Un tè con gli Amp Rive

Gli Amp Rive, emiliani, precisamente di Reggio Emilia, sono una band strumentale nata come trio nel 2003 con il nome di Irma Vep: Adriano (batteria), Alessandro (basso), Chicco (synth), Gualtiero (chitarra) e Luca (chitarra).
Il gruppo, la cui formazione ha una storia complessa e diversi cambi di organico, registra la sua prima demo nel 2004 per firmare solo nel 2010 un contratto con la Als Das Kind, loro attuale etichetta discografica.
Procession e Best Kept Secret sono i brani che è possibile ascoltare in anteprima. Dall’impatto impressionante e così straordinariamente a fuoco, senza sbavature i suoni sono dotati di un’eleganza entusiasmante e il gruppo vi ha introdotto quegli elementi distintivi che caratterizzano la loro musica per potervi incuriosire.
Se avete una lista di Band da tener d’occhio metteteci anche gli Amp Rive, non fosse altro per l
’intensa atmosfera, gli ampi spazi e le armonie accattivanti che indugiano nella memoria anche dopo che i brani sono terminati: le sonorità ben strutturate e profondamente intime sono di quelle che mantengono la forma delicata e suggestiva che ha quel muto abbandono al respiro.

Il titolo del vostro album prende il nome da un film di Olivier Assayas con la bella Maggie Cheung, un remake di un film muto a puntate del 1915 (Les Vampires, di L.  Feudall). Il vostro legame col cinema muto non è nuovo, visto il vostro apprezzatissimo progetto di sonorizzazione di  Vampyre (1932), di C.T Dreyer.
In verità il disco non aveva un nome vero e proprio, diciamo che il tutto nasce da un interesse verso il cinema a tutto tondo. Il tipo di musica che suoniamo supporta dentro di sé questo istinto verso le immagini tanto è vero che il risultato della sonorizzazione dal vivo del film di Dreyer ci ha coinvolto parecchio ed ha ottenuto molto più riscontro di quel che ci aspettassimo, tra cui anche la Cineteca di Bologna che ha avallato fin da subito il progetto.

I vostri suoni non sono per nulla evocativi atmosfere vampiresche, qual è dunque l’interesse per questa figura oscura che è il vampiro per cui anagrammare il nome del gruppo e i conseguenti rimandi cinematografici?
Sicuramente il disco non suona “vampiresco”. Semplicemente: da tempo volevamo riuscire a darci un nuovo nome. Il nucleo originale del gruppo è passato attraverso vari cambi anche se, ti dirò, ci piace parecchio ospitare dentro i nostri live amici di altri gruppi, come ad esempio Giorgio dei Three In One Gentlemen Suit o Daniele Rossi dei Like A Shadow, che ha partecipato alle ultime sonorizzazioni di Vampyr come violoncellista. In verità ci dispiaceva accantonare un nome a cui ci eravamo affezionati.

Ogni processo di composizione e scrittura di un disco è qualcosa di avventuroso, raccontateci un aneddoto.
Qui abbiamo al nostro arco varie frecce, una su tutte: il disco in verità avevamo iniziato a registrarlo nell’estate del 2009 in uno studio a Tramuschio, nella bassa modenese. Le cose stavano procedendo abbastanza bene, linee di basso e batteria erano già sostanzialmente a posto e stavamo lavorando sulle chitarre poi, per questioni di ferie ci eravamo fermati un paio di settimane. Insomma ci accordiamo per riprendere il lavoro con Enrico Baraldi, il fonico dello studio e, scopriamo che una notte avevano rubato tutti i microfoni!!!

Poco tempo dopo lo studio è stato chiuso e trasferito a Correggio, i lavori sono stati lunghi e questo ha comportato un ulteriore stop alle registrazioni, ma abbiamo deciso di aspettare e continuare la collaborazione con Enrico ed Andrea Sologni dei Gazebo Penguins (che ha suonato anche synth e chitarre su disco).

Quando lo studio è stato terminato, abbiamo ricominciato tutto il disco daccapo, però devo dire che alla fine, da un certo punto di vista, è stato meglio: ci ha dato modo di comporre “Best Kept Secret” e di concentrarci sull’elaborazione dei suoni che nel 2009 erano meno “eleganti”. La cosa ancora più strana: in autunno Enrico ha ritrovato tutti i microfoni dentro ad una borsa lasciata davanti al suo studio, che però nel frattempo era stato demolito.

La vostra musica non è ovvia o diretta in termini di stile…

In sostanza è il risultato di molti ascolti e rielaborazioni: la maggior parte dei brani è passato attraverso una maglia stretta di arrangiamento prova e riscrittura. Poi, ovviamente c’è di base la voglia di suonare cose che ci appartengono e che ci coinvolgono. Se dovessi usare un termine direi che siamo “barocchi”: le atmosfere sono sempre agitate e scosse come un cielo annuvolato.

