Google Plus, una scommessa già vinta

Questa non è la storia di una gara a chi ha più opzioni disponibili o apprezzabili: aggiungi ed accetta gli amici, follow mutuale o no, condividi questo o quello, tecniche per bloccare le persone e tutto il resto.

Questa è la storia della migrazione di un’economia di rete. Il concetto è semplice: una risorsa vale di più quanti più sono gli utenti che ne fanno parte. E quando una risorsa vale tanto e ha consolidato il suo potere negli anni, è dura portarle via la massa critica.

Flashback: metà 2007, più o meno, poco prima per alcuni. I primi utenti italiani si affacciavano su un Facebook ancora disponibile solo in inglese. La maggior parte degli iscritti al sito erano universitari americani, perché nelle università americane, come la trama di The Social Network narra, Facebook era nato. I pionieri nostrani erano amici di costoro o avevano frequentato una di queste scuole durante la loro carriera accademica. Poi, avevano iniziato a trascinarci dentro amici. Fu più o meno dopo l’estate del 2008 che Facebook si estese alle masse e ad altre fasce d’età e strati sociali, tradotto in più lingue, con una grafica più apprezzabile dal punto di vista estetico e più intuitiva. La maggior parte degli utenti non si curava di controllare le impostazioni della privacy. Per pigrizia, più che per reale impossibilità di fermare lo sharing incontrollato di foto e informazioni personali, molti degli iscritti si davano in pasto alla rete con noncuranza, peggiorando la situazione da quando la diffusione degli smartphone ha reso l’internet mobile un must. Nel frattempo, Facebook diventava molto di più di un sito per condividere cose personali, non c’è ora servizio di telegiornale che non finisca con l’inquadratura di una pagina di Facebook per mostrare “la reazione della rete”. Molti hanno attribuito il successo di Pisapia e dei SI dei referendum alla “rete”, attraverso la “rete” nascono e si diffondono fenomeni, persone diventano famose o affermano ancora di più il loro potere mediatico.

Facebook, primo social network entrato in modo così ingombrante nelle vite della maggior parte di noi, più che creare in noi un attaccamento a quel sito in particolare, ci ha resi abituati alla mentalità da social network. Alla possibilità, diventata poi necessità, di sharare qualsiasi cosa, dalle foto delle vacanze allo stato di salute del nostro gatto. E di aggiungere qualsiasi persona, anche quelle che magari ci aspettiamo di non rivedere mai più, ma che non cancelliamo perché “magari torna utile” o “magari poi la rivedo”.

Fine 2010, esce The Social Network, in cui Zuckerberg viene dipinto come il nerd frustrato, il ragazzino cattivo, plagiato da Sean Parker. Avido al punto da tradire gli amici, e talmente sfigato da non riuscire nemmeno a farsi aggiungere su Facebook dalla sua ex ragazza. E le polemiche su questo software che diventa sempre più invadente. Mette il tuo profilo nelle ricerche di Google senza dirtelo, ti rende automaticamente visibile per “amici di amici” senza dirtelo, rende riconoscibile la tua faccia senza dirtelo. E, per estendere ancora di più il suo potere, cerca di allungare i tentacoli sui bambini, ormai così tecnologici (lontani i tempi in cui per sentire un amico gli si telefonava sul numero di casa) ma comunque così ingenui e a rischio in rete. Oltre ai pericoli più gravi, altri rischi comunque seri generati da status postati con leggerezza: persone che perdono il lavoro per un commento, la fidanzata o la moglie per una foto.

Vista la crescita di LinkedIn e Twitter, viene da pensare che comunque le persone vogliano anche delle piattaforme su cui condividere cose più serie: stream di notizie che vadano al di là della salute del gatto di un conoscente visto una volta alla festa dell’amico di una ex (riassunto esasperato di quanto detto sopra, ma son cose vere) o informazioni che possano essere utili in ambito professionale. Laddove Facebook sembra invece diventata un’accozzaglia di pagine inutili e spesso e volentieri becere, e persone di cui in realtà non ci interessa nulla, perché presi dalla foga e da quella che ai tempi ci sembrava una novità, abbiamo aggiunto gente e postato cose senza ritegno. E quando poi ci hanno detto, per lavarsene le mani: “Sveglioni, potete impostare comunque le restrizioni per la privacy, dividere la gente in liste e tante altre belle cose”, era troppo tardi, il danno era fatto, e non avevamo sbatti per ripulire e sistemare.

