La catarsi di Marilebone

MariLeBone nasce a Torino nel pieno degli anni ’80 e prosegue la sua crescita nella nebbiosa e desolata landa biellese.
Studi classici sulle spalle, a diciannove anni vola a Londra dove vive e si scopre per dodici mesi densi di evoluzioni.
Tornata in Italia, sceglie Torino come casa dove studia e lavora. Attualmente risiede nomade nel grigio Piemonte e procede imperturbabile nella sua ricerca interiore di altri mondi esplorabili grazie alla visione fotografica.

La fotografia per te è?
Una catarsi, il modo che imbraccio per ripulire il mio dentro dal mio fuori.
La tua prima memoria fotografica?
Il cielo. Ho sempre adorato catturare le nuvole. Livide. Quando ho iniziato a scattare avevo sempre l’azzurro plumbeo riflesso negli occhi.

Come ti sei avvicinata alla fotografia?
Prima è stata la scrittura, poi la pittura, poi la fotografia. Un percorso spontaneo, come mettere un piede davanti all’altro mentre cammini. È un bisogno di esprimere sé stessi e il proprio tempio interiore.
La tua prima macchina fotografica?
Ereditata da mamma, una Nikon F-801 direttamente dagli anni ’70.
L’ultima?
Una lomo action quattro scatti di plastica infima. Ma scatta da dio.

Che rapporto hai con il digitale?
Pessimo. Ma ne dipendo, uno status comune all’80% delle persone che scatta. E’ immediato, istantaneo e meno dispendioso. Ma il mio cuore resta a pellicola, immerso nella camera oscura, tinto bianco e nero.
Da fotografare: meglio un corpo femminile o maschile?
Un corpo femminile androgino, con ossa in bella vista e pelle lattea.

Se esistesse il nobel per la fotografia tu a chi lo daresti?
Credo a Duane Michals: un visionario rivoluzionario.
Un fotografo italiano che stimi particolarmente?
Ho un amore folle per Vanessa Beecroft. Nulla di spiegabile razionalmente: i suoi corpi – manichino, il suo inconfondibile rosso parlano alla mia pancia e al mio sangue.

La soddisfazione più grande da fotografa?
Creare “altro” dal vero. Estrapolare il reale e dargli un nuovo senso, una nuova vita. E insieme a questo, il riuscire a provocare, suscitare, stimolare fino all’emozione, positiva o negativa che sia.
Delusione invece?
Il perfezionismo porta a sentirsi costantemente delusi perché si crede di poter sempre fare di più.

I peggiori 50 euro della tua vita?
Tutte le volte che in passato sono entrata in un locale per bombardarmi le orecchie di “musica” che tale non può essere definita. E il cuore di spettacoli agghiaccianti, che avrei pagato volentieri 50 euro per restare nell’ignoranza.
Se la tua vita fosse un film, quale ti piacerebbe che fosse?
Da fricchettona quale sono, non posso che dire “Almost Famous” di Cameron Crowe.
Un viaggio, dove?
In Scandinavia per respirare il freddo e l’aurora boreale. In India per respirare la mia spiritualità delicatamente sopita.
Un film, un libro e una canzone.
Questa è ardua. Non posso sintetizzarmi in sole tre cose. Sono troppo e nulla. Però voglio stare al gioco quindi ci tento. Da brava figlia di Tim Burton, mi sento in dovere di citare un suo film, “Big Fish” che mi ha accompagnato nei lunghi pomeriggi uggiosi londinesi. Il libro è quello che mi scorre nel sangue da talmente tanto tempo che è riuscito a “entrarmi dentro”: “Destroy” di Isabella Santacroce. La canzone è “She’s lost control” dei Joy Division,  perché Ian Curtis la cantò per me senza saperlo.
Una cosa che vorresti dire, ma che non ti è stata chiesta?
Forse ho già detto anche troppo.

Ringraziamo tanto MariLeBon per la disponibilità e vi invitiamo a visitare il suo Flickr.