Un té con Colapesce

Intervistare Lorenzo è un vero piacere. In arte Colapesce, questo ragazzo che porta nella voce e nelle canzoni l’isola da cui proviene – con la sua poetica lentezza, le sue acque pulite, il suo essere meravigliosamente fuori dal tempo – è una delle perle della bella 42 Records. La sua è una poesia del quotidiano, che non può che incantare: l’hardisk pieno di poesie che Lorenzo canta non è che l’equivalente della lettera d’amore su cui l’amata versa qualche goccia del suo profumo.
Da questo inverno è metà di Santiago – progetto che definire musicale è un’insopportabile riduzione – insieme a Alessandro Raina (Amor Fou, Casador): di Santiago Lorenzo dà un perfetto soggetto per film, che vedremmo benissimo come la possibile sceneggiatura per un futuro video, no? Ci confida i suoi nuovi progetti: un album di inediti, uno di cover e infine anche Santiago produrrà intorno a Settembre il primo album. Appuntamenti da segnarsi, per non perdersi questi fiori di lana e di poesia.

La leggenda di Colapesce, l’uomo che per scelta o necessità diventa pesce: una storia dalle molte varianti, qual è la tua? E cosa ti ha affascinato a tal punto da decidere di adottarla come nome?

Della leggenda esistono circa una ventina di versioni, alcune addirittura con tracce greche in un cui l’uomo pesce è considerato il padre delle sirene. Io sono molto legato a quella classica siciliana che vuole Cola in fondo al mare a reggere uno dei 3 pilastri su cui regge la Sicilia, quello messinese logorato dalla lava dell’Etna  – ad esempio la famosa versione riportata su Fiabe italiane di Calvino non rende giustizia alla storia – e poi chiaramente a quella di Angelo Orlando Meloni che l’ha rieditata in chiave ‘pop’ in occasione della pubblicazione dell’Ep.

Mi ha affascinato l’idea di questo ragazzo che sacrifica la propria vita per un ideale, reggere la terra su cui cammina il suo amore, sua madre e millenni di storia. Una sorta di supereroe romantico inviatoci dal mare. Chissà se oggi la reggerebbe ancora.

È passato un anno dall’uscita del tuo EP, sei tracce di rara bellezza.  A un anno di distanza, c’è qualcosa che cambieresti o che è cambiato nel tuo modo di scrivere musica?

Un anno?  «Come passa il tempo» direbbe Vandelli. Dell’Ep non cambierei una nota. Nei nuovi brani l’attitudine è in parte la stessa, però ho sicuramente affinato e ampliato il mio serbatoio semantico. Nel disco s’intravede ancora l’isola in sottofondo, ma non in senso campanilista. Forse adesso la mia scrittura ha più ombre e sfumatura, è più ‘dark’. Si c’è un disco (quasi) pronto.

Scegli di inserire la cover di Leo Ferrè, Niente più, in uno splendido arrangiamento. Se oggi tu dovessi fare un album di sole cover, quale sceglieresti?

Grazie per Niente più, in realtà non ho apportato grandi cambiamenti alla struttura rispetto all‘originale, perciò gran parte del merito resta a Ferrè! Credo che la cover debba essere un‘esperienza pedagogizzante per l’ascoltatore – io per primo molti autori li ho scoperti grazie al rifacimento di una loro cover: gli ultimi arrivati si chiamano Spinvis (coverizzati da Girls in Hawaii) in una splendida Voor ik Vergeet. Un album di cover lo realizzerò davvero! Credo per Dicembre, quindi per ora  accontentati solo dei nomi degli autori e non dei titoli delle canzoni, così rifacciamo l’intervista! Herbert Pagani, Neil Young, Gino Paoli, The National, Rosa Balistreri, Grizzly Bear, Cesare Basile, New Order, Battiato, My Bloody Valentine. Saranno interpretate tutte solo con chitarra e voce, senza orpelli né trucchi.

Quello che colpisce nelle tue canzoni, è una certa poesia del quotidiano, una bellezza delle cose minute, degli hardisk pieni di poesie, un profumo di un’epoca appena passata. Cosa popola l’immaginario di Lorenzo?

Orchestra di puffi a parte, il mio immaginario è popolato da tante cose diversissime che riesco a unire secondo una mia logica. Tu ti starai chiedendo: e qual è la tua logica? Boh, spesso faccio delle scelte di pancia, altre volte rimugino mesi sulla scelta di un vocabolo. In me convivono serenamente l’attitudine punk e la canzone napoletana, il serial tv e il film d’autore, la poesia e le riviste di pesca: accumulo giorno per giorno input che vanno a formare e stratificare la mia poetica che volutamente parte dalla forma canzone “classica”. Spesso quest’ultima risulta più rivoluzionaria di tante altre forme “rivoluzionarie” annunciate con cadenza bimestrale. Sarà bigottismo, ma un endecasillabo fra le mani mi emoziona più della declamazione di liste e parole forti “cacca, cinema pupù, mai più”. Nella scelta delle cover avrai notato una certa trasversalità nei miei ascolti, la cosa si riflette allo stesso modo nella scrittura, soprattutto nelle ultime canzoni. Troverai Ariosto e la medicina alternativa, Machiavelli e Magnolia di P.T. Anderson, gli UFO e le televendite dei coltelli, in una sorta di collage… ti evito “post-moderno” e improvviso un neologismo per Enquire: “Post-armonioso”.

