Le Pillole di Stefano

Un blog, un punto di vista.
La visione speciale di Stefano Guerrini, caporedattore moda della rivista Made With Style, curatore del sito www.webelieveinstyle.it, docente presso lo IED di Milano e coolhunter. Una personalità poliedrica e curiosa, attenta alle novità, scopritore di giovani e talentuosi creativi. All’interno del suo blog da sfogo a tutte le sue passioni in piena libertà portandoci all’interno delle sfilate, delle fiere e degli eventi più interessanti dove la moda si presenta in abbondanza mentre lo stile (quello vero) si manifesta in pillole, solo per gli occhi più attenti. Abbiamo fatto due chiacchiere con Stefano per scoprire il suo percorso professionale, le sue opinioni sul mondo del web 2.0, senza tralasciare le tendenze e i progetti futuri.

Partiamo da te, sei laureato in medicina. Vero?

Sì, laureato in Medicina e Chirurgia e specializzato in Psicoterapia.

La moda che posto occupava mentre ti specializzavi? Eri già appassionato oppure è arrivata dopo?

La moda non è stata un fuoco sacro apparso in età infantile. Non posso dire, come altri, di essere cresciuto in una sartoria o cose così. Sono sempre stato un ragazzino attratto dall’immagine. Da bambino mi piazzavo davanti ai film di Hollywood e rimanevo affascinato dallo stile degli attori dei musical, come Fred e Ginger, o da quelle commedie tipicamente anni trenta, ad esempio ‘L’Uomo Ombra’ dove i due protagonisti cambiano abito in ogni scena. Crescendo, da adolescente, sono rimasto affascinato da quegli idoli musicali che facevano dell’estetica un punto importante del loro lavoro, quindi i Duran Duran, Boy George, Madonna e così via. Ho la fortuna di essere curioso e da sempre attratto dai link e da questi personaggi al farmi una cultura in tanti campi mediatici il passo è stato breve, ma non mi era chiaro che la moda potesse diventare un lavoro, divenne una passione. Compravo i giornali dove c’era Yasmin, la modella moglie di Simon Le Bon, da lì mi sono appassionato alle supermodel, poi è arrivata la passione per Versace e Dolce & Gabbana.  Ancora però non mi era chiaro il ruolo della moda nella mia vita. Ho fatto l’università, ma durante gli anni di studio la moda è diventata un sogno, una valvola di sfogo, una passione fortissima, il mio rifugio. Scappavo a Milano e andavo a intrufolarmi in fiera, fermavo le top per farci insieme una foto. Pian piano ho iniziato a fare un po’ di styling come passatempo e durante il servizio civile degli amici, che scrivevano di cinema su giornali locali, mi incitarono a fare lo stesso con la moda e da lì tutto è partito…

Ti sei specializzato in psicoterapia. Nella moda confluiscono moltissime cose, dal punto di vista semiotico, visivo, figurativo e sociologico. Hai mai provato ad applicare i tuoi studi alla moda?

Uh no. Ammetto che no, se non a livello molto superficiale. A volte guardando una persona è facile interpretarla e capire lati del suo carattere, perché dici molto di te da come ti vesti. Faccio un esempio su di me: io ho una fisicità molto imponente quindi ho difficoltà a vestirmi e non sempre vado d’accordo col mio corpo. Spesso indosso il gilet sopra la camicia. Per me il gilet è un modo per essere meno nudo, per coprirmi di più, anche in estate quando dovrei scoprirmi. Idem con i foulard maxi o le sciarpone, sono un modo per camuffarmi di più, per coprire un corpo con cui appunto ogni tanto litigo. Oppure, uso sempre molti monili, soprattutto spille, collanine e cose così che non sono altro che un modo non tanto per essere eccentrici, ma per rimanere legati ad una adolescenza che non voglio abbandonare. Come vedi è facile psicoanalizzare una persona anche solo da alcuni tratti distintivi del suo stile e mi capita spesso di fare pensieri di questo tipo guardando gli altri, ma farne qualcosa di più da un punto di vista professionale, direi di no.

