Sarolta Bàn: Le cirque du sommeil

C’è qualcosa che ci sfugge, nel sottile punto di incontro tra sonno e veglia.
Una quantità imbarazzante di studi sull’inconscio sgomita per dire la sua, su questo qualcosa, si affanna per avere -paradossalmente – ragione. Oggi non consideriamo la discipilina, poiché la via più rapida per leggere la galleria di Sarolta Bàn non è la teoria, ma l’apertura alla percezione, l’abbandono dei modelli razionali per dedicarsi ad una pesca in un lago profondissimo, forse un abisso.

Classe 1982, Budapest.
Sarolta comincia come designer di gioielli, un mondo apparentemente molto distante dalle atmosfere brumose e surreali delle sue immagini.
“Trovo sia divertente che in Ungherese la parola gioielliere  indichi l’azione di combinare materiali per creare cose: è esattamente quello che faccio con le mie immagini.”

La combinazione degli elementi che caratterizza ogni immagine, in effetti, sembra essere il punto di forza della produzione dell’artista. Se da una parte si riconoscono facilmente i soggetti dell’iconologia da manuale (i deserti di Dalì, gli uccelli di Ernst, i corpi esasperatamente plastici di Magritte) dall’altra le foreste di chiavi, i ricevitori dei vecchi telefoni, gli alberi, le scale, riaccendono le braci di un non ricordo, una sensazione familiare ma al tempo stesso indecifrabile.

Sono teatrini atemporali in luoghi non meglio definiti dove gli attori dondolano vertiginosamente tra l’esotico e il quotidiano, tra l’assurdo e il plausibile.
Combinare e quindi ordinare sono attività che l’uomo compie fin dalla nascita per dare significato alla realtà che lo circonda; i lavori di Sarolta Bàn vogliono fare questo sulla miriade di realtà che lo abitano.

Lontano dalla disciplina, senza compromessi teorici, le sue immagini danno voce ai dàimon orfici che infestano l’abisso tra sonno e veglia; un’ispirazione  intimista per aspirazioni ben diverse: “Non percepisco le mie opere come una confessione, piuttosto come messaggi velati e allegorie. E’ bello che i miei sentimenti siano nascosti nelle mie immagini e chiunque possa vederci qualcosa di diverso e, perchè no, trovare la sua personale storia.”

Non per niente il suo sito web (www.saroltaban.com) ospita non la gallery, ma la photoallegory.
Una collezione di immagini ricca e in continuo aggiornamento, alcune di loro hanno valicato i confini dell’Ungheria approdando in diversi teatri della penisola iberica, altre fanno il giro del mondo musicale sulle copertine delle band americane Priory e Gentlemen Hall, un’altra ancora in Italia, sulla copertina del romanzo di Mauro Corona “La fine del mondo storto” (Mondadori, 2010).

Entro la fine dell’anno Sarolta prevede la pubblicazione di un libro, il surrealismo digitale trascina sulla carta i suoi, i nostri demoni con l’amo ancora agganciato alla bocca.