Forse la soluzione è un jump definitivo, che la gente stanca di Facebook, disattivi il suo account (così, se presa da tentazione, può sempre tornare indietro) o si social-network-suicidi con siti tipo Suicide Machine 2.0, per non lasciare in pasto a Mark nemmeno le proprie ceneri.

Mossa intelligente, quella di Google Plus, di iniziare a inviti, lasciando che la rete si allarghi da sola, con le persone che scelgono chi invitare e in un certo senso iniziando già dalla selezione. Certo, non sarà così per sempre, ma se una cosa è vista come di nicchia, sembra più esclusiva, quindi genera curiosità e fa sentire privilegiati quelli che vi hanno accesso. E non è per la possibilità di creare le famose “cerchie” che Google Plus sembra geniale. Come già detto, le liste di Facebook funzionavano allo stesso modo, allo stesso modo limitavano i privilegi di accesso alle informazioni. In quanto a tutto il resto, condivisione di immagini, video, e il famigerato “+1”, tutto molto bello ma tutto già visto qua e là: alla fine, diciamocelo, non c’è più molto da inventarsi, nemmeno ponendosi come via di mezzo tra Facebook e Twitter, visto che Facebook e Twitter si copiano a vicenda e chi usa sia Facebook che Twitter li usa in modo molto diverso.

Google Plus deve fare leva sul fatto che la gente sia stufa anche solo di vedere il layout del sito di Facebook e voglia “ricominciare” la propria vita virtuale da un’altra parte, magari facendo più attenzione a chi si aggiunge e ai contenuti condivisi: è come quando nella vita vera si dice “Parto e mollo tutto”, ci si libera da contatti scomodi e dai pettegolezzi che ci portiamo dietro da quando siamo ragazzi per le tracce che ci siamo lasciati alle spalle. E si conserva solo quello che ci interessa un po’ di più.

Ecco l’unica speranza di Google Plus per trascinare dalla propria parte la massa. Visto che avere un profilo su entrambi i social network sembra una duplicazione di sforzi, è lecito supporre che se Google Plus prende piede, una persona possa spostarsi definitivamente se riesce a portare sulla nuova piattaforma la maggior parte dei suoi “contatti veri”, e poi cancellarsi da Facebook.

Oltre alla stanchezza generale verso Facebook di un pubblico che forse dopo qualche anno ha bisogno di una novità (così come qualche anno fa si migrò da MSN a Skype per le chat, cosa che magari all’inizio sembrava infattibile), i media aiutano inconsciamente, visto modo in cui Zuckerberg è sempre più spesso additato come “il cattivo” in tempi recenti.  Si è urlato alla censura pochi giorni fa quando si diceva che Facebook ha fatto cancellare l’ad di un informatico britannico che chiedeva di essere aggiunto a Google Plus dalla colonnina in parte a Facebook. E può darsi che l’unione di Facebook con Skype non piaccia perché in effetti non so quanto ci possa interessare o ci piacerebbe potere essere visti in webcam così agevolmente da persone che in realtà abbiamo visto una volta sola anche dal vivo.

Il fatto che Google Plus possa fare centro o no non risiede dunque nelle nuove ed ammalianti features che ci regala, ma in altre ragioni che non si possono prevedere esattamente. Tuttavia, sembra che nelle modalità del lancio, quelli di Google Plus ci abbiano azzeccato. Ma soprattutto sembrano aver calcolato bene i tempi, a differenza di quelli di Diaspora, additato in precedenza come the next big thing ma ancora incompleto.

Magari, semplicemente, sono stati fortunati.

I geek, gli appassionati di informatica e quelli che promuovono la loro attività su ogni tipo di supporto multimediale ci sono già tutti. È da qui che parte tutta la carovana?

Ci vorrà ancora un po’ di tempo per dirlo, ma i primi risultati già si stanno vedendo.