E quali sono le cose che avete imparato dalla prima volta che avete scritto un brano?

Retoricamente, che la musica che fai cambia sempre: uno stesso brano suonato in due momenti diversi può dare risultati completamente diversi. Questo secondo è bene perché vuol dire che ciò che fai ti riflette e che probabilmente è genuino!

Ritenete che fare musica strumentale sia una scelta forte e penalizzante nel nostro paese?
Non credo sia penalizzante, deve essere una scelta però artistica. Fare un testo ed inserire un cantato è sempre rischioso se non hai qualcosa di veramente importante da dire. All’inizio avevamo dei cantati minimali e non escludiamo di riprovarci: la voce tende sempre a captare molta attenzione ed il pericolo sta nel sviare il senso dei brani che fai. La musica strumentale, al contrario, ha il grande vantaggio di essere recepita in maniera più profonda: chi ascolta rimane più contemplativo e ciò diventa uno stato d’animo perfetto, secondo me, per il tipo di ascolto che vogliamo ottenere. In Italia in verità è dagli anni ’70 che esiste una schiera di band che hanno lavorato parecchio su brani strumentali anche se, effettivamente, non è prediletta né dai gruppi indipendenti né da quelli “main stream”.

Avete iniziato a lavorare sul nuovo album l’anno scorso, avevate già una qualche idea dei suoni che volevate uscissero?
Direi di sì, anche se devo ammettere che le mani di Enrico e Sollo dello IAF studio sono state fondamentali. Noi usiamo molti effetti sugli strumenti e questo unito all’approccio di derivazione hard core che scorreva nelle vene creava un muro di suono forse anche un po’ invasivo. Poi invece siamo riusciti a rendere la maglia delle melodie meno compatta e secondo me più interessante. Noi arrivavamo con un’idea ed un modo di suonare, poi è la collaborazione con i fonici che ha permesso di ottenere un suono completo ed articolato.

L’etichetta discografica è francese, ma l’Italia quanto scommette sulle band emergenti?
Con il web ora come ora puoi arrivare alle orecchie di chiunque, ovunque. Olivier, il fondatore di Als Das Kind, ci ha sentito per un caso fortuito: si è letteralmente “caricato”. A questo però aggiungo che in Italia c’è un grandissimo fermento e ci sono grandissimi gruppi. Diciamo che come sempre è l’ambito “main stream” che rifiuta e rimane ancora su robe vecchie come “il pane del cucco”, che fanno comodo a chi non vuol smettere di guadagnare e basta. Ma se si pensa a tutti i dischi che vengono prodotti qui da noi e a quante volte i nostri gruppi vanno anche all’estero a suonare con eccezionali risultati  ci sarebbe da sentirsi in colpa. Guarda solo Giardini di Mirò, Jennifer Gentle o The Death Of Anna Karina: hanno un ottimo riscontro qui e ottimo anche fuori dai confini! Basterebbe saper investire nel modo giusto.

Avete in progetto un tour, concerti? Dove e quando è possibile vedervi?

Non abbiamo una booking agency e finora abbiamo sempre suonato dal vivo grazie alle persone che ci conoscono personalmente; da questo punto di vista siamo ancora legati al rapporto umano che si instaura tra chi suona e chi organizza concerti per passione.
Presenteremo il disco tra settembre e ottobre, sicuramente Reggio Emilia e Modena saranno le prime date.
Oltr’alpe, Olivier sta già organizzando per gennaio una serie di concerti per l’etichetta. Quindi vi terremo aggiornati!

Le note di Best Kept Secret sono connesse a un bellissimo video
“Best Kept Secret” è il nostro primo video in assoluto. Per realizzarlo ci siamo ritrovati a collaborare con Giuditta Mora di FANTOM INDUSTRIAL, per la parte di organizzazione e produzione, e Roberto Zazzara, per la regia e per la direzione della fotografia. Il progetto di per sé ha lo scopo di far convergere un regista giovane ed emergente con un progetto musicale in “emersione”. Il lavoro creativo e fattivo con lui sono stati fondamentali e la cosa interessante che tutto è nato dopo che Roberto ha visitato per la prima volta la nostra sala prove. La scelta di un tema come l’incontro tra un contadino ed un essere misterioso secondo noi calza a pennello con il contesto in cui siamo nati e cresciuti: la campagna emiliana. Tutto è stato girato attorno ai luoghi che sempre frequentiamo e che in un qualche modo hanno influito su come suoniamo. Speriamo piaccia!