Karolina Dryps, l’aquila bianca della Polonia

La Polonia è come l’aquila descritta da Alphonse de Lamartine: destinata a salire così in alto e a vedere tanto da lontano, comincia la vita nei crepacci della sua roccia e non vede in gioventù che gli orli aridi, spesso fetidi, del suo nido.
Il nido di Karolina Dryps, fotografa, pittrice, grafica e video maker, è Bytom. È da lì che ha spiccato il volo.
La bandiera della Polonia sventola nell’alto del cielo dell’arte contemporanea come l’aquila bianca che su di essa campeggia.
La regina degli uccelli, sineddoche del territorio che rappresenta, è da sempre considerata un animale invincibile, simbolo di acutezza mentale e di profondo ingegno che, volando più in alto di tutti gli altri uccelli, ha la possibilità di fissare il sole e percepire direttamente la luce divina.
È simbolo divino associato al Salvatore che ha il potere di rigenerarsi. A differenza della fenice che risorge, essa attende la sua vecchiezza e debolezza per poi sconfiggerla, trovando nuova forza da se stessa, diventando ancor più forte ed invincibile.

La Polonia nacque come regno cristiano nel X secolo, cullata dai dettami della Bibbia. Come le vittime scelte dalla regina dei rapaci è stata dilaniata, frammentata e depredata, dominata ed oltraggiata per decenni. Contemplò la luce nel periodo dell’Illuminismo per poi essere completamente cancellata dalle carte geografiche, dimenticata da tutto e da tutti. Milioni di mattoni ci hanno separato dalla Polonia per troppo tempo. Sono i mattoni delle alte mura dei ghetti prima, e del muro di Berlino poi. Cos’è oggi la Polonia?
E l’aquila che ha spiccato il volo, un volo più alto di tutti, ed è planata, altera e nobile, a Menzago  di Sumirago, in provincia di Varese.
Lì, in un angolo della Lombardia, una villa Liberty dei primi del Novecento, attende l’arrivo, previsto per il 09 Settembre alle ore 21.30, di un genio dell’arte contemporanea.
Karolina Dryps è una donna ancor prima che un’artista. Ella riflette in How to be me sulle sorti di Rzeczpospolita Polska (la Repubblica di Polonia, ndr). La sua terra, la sua casa, il suo stato, le ha dato una sola certezza: se stessa.

Karolina guarda al suo passato che si intreccia a quello della sua terra. Anche lei, come la popolazione intera, è alla ricerca dei perché di una storia che l’ha violentata fino all’estremo, saccheggiandola e devastandola, imprigionandola tra alti muri di moralità e censura.
Karolina, proprio come la Polonia, è un’aquila che si rigenera. Guarda al futuro con sguardo fiero ed implacabile. Mostrare non è peccato. Il vero peccato fu violentare madri, costruire ghetti in cui morirono milioni di persone, fu murare viva una popolazione intera. È in questa direzione che si muove l’arte contemporanea polacca dove il sangue è una costante delle vite private ed artistiche, simbolo di sofferenza e anticamera di un urlo, per troppo tempo soffocato, che grida al mondo la loro presenza nel qui e nell’ora.

La donna polacca è la donna vera. È una donna le cui forme sono quelle donate da madre natura con il fine e l’onore di procreare e generare figli, rigenerando il popolo polacco per l’eternità. I segni della sofferenza sono lì, visibili a tutti, mostrati con vanto e narcisismo e non nascosti con vergogna dalla chirurgia estetica e dal sogno dell’eterna giovinezza occidentale. Karolina si prende gioco della società e della realtà in cui vive, mettendo al posto di ciò che non le piace se stessa.
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