Da un po’ giri l’Italia insieme a Alessandro Raina (Amor Fou), con il progetto comune «Santiago». Come nasce questa collaborazione tra te e Alessandro? E cosa significa «quando musica e miseria diventan cosa sola»?

Con Ale ci lega, oltre una grande stima professionale, una solida amicizia che dura ormai da diversi anni. Il progetto nasce quindi da un affetto e dalla voglia di condividere due nostre grandi passioni: il viaggio e la musica. Abbiamo un taccuino comune dove appuntiamo le varie testimonianze raccolte su e giù per lo stivale sul concetto di viaggio e, forse, a breve pubblicheremo gran parte del materiale. Un po’ come novelli Battisti e Mogol a cavallo, ma senza cavallo (con una fiat qubo dell’avis!) quest’anno fra Gennaio e Febbraio abbiamo affrontato un lungo tour di 25 date che ha toccato un po‘ tutta la penisola.  «Quando musica e miseria diventan cosa sola» è una strofa di chiusura tratta da «Anima latina» dall’omonimo disco di Battisti, però ci sembrava  anche una frase che ben descrive la condizione odierna della musica indipendente italiana.

Guardando i video e leggendo i commenti, si capisce che questo «Santiago» ha un’atmosfera magica, ogni concerto sembra unico. Tra i tanti, qual è stata la data o l’episodio che ricordi più volentieri?

Ogni concerto è unico e cambiamo continuamente la scaletta, sia dei nostri brani originali che delle cover che proponiamo. Di episodi devo dire che ne abbiamo accumulati un bel po’… Ad Arezzo, per esempio, una delle ultime date Santiago, abbiamo suonato a «Rondine cittadella della pace» una sorta di campus universitario che ospita solo studenti esteri di paesi in guerra, (perfetto quindi  il nostro repertorio quasi tutto in italiano!). Ale ha suonato buona parte del prossimo disco degli Amor Fou chitarra e voce (vi assicuro che stanno per partorire una meraviglia) ed io ho improvvisato Battiato e Battisti in poco raccomandabili versioni per loop station. Ne è venuto fuori un bel concerto, abbiamo venduto anche 3 dischi ai Serbi.

Se con gli Albanopower canti in inglese, qua invece scegli l’italiano. Con quale delle due lingue ti senti più a tuo agio?

Siciliano!

Adesso cosa ci aspetta? Quali sono i tuoi progetti? Tour, album e cos’altro?

Vi aspetta il primo disco di Colapesce con 13 inediti. L’ho appena finito di registrare con Giacomo Fiorenza  fra Siracusa/Lecce/Milano/Bologna, una sorta di mini «Loveless» italiano che ammortizzeranno i nostri figli, manca solo il mix. Speriamo esca per Ottobre/Novembre e poi si (ri)parte con un lungo tour invernale. Con Santiago registriamo a Settembre i nostri primi 8 inediti, si tratta di un concept album, ma non ti anticipo altro.

Se Colapesce fosse un film, quali sarebbero gli attori, il regista e l’ambientazione? E se lo fosse Santiago?

Ok, parto con i cast impossibili!: «La leggenda di Colapesce», regia di Federico Fellini con Philippe Noiret, Margareth Madè , Totò e Tony Servillo, ambientato  fra Marocco e Sicilia. La variante è che alla fine  in fondo al mare a reggere la Sicilia  non andrà Colapesce  ma buona parte della classe politica italiana insieme ai mafiosi.

«Santiago: quando musica e miseria diventan cosa sola», regia di Marco Ferreri, con Giacomo Rizzo e Annie Girardot. Ambientato a Cinisi, fra un istituto tecnico femminile e una 127 Sport rosso fuoco. Il vecchio professore di Filosofia, Gaetano Ciccorìa, cerca di ammaliare la giovane allieva diciottenne Mary Castrogiovanni mettendosi a sua disposizione per farle da autista con la sua mitologica macchina. La scena è sempre la stessa: lei sale nella fiammante 127 del prof.,  lui durante i tragitti (dolcevita azzurrino, capello cerato e pino silvestre come se piovesse) esce dal cruscotto sinistro una compilation in cassetta: lato A vecchia musica italiana, lato B i classici del Jazz . Lei inizialmente è restia alle avance di Ciccorìa ma alla fine cede, s’innamora e fuggono insieme in Patagonia. Lei lascia uno sterile biglietto sul comodino della madre «Cara mamma, Ciccorìa mi ha iniziato al Jazz, a De André e alla pittura fiamminga. E‘ giusto che un uomo così vecchio e solo chiuda il cerchio della sua umile esistenza con la carne giovane e fiammante di una ragazza che può accompagnarlo diritto alle porte del paradiso. Salutami papà».

FINE (e parte «La canzone dell’amore perduto» di Faber)

Ringraziamo di cuore Lorenzo e vi rimandiamo su Bandcamp , dove potete leggere anche la versione pop della leggenda di Colapesce, firmata Angelo Orlando Meloni.