Il calore di Sofia Minetto

Sofia Minetto, studentessa e fotografa udinese, ha appena ventuno anni ed è una vera scoperta. Conosce i colori caldi della Valencia che l’ha ospitata per sei mesi e la densità della nebbia del Nord. Sofia si rivela un’ottima osservatrice delle quotidianità, raccoglie attese e atmosfere, stati precari che imprime sulla pellicola, c’è qualcosa di corporeo, di sospeso nei suoi scatti, di incantevole.
In attesa di nuovi lavori, facciamo due chiacchiere con Sofia.

Se dovessi usare tre parole per descrivere la tua fotografia, quali sarebbero?
Direi intima, quotidiana, in un certo senso casuale.
Come ti sei avvicinata alla fotografia? Hai seguito corsi specifici o sei un’autodidatta?
È successo in modo assolutamente casuale, non ho ricordi precisi. In parte è stato anche per imitazione: guardavo delle immagini, mi piacevano e l’unica cosa che pensavo era che avrei voluto anch’io vedere e ricordare quelle cose.

Qual è la tua prima memoria fotografica?
Una foto scattata da mio padre a un bambino che faceva il clown ai semafori in qualche Paese dell’ America Latina.
Dall’analogico al digitale, quali sono le tue macchine? In base a cosa scegli con cosa scattare, quali sono, cioè, le caratteristiche che ami di ciascuna?
La maggior parte della volte uso una Canon AE1 Program, perché mi fido e mi piace tutto di lei. Ho un paio di Polaroid (una Sx-70 e una Colorpack) che penso siano adatte soprattutto a determinate ‘situazioni’, tant’è che  molte volte me le porto in giro inutilmente. Il digitale mi è un po’ venuto a noia, ma a volte per comodità uso una Eos 500d  con l’obiettivo della mia vecchia Zenit e i colori mi sembrano tutti più vivi.

Hai trascorso diverso tempo a Valencia e anche là hai continuato a sperimentare: come credi che abbia influito la vita altrove, la diversità di orizzonte, nella tua fotografia?
Credo che vi abbia influito nella misura  in cui ha influito sulla mia vita. Provavo un misto di repulsione e curiosità, verso il vivere là e verso la fotografia allo stesso modo. Per non parlare delle solite cose come la nostalgia, il doversi arrangiare e la solitudine. A livello più tecnico invece, devo ringraziare la crisi del mercato immobiliare spagnolo, che mi ha permesso di avere una stanza con bagno privato da poter trasformare in camera oscura a un prezzo davvero modico.

Scegli una fotografia intimistica, volta verso la contemplazione e l’esaltazione di particolari quotidiani, di quello che normalmente si perde. Una fotografia che coglie il sospeso, il non detto. Trovi che questo sia una tua firma distintiva, un carattere consapevole e personale?
A volte trovo  le mie foto un po’ troppo incoerenti e poco meditate, dimenticandomi di tutte le volte in cui perdo minuti su minuti a decidere un’inquadratura per poi perdere la luce, la situazione o l’atmosfera che volevo catturare. Cogliere il sospeso è difficile, parlare di contemplazione suona molto meglio, ma mi piacerebbe riuscire a fare entrambe le cose in modo non aleatorio.

Qual è stata la tua più grande soddisfazione da fotografa e quale la tua più grande delusione?
Di soddisfazioni ce ne sono tante e anche la più piccola, come qualche parola altrui o riuscire a realizzare un’idea, a me sembra enorme. La delusione, banalmente, direi il primo rullino che ho provato a sviluppare (anche se ora a ripensarci mi viene quasi da ridere).
Hai progetti legati alla fotografia nel tuo futuro?
Certo, ho parecchie idee che però tengo super segrete nella paura di non riuscire a realizzarle tutte. Oltre a questo c’è in programma qualche nuovo video per i miei amici Superegos (www.vimeo.com/thesuperegos).

Quali sono le tue ispirazioni, quali i fotografi, registi, artisti che hanno influenzato il tuo gusto?
Ci sono delle immagini che ricordo sempre: da quelle degli album di famiglia ad alcune foto di Henri Cartier-Bresson scattate in Spagna, dalle performance di Gina Pane che guardavo sul libro di storia dell’arte ai ritratti di Diane Arbus. Tuttavia l’ispirazione dipende soprattutto dalle cose che vedo intorno a me, da come mi sveglio la mattina, da quello che capita durante la giornata, dalla musica che ascolto in un determinato periodo, dalle foto che guardo. Sono molto influenzabile.
Fotografi da tenere d’occhio: chi ci consigli?
Tra i tanti, scelgo una italiana e una spagnola: mi sono rimasti impressi in testa lo sguardo sulle città di Sara e i ritratti e paesaggi di Gema.

Se Sofia fosse un film, chi sarebbe il regista, quali gli attori, quale la colonna sonora?
Mi andrebbero benissimo un regista e degli attori ancora sconosciuti. Ma in sottofondo vorrei Brian Eno.
Se potessi scegliere un set ideale per le tue fotografie, quale luogo, quali caratteristiche avrebbe?
Mi piacerebbe un prato con l’erba altissima al tramonto, o una scogliera sull’oceano, o una strada deserta nel cuore di una città, o un salotto con la luce del pomeriggio che filtra dalle persiane.
Sofia in un film, un libro e una canzone.
Domanda difficilissima. Il mio film non l’ho ancora trovato; il libro direi Il grande Gatsby perché è il mio preferito, la canzone Especially me dei Low perché è uscito da poco l’album e la ascolto moltissimo.

Ringraziamo Sofia e le facciamo gli auguri per il suo futuro (fotografico e non). Vi consigliamo di sfogliare il suo Flickr, con tanti altri suoi scatti.