Roddy Woomble, il poeta delle highlands

My dreams would change over centuries if I had a thousand lives to chose from.
But we don’t change what we don’t see, because we affect each other endlessly.

Con queste parole iniziava il primo disco solista di Roddy Woomble, My Secret is My Silence, uscito nel 2006. La copertina lo ritraeva proprio come ce lo saremmo immaginato ascoltando le sue canzoni: seduto in mezzo a una natura sconfinata e non troppo ospitale, capelli lunghi, spettinati, arruffati sotto un cappello di lana, gli occhi buoni e l’aria di chi di pioggia ne ha vista cadere e presa tanta.

Nato ad Ayrshire, Scozia occidentale, nel 1976, Roddy, sballottato dalla sua famiglia in giovane età tra Francia, Inghilterra e America, decide poi di studiare fotografia a Edinburgo, dove si trasferisce nel 1995. Durante gli anni dell’università diventa parte degli Idlewild, prolifici autori di sei album.

Con gli Idlewild si scoprono le sue venature più rock, ma nei lavori solisti emerge il Roddy più vero, che peraltro già impreziosisce le lyrics di molti pezzi del gruppo. Le sue canzoni ci parlano di terre senza porti a cui ci si avvicina per trovare la strada di casa, viaggi in barca, sguardi puntati verso l’oceano, mattine d’inverno. Pare di vederlo, con addosso una camicia a scacchi e i capelli disordinati, alla finestra di uno di quei cottage delle highlands scozzesi, mentre guarda l’acqua ferma di uno di quei laghi freddi e scrive su un quaderno le sue frasi bellissime che talvolta, ma in modo delicato, mai troppo esplicitamente, parlano di  amore, non sappiamo per chi.

Ci piace forse pensarlo innamorato di qualche divinità da saga celtica, come da saga celtica sono gli echi che si ritrovano in molte delle sue canzoni. Soprattutto in quelle dell’album Before the Ruin, del 2008, realizzato in collaborazione con John McCusker e Kris Drever. Un disco capace di portarci dentro un pub anglosassone se, indossate le cuffie, chiudiamo gli occhi.

In questi giorni è stato presentato il video di Leaving without gold, secondo singolo tratto da The Impossible Song and Other Songs, uscito nella primavera del 2011. Nel video una ragazza balla: in discoteca, in casa, in un parco, in una palestra, coi capelli raccolti e con un vestito da ballerina di danza classica. Già dall’inizio della traccia uno sembra che con questo ultimo disco Roddy sia ottimista e abbia voglia di divertirsi, stessa impressione che ci aveva dato l’ultimo disco degli Idlewild (Post Electric Blues, 2009). Le uniche tre canzoni di The Impossible Song che non avrebbero stonato in My Secret (che secondo i fan resta comunque più bello) potrebbero essere Tangled Wire, Work Like You Can e Between the Old Moon. Forse è difficile accettare canzoni allegre da Roddy, la verità è che nonostante ci sia un’ombra triste nei suoi occhi, deve essere uno che sa trovare la felicità nel leggere un libro su una barca in uno dei pochi giorni di sole che la Scozia regala, o anche correndo a casa sotto la pioggia, di ritorno dagli studi di registrazione, dopo una birra al solito pub con il suo gruppo di ottimi musicisti.

È con loro che Roddy si è presentato a Londra, il 27 Marzo, in una cornice quanto mai adatta a lui: la Union Chapel di Islington. Che è allo stesso tempo un locale per concerti, una chiesa attiva, e un centro di recupero per homeless. Qui, in un’atmosfera più che suggestiva, ha alternato canzoni del nuovo album con vecchi successi (sia della sua esperienza solista, sia del suo passato con gli Idlewild), stando sempre seduto, dando l’impressione di essere anche timido, salvo un paio di monologhi e battute nel suo strettissimo accento scozzese.

Fascinoso poeta delle highlands, colonna sonora ideale per viaggi in terre dove nonostante il mare e il verde, il clima è avverso e il cielo promette sempre pioggia. Ciò non vuol dire che non possiamo ritrovarci nelle sue parole durante uno qualsiasi dei nostri rientri a casa sui mezzi pubblici, nelle nostre città dal traffico infinito.

D’altra parte, good songs can always be sung to the tune of other songs.