Peter Gabriel, New (old) Blood

Potremmo fare una lunga introduzione su quanto Peter Gabriel sia stato fondamentale nello sviluppo della popular music degli ultimi 35 anni. E, in effetti, è difficile negare la sua importanza anche solo considerando, come fa chi sta scrivendo, molto più significativa la sua produzione da solista rispetto a quanto prodotto con i Genesis. Questione di gusti, ma non solo. Per quanto meritatamente possa essere passato alla storia, il gruppo all’epoca capitanato da Gabriel e da Phil Collins aveva colleghi indubbiamente superiori e, cosa importante in un contesto di rock progressivo, intenti sul serio a spingere i limiti di quel tipo di musica (ne cito tre tra quelli più conosciuti: Van Der Graaf Generator, Gentle Giant e King Crimson). Senza con ciò togliere nulla al loro meritato successo, il Peter Grabriel solista, al contrario, della musica pop non fu soltanto uno splendido compositore, ma anche una raffinato precursore se non inventore di stili e tendenze. Due esempi su tutti: ha preso la world music e, di fatto coniando l’espressione, l’ha fatta diventare un discorso musicale di massa (seppur contribuendo a una visione troppo occidentalizzata della stessa), sia con i suoi dischi che con l’etichetta Real World e il festival Womad. E poi: avete presente quel suono che tutti indicano come lo stereotipo del rullante “anni ’80”, quella botta riverberata all’inverosimile che immediatamente ci consente di collocare, o meno, un disco in quel decennio? Pochi sanno che Peter Gabriel si gioca la paternità di quel trucco insieme al produttore Steve Lillywhite e al tecnico del suono Hugh Padgham. Non importa, a questo punto, a chi vada attribuito il merito; basti pensare che questi personaggi stavano lavorando insieme proprio al terzo lavoro solista di Peter Gabriel (conosciuto anche come “Melt”).

Ed è finita che una introduzione, seppur breve, l’abbiamo fatta. Per arrivare a dire di stare alla larga il più possibile da questo suo nuovo New Blood (Real World/Virgin). Un disco tronfio, barocco e, quel che è peggio, riciclato. Non cogliamo infatti il senso di ascoltare su disco ciò che può funzionare, al massimo, solo in un contesto live, come il ri-arrangiare vecchi classici per un’orchestra creata ad hoc per l’occasione (e battezzata, in modo poco originale, la “New Blood Orchestra”).

Se la pretesa di questo lavoro era quella di apportare nuovo sangue nella musica di Peter Gabriel, è fin troppo facile conseguirne che la trasfusione è andata male. A conferma di un annaspare artistico del quale, purtroppo, si erano già avute tracce. Da quanto tempo, infatti, Peter Gabriel non pubblica qualcosa di realmente nuovo ed entusiasmante? Ricapitoliamo: il suo ultimo disco in studio composto da inediti è stato “Up”, targato 2002. Al quale sono seguiti “Big Blue Ball” (2008), una combinazione di registrazioni e collaborazioni risalenti a più di 15 anni prima e che mai avevano visto la luce, e “Scratch my back” dello scorso anno, album di cover musicalmente del tutto identico a questo nuovo “New Blood” ma che aveva dalla sua almeno la genuinità di tributare vecchie e nuove influenze. Tirando le somme, sono 9 anni che il nostro non scrive e non pubblica più una nota inedita; anche “I/O”, disco di inediti per il quale non si conosce ancora una data di pubblicazione, pare conterrà materiale su cui il nostro lavora da svariati anni.

Sta tutta qui la critica che vogliamo muovere, ancora prima di arrivare a discutere della musica di “New Blood”. Un periodo di stasi creativa – o anche l’interruzione della creatività – è fisiologico, soprattutto quando il tuo contributo è stato abbondante e ampiamente recepito. Ma il perseguire la strada della rimasticazione e della ripubblicazione, sono uno sgarbo alla sua intelligenza di eccelso compositore. L’idea stessa di adattare canzoni pop per un’orchestra non è di certo delle più originali. Il che, sembra banale dirlo ma non lo è affatto, non è un peccato se solo non si trattasse di Peter Gabriel.

Musicalmente, se avete sentito “Scratch my back” o avete visto lo spettacolo dal vivo, sapete cosa trovate. In caso contrario, avrete l’occasione di ascoltare capolavori della musica moderna annacquati in arrangiamenti orchestrali (curati da John Metcalfe, ex Durutti Column) tendenti al manierismo. Ma che senso ha sentire una “The Rhythm of the Heat” o una “Solsbury Hill” rifatte con un’orchestra, rese bolse, tronfie, barocche all’inverosimile, quando la forza degli originali stava proprio nella voluta e ricercata asciuttezza?