri parla di “dovere di restare sul posto”. La risposta sta forse nel ritrovare un senso civico andato perduto?

Sicuramente. Lui dice anche che lasciare un Paese che affonda equivale ad una diserzione. La sua è una provocazione che ha scosso molto gli italiani all’estero. Al Festival di Zurigo molti espatriati tra il pubblico si sono messi a piangere. Purtroppo è difficile ritrovare il senso civico quando l’esempio che viene dall’alto, ovvero dai nostri governanti, va nella direzione opposta.

Siamo veramente impazienti. Dopo aver visto la versione “short” del film su Rai Tre, ci chiediamo (e non siamo i soli) quando sarà possibile vedere la versione integrale.

Pensiamo di uscire nelle sale in Italia (poche e selezionatissime) tra fine ottobre e inizio novembre. Impegni permettendo ci piacerebbe anche accompagnare fisicamente il film in giro per lo stivale. L’incontro con il pubblico e la possibilità di rispondere alle loro domande è sempre un momento molto bello. La versione per il cinema, con il titolo “Italy: Love It, Or Leave It” è di mezz’ora più lunga e comprende altri cinque personaggi.

Il film alterna situazioni disarmanti a momenti di ilarità, soprattutto quando i vostri caratteri così “diversamente” italiani si scontrano. Potete raccontarci un aneddoto avvenuto sui luoghi delle riprese?

La struttura del documentario è un po’ come un gioco da tavola. Per mesi abbiamo fatto le ricerche. Io cercavo i buoni motivi per convincere Gustav a rimanere e lui cercava quelli brutti. Quando mi ha portato in Sicilia a conoscere un testimone di giustizia che si chiama Ignazio Cutrò, secondo lui doveva essere un incontro che mi avrebbe convinto a lasciare l’Italia seduta stante ma poi, mentre parlavamo con lui, ho capito che Gustav stava lentamente prendendo coscienza e che quell’incontro sarebbe stato un punto a mio favore.

Quindi, cosa vi sentite di consigliare ai lettori di Enquire, ad esempio a quei ragazzi che nonostante una laurea in tasca, vivono il precariato in prima persona, siano essi designer, giornalisti o impiegati?

Magari facessero i designer o i giornalisti! Il problema è che molti finiscono a fare i custodi di un museo anche con una laurea in storia del’arte o a lavorare in un call center. Noi pensiamo che un’esperienza all’estero sia sempre formativa in tutti i sensi, ma dopo sarebbe bello poter tornare “a casa” e cercare di applicare qui quello che si è imparato fuori. Speriamo vivamente che qualcosa possa cambiare in questo Paese. Ci piace pensare che c’è una luce in fondo al tunnel.

Si ringrazia Luca Ragazzi per la disponibilità.