Dicevi che la moda si è trasformata da passione a professione in modo graduale e progressivo. Qual è stato il tuo primo impiego nel campo?

il primo in assoluto: scrivere di moda per un giornale locale. Per quel giornale intervistai Angelo Caroli di A.N.G.EL.O., gli piacque il mio lavoro e iniziai a collaborare con lui. Il primo compito veramente importante fu la collaborazione con una rivista free che si chiamava L@bel, che poi diventò un trimestrale in inglese in edicola anche all’estero ed io ne ero il fashion director. Parallelamente collaborai per un po’ con Antonio Mancinelli per Donna.

Poi sei diventato docente dello IED, com’è stato il tuo percorso?

Mandai un mio cv a quello che era all’epoca responsabile Master in Fashion Communication dello Ied, Tommaso Basilio. Mi chiamò perché un docente aveva rinunciato ad una docenza. Era fashion publishings. Dovevo parlare dei giornali di moda. Io che colleziono giornali, che arredo coi giornali, che conosco a memoria i nomi di chiunque scriva o lavori nei giornali e che all’epoca avevo in affitto una casa per tenerci tutti quelli che negli anni avevo comprato. Era il lavoro per me! Ringrazio ancora Basilio di avermi offerto quel primo lavoro. E poi l’insegnamento è stata una scoperta. Parlo di cose che mi appassionano, e penso di trasmettere tutta questa passione, poi il rapporto coi ragazzi è  stato molto bello, sono sempre orgoglioso di loro quando ottengono importanti traguardi, alcuni sono designer, alcuni lavorano nell’ambito delle pr o dei giornali, li incontro spesso e sono sempre contento di vederli. Nel tempo questo mestiere ha insegnato molto anche a me. In primis il fatto di dover parlare in pubblico e a volte in inglese. Scherzando dico spesso che in un’altra vita ero un entertainer, perché non pensavo mi sarebbe piaciuto così (che egocentrico!). Poi relazionarsi a ragazzi, spesso stranieri, ti mantiene la mente apertissima, sul mondo creativo, anzi sul mondo in generale.

Ora parliamo del blog: lepilloledistefano. Cosa ti ha spinto ad aprilo? Hai collaborato con Velvet, sei caporedattore di MADE WS, non ti bastava la carta stampata?

Spesso le cose che faccio nascono da un impulso che io chiamo i miei 5 minuti di nervoso, quindi in sintesi momenti di frustrazione; altri si andrebbero a fare un giro, io mi devo mettere a fare delle cose. Lepilloledistefano era una newsletter. Che iniziai a mandare a 4-5 amici, che poi divennero 150. Iniziai a farlo perché volevo raccontare cose legate alle mie passioni, che non riuscivo a tirar fuori nelle collaborazioni che avevo. Da lì è nato un sito che ha avuto vita breve, volevo tempi più veloci, scrivere al volo, parlare di me e di quello che mi piace, come se prendessi su il telefono e lo dicessi ad un amico. Per scherzo, ero al telefono con una delle mie più care amiche, complice spesso di queste cose, e parlavamo di questo mio desiderio e ci siamo detti: Ma sarà difficile aprire un blog? e io stando al telefono con lei ne ho aperto uno, più veloce di così! Poi la cosa si è ingrandita.

Quindi aprire lepilloledistefano è stata una valvola di sfogo?

Sì, direi di sì, ovviamente non casuale perché se no avrei aperto un blog di caccia e pesca. Direi che è stata la voglia di comunicare il mio mondo, le mie passioni, condividerle e scoprirne di nuove che mi ha dato l’impulso. Anche perché un blog così se lo fai seriamente ti spinge ad informarti e scoprire personaggi, così come il lavoro della moda è per me un link continuo, una scoperta continua.

Parlando più in generale, come secondo te il blog, un mezzo cosi immediato e personale, ha influenzato la moda e l’approccio verso di essa?
Allora, velocità e democrazia sono due punti importanti. Il mezzo è veloce e può raggiungere platee vaste in poco tempo, amplificare un segno, un messaggio, una immagine. In più non si deve studiare, imparare, essere un insider, per dire la propria, questi sono i pregi, ma anche i difetti. In sintesi chiunque può fruire della moda grazie al web, chiunque può dire la sua, esprimere opinioni e questo per forza influenza la moda, perché può creare seguito, sottolineare pregi e difetti, pubblicizzare un volto o un’immagine e in tempi velocissimi. Però come ti dicevo il pregio è anche il difetto: a volte chi usa questi mezzi diventa vittima e carnefice di un sistema. Bisogna essere informati e avere un carattere ‘formato’ per non rimanere ‘schiavi’ del meccanismo. In sintesi mi chiedo: molti dei personaggi che si sono imposti grazie alle foto che si fanno o grazie ai commenti acidi che fanno e così via, da qui a dieci anni (se non sono abbastanza smart, se non studiano, se non sanno rinnovarsi, se non sanno fare altro) dove saranno?

