File sharing: Goldsmith vs Cutler

Da una quindicina di anni gli ascoltatori di musica devono fare i conti con la rivoluzione digitale che, in un modo o nell’altro, ha cambiato radicalmente le abitudini musicali di tutti.
A dire la verità, in una cerchia ristretta, la cosa si era già verificata: i più smanettoni tra i primi navigatori di internet già si scambiavano file musicali tramite FTP e newsgroup. È, però, dall’avvento di Napster in poi che proprio tutti hanno iniziato a prendere confidenza con un nuovo modo di vivere l’esperienza musicale.
Al di là degli aspetti sociali e di cambiamento (in meglio o in peggio) delle abitudini degli ascoltatori, sono stati soprattutto il punto di vista economico e l’impatto che il file-sharing ha avuto sul mondo della discografia a tenere banco nei dibattiti. L’impressione più comune, e forse la più ovvia, è quella di ritenere che il problema colpisca solamente due settori musicali: quello commerciale e quello di tendenza. Nel primo caso chi scarica fa parte del pubblico “occasionale”, che non nutre particolari interessi nella ricerca di musica nuova e si accontenta di ciò che i media radiotelevisivi trasmettono. Il pubblico di tendenza, o alternativo, o “indipendente”, è invece composto in larga maggioranza da giovani, magari cresciuti già nel mondo digitale e che trovano del tutto naturale cercare in rete e scaricare gratuitamente ciò che in negozio pagherebbero caro – ad eccezione dei casi in cui si fidelizza il rapporto tra l’ascoltatore e l’artista, rapporto tanto più saldo quanto più si scende a livelli underground.
È invece fin da subito passata l’idea che chi segue le nicchie musicali (ci riferiamo, per farla breve, agli ambiti sperimentali, colti o jazz) non rechi danno a quella specifica industria poiché scarica molto meno, e anche quando succede, nella maggior parte dei casi si tratta di un’azione propedeutica all’acquisto. Questa impressione è basata su vari fattori: la difficoltà di reperimento di certi titoli si traduce anche nella scarsa possibilità che poi questi girino in rete; l’abitudine di passare una certa quantità di tempo in un negozio di dischi alla ricerca di nuova musica; il feticismo che, in misura più o meno maggiore, colpisce chiunque sia interessato alla musica anche come prodotto culturale (e non di mero consumo); non ultimo un cenno di audiofilìa che porta sempre a preferire il disco originale al suo equivalente compresso (e la cosa si verifica, curiosamente, anche in quei mondi musicali caratterizzati da produzioni lo-fi).
Anche per questi motivi ha fatto scalpore un dibattito scatenatosi recentemente sulle pagine di The Wire – Adventures in Modern Music, una delle riviste più autorevoli nel campo della musica moderna.
Protagonista Kenneth Goldsmith, personaggio eclettico, poeta americano e mente dietro il progetto UbuWeb, sito internet dedicato alle musiche sperimentali e alla messa in rete di file musicali provenienti da dischi per la stragrande maggioranza fuori catalogo, quindi non reperibili sul mercato, nonché da registrazioni di ambito televisivo/radiofonico e etnomusicologo. Nel numero 327 (Maggio 2011), all’interno della rubrica “Epiphanies”, che ogni mese ospita il racconto delle folgorazioni musicali di musicisti, scrittori o addetti ai lavori, Goldsmith ha infatti dichiarato che l’ultima e più importante sua epifania musicale è stata quella di aver scoperto il file-sharing. Nei sei punti in cui è suddiviso il suo pezzo, ha elencato una serie di argomenti che hanno suscitato scalpore, soprattutto perché provenienti proprio da un rappresentate di quel target di ascoltatori e di appassionati che si suppone fortemente interessato alla musica e quindi anche al foraggiamento della sua industria.
L’inizio è sorprendente: “Di tutte le epifanie musicali nessuna può battere quella di aver scoperto Napster per la prima volta” – esordisce Goldsmith – “è come se ogni negozio di dischi o ogni bancarella dell’usato nel mondo fosse indicizzata in un database dal quale portar via gratuitamente quanta più roba possibile”. Con risultati sbalorditivi anche a livello sociologico, poiché da questo primo passaggio emergono due aspetti importanti. Il primo è che anche nella cerchia di appassionati di musica d’avanguardia i gusti sono eclettici, e condividendo la propria libreria non si ha paura di accostare John Cage a Mariah Carey. Il secondo è la perdita d’interesse nella contestualizzazione della musica: a nessun ascoltatore-scaricatore, afferma Goldsmith, interessa più sapere da quale disco proviene il brano, né in che anno è stato inciso. La prova? Ha scoperto che alcune registrazioni pubblicate su UbuWeb di Get Out Of My Mind, Get Out Of This Room, un mantra di Bruce Nauman, sono state poi mixate insieme a musica da discoteca in un dancefloor di San Paolo, segno che l’aspetto storico e catalografico del sito viene messo in secondo piano rispetto al più evidente “contenitore di suoni strani” dal quale attingere.
La vera bomba deflagrante, quella su cui tutto il dibattito si è poi concentrato, avviene dal punto quattro in poi. Fatte le premesse – dice Goldsmith – la conseguenza è inevitabile: “come molti di voi, anche io ho smesso di comprare musica”. E si chiede anche quale sia il senso dello shopping di dischi quando lui, nella sua stanza d’albergo, ha a disposizione sul suo laptop il miglior negozio di dischi di tutti i tempi.
Ma Kenneth Goldsmith si spinge anche oltre, forse in modo provocatorio, arrivando a teorizzare la perdita del feticismo musicale, dell’interesse nell’oggetto fisico. Dopo aver dichiarato di avere all’incirca 10mila vinili sullo scaffale a prendere polvere, dice che la musica contenuta in quei supporti per lui ritorna ad avere interesse solo quando è digitalizzata e condivisa in rete. “Se non può essere condivisa, la musica non mi interessa” è la laconica conclusione. Fino all’ammissione finale: “è solo una questione di quantità”.
Tutti noi ascoltatori musicali, anche chi poi si reca regolarmente al negozio di dischi o passa ore cercando di ordinare on-line un titolo rarissimo direttamente dalla più piccola etichetta inglese, sappiamo che scaricando accumuliamo una quantità di musica che difficilmente – anche solo per evidenti limiti temporali – riusciremo ad ascoltare. Per Goldsmith tutto questo è normale, anzi, è proprio la sua epifania: il contenuto musicale passa in secondo piano, poiché il file-sharing l’ha reso interessato solo alla ricerca di musica – “una volta ottenuto ciò che volevo, ho bisogno di altro”. Un vizio, ci pare di capire, più che un godimento culturale.

