Martina Maffini: poesia e nostalgia

Martina Maffini è una fotografa free lance italiana di 35 anni, trapiantata nella bellissima Parigi, dove arriva dopo un po’ di peregrinazioni nel mondo. Sono proprio questi viaggi, questo cambiamento continuo di paesaggio a essere il soggetto dei suoi scatti e Martina li racconta attraverso occhi capaci di cogliere le luci, i dettagli, i luoghi più poetici, capaci di incantare. Se esiste il colpo di fulmine, è quello che si prova sfogliando certi scatti di Martina. Camere di alberghi, interni che profumano di passato, amici, concerti, fotografie: oggi ne parliano con lei su Enquire.
(La foto che Martina ha scelto per presentarsi è di Giorgio Grappi)

Se dovessi scegliere tre parole per definire la tua fotografia, quali sarebbero?
Nostalgia,  poesia, passato
Come è nato il tuo amore per la fotografia? C’è stato qualcosa, un momento, una fotografia, un artista che ritieni responsabile di questa tua passione o che colleghi alle tue prime esperienze fotografiche? Sei un’autodidatta o hai seguito dei corsi specifici?
Sono autodidatta. Ho iniziato a fare foto seguendo l’esempio di alcuni miei cari amici.

Qual è la tua prima memoria fotografica?
Non so, forse le mille foto di noi (mia sorella ed io) in quegli albumetti che ti davano i fotografi di una volta – foto di formato quadrato, di vari compleanni o vacanze al mare…credo di averle riguardate milioni di volte.
Qual è stata la tua prima macchina fotografica? E adesso con cosa ami scattare?
La mia prima reflex è stata una Yashica 35mm. Poi sono venute varie Polaroid, e adesso scatto con una Rolleiflex o con una Olympus XA2

Nella tua produzione è portante l’uso dell’analogico: cosa ami di questo tipo di fotografia e cosa aggiunge alla composizione formale l’uso della pellicola? Trovi che nell’analogico si trovi una maggiore resa atmosferica e quasi materica?
Uso la pellicola perche mi riesce meglio! E soprattutto perché mi piace il colore e la profondità delle cose che fotografo: mi sembrano più reali. Mi piace comunque l’intero processo: scattare, scattare, non vedere il risultato che dopo una trepidante attesa.
Parliamo ancora della scelta del soggetto: nelle tue fotografie racconti dei tuoi viaggi, dei tuoi luoghi, delle tue radici e dei cambiamenti: fotografare i luoghi e come si trasformano è anche un modo per raccontare di te? Non vivi più in Italia da anni e così ti chiediamo che dato che si dice che il paesaggio sia identità, se è così, tu in quale ti riconosci di più?
Trovo  difficile parlare dei miei sentimenti, ma con le foto spesso ci riesco benissimo. Quando ero più piccola scrivevo sempre quello che facevo perché non volevo dimenticarmi di niente. Adesso sono pigra, però mi piace tenere un diario in immagini. Non so in quale identità riconoscermi, siamo sempre un prodotto di diverse influenze, ognuno conosce le sue.

Dettagli e momenti, spesso i soggetti sono gli interni delle case, appartamenti che con l’ultima luce del giorno, con i raggi che passano attraverso le persiane, sembrano dirci qualcosa di più, svelare emozioni e verità. Quanto senti quest’affermazione vera? E come nascono questi tuoi progetti: sono pre-definiti o si tratta più di work in progress?
Non c’era un’idea predefinita all’inizio: era giusto la volontà di catturare una cosa bella. Poi quando vedi il risultato saltano fuori altre cose che prima non sapevi… Alla fine dietro queste foto ci sono le cose che mi interessano di più. Soprattutto emozioni ed immagini legate al passare del tempo, ma anche curiosità della vita vissuta da altri.
Fotografa anche di musica e festival, Martina ci dici cosa ami di questo modo di raccontare quello che in realtà spetta forse più a un altro senso, quello dell’udito?
Ancora prima della passione per la fotografia, ho sempre avuto quella della musica: sentire i gruppi che mi piacciono dal vivo una delle mie occupazioni preferite. E alla fine se mi capita di fotografare è sempre per caso. L’unica volta che avevo voglia di farci un lavoro è stato per il Festival Beat: con una mia amica, Veronica Mengoli abbiamo fatto uscire una fanzine con Kaugummi Books e una mostra all’Arci Taun.

Un viaggio verso dove? Quale sarebbe il set naturale dei tuoi desideri?
Ah domandone! Ovunque, dappertutto! E anche l’Italia, tutte le regioni.
Parliamo di influenze: artisti, grandi fotografi, registi, film, ma anche musicisti o scrittori che ti hanno segnata.
Non so neanche da dove cominciare: Ghirri, Egglestone, Shore, John Huston e il suo Fat City, mille canzoni e gruppi. Troppo difficile!
Tra i giovani fotografi, chi ci consigli di seguire?
Mi piacd un sacco Yann Gross, poi Iban Ramon, Yosigo, Jukka Reverberi, Ana Kras, Tommy Forbes. E tantissimi altri!

Fino ad adesso qual è stata la tua più grande soddisfazione da fotografa?
Sono molto contenta del progetto che abbiamo con alcuni amici fotografi di Buenos Aires, dove ho vissuto per un po’. Si tratta di una fanzine/rivista, Circulacion, di cui abbiamo già stampato due numeri.
Se le tue fotografie avessero una colonna sonora, quale sarebbe?
Eh eh, cambia sempre! Ogni foto ne ha una (guardate un po’ nel blog!). Sono molto affezionata a Banjo or Freakout: lui ha usato un paio di mie foto per un singolo e una cosa uscita in Giappone e in cambio mi “prestato” una canzone per una mia foto! Però mille altre cose, davvero!

Se Martina fosse un film, quale sarebbe il regista, quali gli attori e la colonna sonora?
Oddio altra domanda da un milone di dollari! Adoro Monte Hellman e John Huston, Marlon Brando e gli Oblivians.

Potete trovare queste e molte altre fotografie sul suo sito www.martinamaffini.com