Intervista a Guido Chiesa

Intervistare Guido Chiesa, significa trarre informazioni da chi la radio l’ha vissuta in prima persona a partire dalla fine degli anni ’70, periodo in cui il regista torinese si affaccia per la prima volta alla realtà delle emittenti libere. Guido Chiesa è sempre stato attratto dal mondo indipendente: dalle radio, alle quali ha dedicato diversi film e documentari (il documentario Alice è in paradiso, vincitore del Festival dei Popoli di Firenze, ed il lungometraggio Lavorare con lentezza, vincente al Festival di Venezia con  il Premio Mastroianni per gli attori emergenti, tra gli altri riconoscimenti), al cinema (Indipendenti a New York. Radiografia di un’alternativa), sino alle incursioni musicali come regista di videoclip (Gioia e Rivoluzione degli Afterhours). La sua vasta filmografia vede tanti titoli importanti che sarebbe impossibile elencare (ricordiamo fra tutti lo storico Il partigiano Johnny), dunque per qualsiasi informazione aggiuntiva vi rimandiamo al suo sito ufficiale, ben curato e in cui si possono vedere video e ascoltare contributi audio. Abbiamo riproposto a lui alcune domande già fatte ai ragazzi di Radiophonica, per avere un quadro più stabile della situazione, più qualche altro quesito mirato a farci conoscere meglio la “mitica” Radio Alice e le differenze che intercorrono tra le attuali web radio e le radio di una volta.

Guardando Alice è in paradiso, da te scritto e diretto, non ci sembra affatto che le web radio siano un’evoluzione della radio (in generale) dettata dall’avanzamento tecnologico. Piuttosto, ci sembra che questi spazi sul web siano un continuum di ciò che i ragazzi del ’75 iniziarono con Radio Alice e le altre radio libere. È come se serpeggiasse una sorta di nostalgia, forse dovuta al contesto socio-culturale attuale, oramai alla deriva. Non trovi?

Concordo che le web radio non abbiano inventato nulla di particolarmente nuovo, ma abbiano espanso modalità di comunicazione inaugurate negli anni ’70 dai fautori delle cosiddette comunicazioni orizzontali, cioè proiettate alla costruzione di un rapporto “alla pari” tra mittente e destinatario. Va però precisato che Radio Alice, rispetto alle altre radio italiane del periodo (politiche e non), aveva dato a questo processo un’accelerazione straordinaria attraverso l’uso della diretta telefonica, legittima antesignana del web e dei social network. Il modello ipotizzato da Radio Alice puntava così tanto sull’abolizione di ogni gerarchia da essere inevitabilmente destinato al caos, e così fu. Il web ha permesso alle intuizioni di Radio Alice di trovare  finalmente un luogo adeguato, ma i problemi sollevati da quell’esperienza rimangono inalterati, oggi come allora: in un mondo in cui tutti parlano, chi ascolta?; se tutti hanno diritto a comunicare, tutti hanno qualcosa da comunicare?; come si può discernere il rumore di fondo dalla comunicazione che conta?

Lo scorso maggio si è tenuta la 5° edizione del FRU (Festival delle Radio Universitarie), sembra di assistere a un proliferare di spazi indipendenti ed autogestiti, soprattutto sul web e nel contesto universitario. La storia, quella di Radio Alice, sembra essersi ripetuta, sebbene in un contesto – come quello attuale – dove la tecnologia ha reso tutto più semplice. Quali erano le difficoltà riscontrate da chi intraprendeva la strada della radio libera negli anni ’70?

Negli anni ’70, in Italia, vigeva il monopolio statale sulla comunicazione. Tutti gli attori del processo di trasformazione puntavano a occupare quello spazio: chi a fini commerciali, secondo il modello delle radio private straniere; chi per finalità politiche. Radio Alice, ponendo l’accento sul come e non sul che cosa della comunicazione, si collocava altrove rispetto a tutte queste dinamiche, anche quelle delle radio politicizzate, le quali erano principalmente preoccupate di “dettare la linea”, mentre l’emittente bolognese voleva principalmente dare voce a chi non ce l’aveva.

