Jan Durina. Il silenzio è il grido più forte

Tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX in Italia come altrove la Primavera durò più a lungo del previsto. Qua e là, al Nord come al Sud, fiorirono esempi di un’arte nuova che dei fiori fece la sua bandiera. Ma la Primavera, si sa, non può durare per sempre.
La prima protagonista della nostra storia è nata in un paesino in provincia di Varese, Menzago di Sumirago. E’ in quel luogo che una villa in stile floreale, ormai appassita, rivive una nuova ed ambiziosa Primavera. Sourmilk Artgallery non è una galleria d’arte. E questa definizione surrealista, in omaggio al celebre Magritte e la sua pipa, è sufficiente.

Il 30 Settembre 1988, nel paese delle tre cime, nacque il secondo protagonista della nostra storia. “Sono nato in Slovacchia, dove vivo ancora oggi. Anche se amo il mio paese non riesco ad immaginare di vivere qui tutta la mia vita”. A parlare è Jan Durina, capelli neri come la notte e occhi profondi come un baratro senza fine. Mi ha colpito subito Jan, in quella fotografia scattata durante una personale in Polonia. Avvolto in strettissimi pantaloni neri guarda la macchina fotografica a cui rivolge un sorriso che  pare imbarazzato.
Non è soggezione quella di Jan. E qualcosa di diverso, qualcosa di molto simile alla riverenza. “All’età di 16 anni ho iniziato a lavorare soprattutto con la fotografia e a 17 anni l’ho scelta come la mia principale forma di espressione artistica (…). Non sono interessato al lato tecnico. Non ho mai seguito un corso e ho imparato tutto da autodidatta”.

Jan non si considera un fotografo. Ecco perché lo sguardo che rivolge all’obiettivo in quella foto è così rispettoso. Le sue creazioni, perlopiù fotografiche, sono simili a dei dipinti, risultato di un’espressione del suo animo e non di un’impressione sul sensore, pronipote della pellicola.

Jan mi racconta che una sua cara amica, Maria, un giorno disse: “Tu non scatti fotografie. Tu dipingi con la macchina fotografica”.  Il freddo della sua terra sembra congelare il tempo, cristallizzando in un attimo che non  è di questa dimensione, immagini che giungono da un mondo lontano. La natura, protagonista della vita del giovane artista, prende con prepotenza un posto d’onore nelle sue composizioni dove l’umano e il sub-umano si incontrano in immagini che hanno dell’incredibile. Il bello e il brutto, il buio e la luce, l’umano ed il divino si scontrano in un Big bang artistico la cui esplosione ha una potenza che sfugge al nostro controllo. Le opere di Jan tolgono il fiato, soffocando la nostra mente  e riempiendo il nostro cuore di una profonda inquietudine.

“Twenty three years in that house but the boy might still be alive”. Perché questo titolo? “Quando l’ho scelto stavo vivendo un momento molto particolare della mia vita. Stavo pensando a quanto soffocante sia a volte vivere (…). Il ragazzo di cui si parla sono Io. E la casa indica la mia vita (…). Una rosa nera avvolta nel cellophane dorato soffre. E secca”.

Innamorato della vita ma terrorizzato dalla Morte; orgoglioso dei suoi successi ma schiacciato dal loro peso;  legato a doppio filo all’Arte ma impaurito dal sentirsi definire un’artista.

Le grida di aiuto di Jan Durina riecheggiano presto tra le mura di Sourmilk.

E, a lungo, nelle nostre teste.