Villalobos e Loderbauer: Re:ECM

Da qualche anno c’è una strana moda nel versante più intelligente e colto del mondo della musica elettronica: pescare a piene mani dalle registrazioni di etichette storiche della musica colta e contemporanea. Il momento di gloria, se così le possiamo definire, l’hanno avuto nel 2008 Moritz von Oswald e Carl Craig con il loro “Recomposed By”, prodotto dalla Deutsche Grammophon e che prendeva della storica etichetta di musica classica le registrazioni di alcune esecuzioni di Maurice Ravel (“Bolero”) e di Modest Mussorgsky (“Quadri da un’esposizione”) per – come suggerisce il titolo – ricomporle in un flusso musicale elettronico. Non era un’operazione nuovissima, per la verità, poiché si trattava del terzo volume della serie. Ma l’interesse suscitato è stato così elevato sia a livello musicale che, soprattutto, commerciale da far sì che nel 2010 sempre la Deutsche Grammophon ripetesse l’esperimento, questa volta con Matthew Herbert. Il quale ha spinto ancor di più il piede sul pedale della destrutturazione degli originali, giocando anche sugli ambienti di riproduzione delle registrazioni. Il risultato è stato la ricomposizione della Sinfonia no.10 di Gustav Mahler, la cosiddetta “incompiuta”, come quarto volume della serie.

Visti i precedenti, hanno probabilmente pensato di provarci anche Ricardo Villalobos e Max Loderbauer, questa volta uscendo dai territori musicali più strettamente classici e andando a pescare dal catalogo di una delle etichette più naif della musica moderna: la ECM – Edition in Contemporary Music, crocevia discografico di jazz, musica contemporanea, ambient e musiche dal mondo. Un’etichetta che negli oltre 40 anni di attività si è costruita almeno due tipi di estetica. Una musicale, per via della produzione e dei suoni tanto cristallini da essersi nel tempo praticamente standardizzati (si parla sempre più spesso di “suono ECM”). E una visuale, con il layout delle copertine, raffiguranti splendide fotografie o opere d’arte, nonché la presenza nel libretto di lunghe note e talvolta di brevi saggi.

Il risultato è contenuto in questo doppio Re:ECM, prodotto dalla stessa ECM e benedetto dal boss incontrastato della label Manfred Eicher. La produzione è stata piuttosto naturale, dal momento che Villalobos stesso ha dichiarato già in passato di utilizzare frammenti di dischi ECM (di cui è un ammiratore) nei suoi spettacoli dal vivo. Il problema – hanno ammesso i due musicisti – è stato quello di trovare nei dischi selezionati le parti che meglio si adattavano al lavoro. Non potendo infatti contare sulle tracce separate delle registrazioni originali (lavoro che avrebbe allungato i tempi e causato, probabilmente, qualche impiccio burocratico), la selezione delle musiche è dovuta necessariamente cadere su parti “isolate” e nelle quali spiccassero una singola voce o un singolo strumento.. Ampio lo spettro di dischi selezionati (si va da Paul Giger a Miroslav Vitous, da Christian Wollumrød a Paul Motian) e punto dal quale far partire il progetto individuato in “Tabula Rasa” di Arvo Part e nelle registrazioni di Alexanider Knaifel.

Intenti interessanti, risultato purtroppo al di sotto delle aspettative, anche per una questione di lunghezza. Durante tutto il lavoro manca infatti qualunque spinta ritmica che spezzi un po’ i tempi dilatati, il che era anche facilmente intuibile dalla scelta delle registrazioni ECM, quasi sempre provenienti dagli ambiti contemporanei e “fourth world”, raramente da quelli più spiccatamente jazz. Qualcosa di tribale si sente in “Reannounce”, brano costruito con le registrazioni di “L’imperfait des Langues” di Louis Sclavis, mentre una parvenza di ritmo spezzato, quasi fosse uno swing impazzito e tenuto in sordina, lo troviamo in “Reshadub” (che riutilizza parti di “Ignis” di Paul Giger). Ma non basta per evitare un frullato discografico in cui le due parti – quella elettronica di Villalobos e Loderbauer e quella “analogica” delle registrazioni della label tedesca – corrono parallele ma spesso mancano l’obiettivo prefissato: risultare complementari a livello frequenziale, con le parti analogiche che aggiungono tessuti fondamentali che mancano a quelle digitali. Si ascolta invece un tappeto quasi ambient, costellato qua e là da saltelli glitch, da innesti strumentali analogici e da qualche rara voce. Suggestivo per la prima mezzora, dopodiché le ottime premesse danno vita a un quadretto che sa di stucchevole. Come alcune tra le copertine dei dischi ECM.