A queste tesi, esposte in modo provocatorio come nello stile del personaggio, sono seguite, sul numero successivo di The Wire (328 – Giugno 2011), un paio di lettere dai lettori e soprattutto una controreplica di Chris Cutler, già batterista di Henry Cow e Art Bears, nonché fondatore nel 1978 di una delle prime etichette realmente indipendenti del Regno Unito, la Recommended Records.
Cutler la mette sul piano delle conseguenze. Partendo dall’assunto che di fronte alla gratuità è difficile trovare argomenti con i quali controbattere, il batterista e produttore discografico afferma però che anch’essa ha un costo. Da buon sociologo e animale politico (poche erano le formazioni musicali politicamente più impegnate degli Henry Cow) ne approfitta per fare una critica più ampia, dicendo che quella della gratuità e del voler essere pagati per il proprio lavoro ma non pagare quello degli altri è solo una punta dell’onda idiota secondo lui mutuata dai politici e dalle società senza scrupoli.

Detto questo, è il suo lavoro di produttore discografico a tenere banco nella disamina degli argomenti per i quali un eccesso di gratuità porterà al collasso la musica, soprattutto quella indipendente e maggiormente improntata alla ricerca. I punti sui quali si sofferma sono tre. Al primo posto ci sono gli artisti. Se si dovessero riformare gli Henry Cow, esemplifica Cutler, i costi per la realizzazione di un loro nuovo lavoro, tenuto conto di tutte le voci e di tutte le esigenze, sarebbe di circa 9 mila sterline. Il che vorrebbe dire che per recuperare la produzione (per arrivare quindi al punto soltanto oltre il quale gli artisti iniziano a guadagnare) il disco dovrebbe vendere almeno 3500 copie fisiche o più di 1000 download legali. Se la Recommendend Records, e qui arriviamo alle etichette, dovesse perdere il 15 per cento dei suoi introiti per via del download illegale, il rischio non sarebbe soltanto quello di far beneficiare gratis qualche centinaia di ascoltatori, bensì quello di costringere l’etichetta a rivedere le sue politiche di produzione. Il che vorrebbe dire, ed eccoci al terzo punto, meno diversità, perché tutte le etichette indipendenti e di musica sperimentale stanno vivendo questo tipo di problema. Anzi, dice Cutler, la Recommended tutto sommato è una di quelle che meglio riesce a resistere, in un panorama nel quale la maggior parte delle altre label sta naufragando.
Il concetto di diversità per Cutler è, a ragione, molto importante. “La questione è se vogliamo un mondo statico e monoculturale o se ci piacerebbe vivere in un ambiente culturale diverso, plurale e interconnesso”. Se preferiamo quest’ultimo caso, allora forse è il momento che iniziamo a guardare oltre il beneficio personale dello scaricare gratuitamente.
Che non è solo la conclusione del suo pezzo, ma sembra anche un appello a quegli appassionati disposti ancora a scommettere sul ruolo determinante dell’industria musicale. Anche nel campo delle musiche sperimentali, che devono sì produrre – come tutte le industrie – profitti, ma devono anche presentare, citando un vecchio lavoro degli Stormy Six, le “idee di oggi per la musica di domani”.