Sia chiaro, io non condanno nessuno, non ho disistime o invidie, sono molto pacifico e per il vivi e lascia vivere. La mia è solo un’osservazione motivata da fatti imprescindibili.

Data la velocità dei cambiamenti, soprattutto nel mondo del web, quello dei blog è un fenomeno ormai in fase di superamento che dovrà per forza modificarsi, se non cambiare totalmente soppiantato magari da altro. Secondo te che cosa verrà dopo il blog? O meglio, ai blog cosa accadrà in futuro?

Sicuramente ci saranno webzine che assolutamente si attrezzeranno di video e di metodi sempre più efficaci nel comunicare e nel proporre esperienze, fenomeni esperienziali. Se potessi leggere nel futuro sarei miliardario, certo è che adesso la comunicazione  è imprescindibile dal web e chi non vive il web in questo modo è destinato a cadere. In Italia siamo vecchissimi in tal senso, conta che ancora ora il web accoglie poca pubblicità, quando lo guardano tutti…

Parliamo un po’ di tendenze. Spesso punti la lente su dettagli visti per strada, definendo da questi una tendenza. Quali saranno quelle del futuro? Non andiamo troppo lontano, parliamo della stagione invernale in arrivo.

Per lei una sorta di bon ton with a twist. Penso a Givenchy, dove le proposte sono molto basiche (per intenderci gonna al ginocchio e maglioncino), ma virate in modo forte da stampe o trasparenze, anche le proporzioni e i volumi sono nuovi, prendono molto da altre epoche (gli anni 40 di Miu Miu ad esempio) ma li trasportano in una dimensione atemporale che diventa contemporanea. Poi abiti confortevoli, che accarezzano il corpo e non lo costringono. Per lui adoro la tendenza che si è vista anche per la primavera estate 2012 della pochette o comunque della borsa a mano e per la prossima stagione bisognerà avere un impermeabile sempre e comunque. Mentre non sono così sicuro di desiderare per me una gonna, come visto sulle passerelle uomo a Parigi, ma l’immagine è sicuramente forte e accattivante.

Hai visto le sfilate. Quale ti è piaciuta di più?

Le sfilate uomo p/e 2012? Io amo Prada, sempre e comunque. La signora Miuccia è una voce potente e fuori dal coro, che poi diventa ispirativa per molti altri. Mi emoziona sempre, perché c’è ricerca e cultura nel suo lavoro. Poi, di quelle che ho visto io, mi è piaciuta Neil Barrett. A Parigi adoro Givenchy, ma mi è piaciuta molto anche quella di Raf Simons.

Veniamo alle domande finali.
Sei stato intervistato da molti. Qual è la cosa che nessuno ti ha mai chiesto?

Sai che questa è una domanda difficile?
Nessuno mi ha mai chiesto, molto banalmente, chi vorrei intervistare o conoscere che non ho mai conosciuto/intervistato. La risposta è che vorrei incontrare Madonna, ma ho paura di rimanerne deluso. Dicono che non bisogna incontrare i propri idoli. Mi piacerebbe molto conoscere/intervistare Karl Lagerfeld e Marc Jacobs, ma in questo caso ho il terrore  che me la farei sotto.

Cosa c’è nel futuro di lepilloledistefano e di webelieveinstyle?

Sicuramente inizierò a mettere più redazionali, sia sulle pillole che su webelieveinstyle. Vorrei ripetere l’esperienza del Pop Up fatto con webelieveinstyle e dedicare più tempo ad entrambi. Anzi invito gli illustratori a farsi vivi, perché di spazio negli style sketch ce n’è sempre. Guarda le idee sono tante, non so se hai visto anche TheStyleGame su webelieveinstyle, che ha subito una piccola battuta d’arresto e adesso riprenderà, ci sono però molte altre cose in ballo. Come dico sempre io: Stay Tuned!
Foto credits: Gianluca Mazza e Simone Sbarbati