Inizialmente, le radio indipendenti (che si occupavano prettamente di musica) sembra siano nate come risposta all’ostracismo nei confronti di artisti liberi, da parte delle radio asservite al potere delle grandi case discografiche. Non si è rischiato in questo modo di creare due “fazioni” e il cosiddetto “rovescio della medaglia”? Ora sono le realtà indipendenti a “boicottare” la cosiddetta “cultura di massa”?

Trovo l’utilizzo di termini come “libero/asservito” rispetto al mercato assai impropri e poco aderenti alla realtà. La musica – nell’epoca della riproducibilità – è oggetto dello stesso processo di mercificazione che riguarda ogni forma di espressione umana. Dischi, film, libri, ecc. si collocano nel medesimo ambito di rapporti di produzione che strutturano ogni merce (pur essendo oggettivamente differenti da scarpe o telefonini). Non esiste musica commerciale e/o musica libera, ma solo espressioni umane necessarie e non, autentiche o inautentiche. Jimi Hendrix incideva per una grande compagnia discografica, ma nella sua musica c’era più verità e necessità della stragrande maggioranza dei cosiddetti prodotti indipendenti.

A proposito di ciò, alcuni Paesi europei hanno delle leggi che “impongono” alle radio di trasmettere una percentuale importante di artisti locali, a scapito della musica internazionale, solitamente trasmessa sotto alti compensi da parte delle major. Saresti d’accordo a una legge simile in Italia? Siamo pronti a sentire la radio più ascoltata rinunciare a Bruce Springsteen per chi fa musica DIY?

Trovo discutibile ogni forma di imposizione dall’alto, a meno che non sia a tutela del più debole e del diritto alla vita umana. D’altra parte, nel caso specifico della produzione (sia essa di canzoni o scarpe), penso che una collettività debba tutelare il più possibile l’omogeneità delle condizioni di accesso al mercato. Ma più che pensarlo in tempi di imposizioni, penso sia più fruttuoso affrontarlo in termini di proposizione. Sono ad esempio favorevole a forme di prelievo fiscale alla fonte, come accade ad esempio per il cinema in Francia, dove una piccola parte di ogni biglietto venduto (sia esso di film francese o straniero, Avatar o Lars Von Trier) viene ri-destinata al finanziamento e alla distribuzione della produzione nazionale.

Spesso capita di sentire che le web radio, e in generale gli spazi indipendenti, siano palesemente faziosi, soprattutto per quanto riguarda lo schieramento politico. Non credi si stia cercando di ostacolare quello che – forse – un giorno, sarà ricordato nei libri come uno dei pochi modi che i giovani di oggi hanno avuto per ridar lustro al termine “democrazia”?

Penso che la faziosità ideologica non sia mai un valore, ma solo un limite. E la faziosità ideologica è uno degli spettri del Nocevento che non riusciamo proprio a scrollarci di dosso. La parola “democrazia”, poi, mi sembra molto svilita oggi come oggi: poter dire qualsiasi cosa – come accade via web – non significa aver qualcosa da dire. La proliferazione di opportunità di comunicazione non equivale a libertà, ma rischia solo di generare confusione, rumore di fondo. “La libertà è una forma di disciplina”, cantavano anni fa i CCCP e io credo fossero nel giusto.

Esiste ancora il genere (musicale, cinematografico)? A detta di alcuni, sembra che la cultura si stia dividendo sempre più in due grandi categorie: quella di chi fa arte per solo diletto e di chi fa arte a scopo di lucro. Non si rischia così di escludere a priori la qualità di un artista, soltanto perché ha come “colpa” quella di abbracciare il grande pubblico?

Concordo. Rispetto chi scrive, dipinge, suona per sé stesso e penso che queste siano straordinarie forme di terapia, molto più utili di tanti inutili psicofarmaci. Ma se Dante e Shakespeare, Balzac e Beethoven, Jackson Pollock e Cartier Bresson, avessero fatto quello che hanno fatto per sé stessi, l’umanità sarebbe stata un po’ più povera e non avremmo mai conosciuto la potenza e la bellezza delle loro opere. E questo non è affatto un portato della modernità, come qualcuno potrebbe pensare. Lessi anni fa un libro di Jean Paul Sartre sul Tintoretto. Tra il pittore veneziano e il suo contemporaneo Tiziano vi era una rivalità fatta di soldi e lotta per accaparrarsi questa o quella lucrosa commessa: eppure sono stati entrambi dei profondi indagatori dell’animo umano. Questo è quello che conta.

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