Peter Evans, il jazz si fa moderno

Di tutti i mondi musicali considerati popular (anche se in molti non sono d’accordo con l’includerlo in questa categoria) il jazz è sicuramente uno dei più conservatori. Dopo aver attraversato molte rivoluzioni e dato origine ad una serie di correnti, è forse dalla svolta elettrica di Miles Davis che questo genere musicale fatica a rinnovarsi. Molti sono i jazzisti degni di nota emersi negli ultimi anni, ma pochissimi i dischi che hanno saputo dire realmente qualcosa di nuovo.
Questa premessa è necessaria per presentare uno dei nomi più caldi e da tenere d’occhio nel panorama del jazz moderno. Lui è Peter Evans, giovane trombettista newyorkese che, nei due lavori recentemente pubblicati che lo vedono coinvolto, dimostra al pubblico che esiste qualcosa di fresco e in grado di tracciare le coordinate per il futuro di un genere musicale ormai fermo.

Il primo lavoro, Ghosts, è accreditato al Peter Evans Quintet e segna anche il debutto dell’etichetta More Is More, che prende il nome dal primo lavoro per tromba solista di Peter Evans, pubblicato nel 2006 per la PSI di Evan Parker. L’intento, si legge nelle note di copertina, è quello di presentare il risultato dell’interesse nel dialogo con il passato e il futuro del suono. Obiettivo centrato, visto che nel corso dell’ora di durata ritroviamo tutti gli elementi temporali descritti da Evans. Il presente, frutto del suo lavoro compositivo e delle sue esperienze nell’ambito del free jazz e di formazioni dedite maggiormente all’improvvisazione (si veda per esempio la sua partecipazione al terzetto composto da Evan Parker, Barry Guy e Paul Lytton, culminato con la pubblicazione di “Scenes in the House of Music” su Cleen Feed). Il passato, con l’eco degli standard che furono: in Ghosts troviamo un’incredibile interpretazione di “Stardust” di Hoagy Carmichael ma anche il riferimento a “Christmas Song” di Mel Tormé nella prima traccia “One to Ninety Two” – ma Peter Evans ammette che avrebbe potuto indire un concorso tra gli ascoltatori per individuare le altre celebri citazioni, totalmente riviste e ricomposte, sparse qua e là per il lavoro. E infine il futuro, rappresentato dalla proiezione di fantasmi sonori (da cui il titolo del disco) prodotti dal quinto componente del gruppo, Sam Pluta del Wet Ink Ensemble di New York, alle prese con una strumentazione davvero insolita per il mondo del jazz: il live processing. Ed è proprio questa pratica di rielaborazione in tempo reale dei suoni prodotti dagli altri musicisti a creare le schegge sonore impazzite che si vanno a incagliare tra le robuste struture ritmiche o tra i fraseggi della tromba. In questo sta l’elemento nuovo, ed essenziale ai fini del risultato, del progetto: espandere gli evidenti limiti di strumentazione del jazz mediante tecniche di produzione sonora mutuate da altri territori musicali, senza per questo creare uno strano ibrido (troppo spesso il jazz cosiddetto “moderno” si è cacciato in questo vicolo cieco, snaturandosi completamente) ma lasciando al tutto un’impronta che lo identifica subito come musica coraggiosa e che si rinnova pur rivendicandosi per quello che è.  Lo stesso Peter Evans, sempre nelle note di copertina, spiega di aver voluto “esplorare la possibilità di questo strumento inteso come un componente del gruppo e non come qualcosa di altro, di extra”.

Il secondo album che vede coinvolto il trombettista americano è Coimbra Concert (Cleen Feed), doppio disco dal vivo del progetto Mostly Other People Do The Killing e lavoro che, già nell’aspetto visivo, si promette di dissacrare il mondo del jazz tutto. Fin dalla copertina, che si mostra come una parodia/tributo dal celebre “Koln Concert” di Keith Jarrett, ad oggi nel genere uno dei dischi più riconoscibili e venduti di sempre. Se però il disco di Jarrett è stato assimilato al jazz più a livello discografico che strettamente musicale (si trattava di una lunga improvvisazione per piano solista), in questo “Coimbra Concert” i Mostly Other People Do The Killing presentano una formazione tipicamente free-jazz: Kevin Shea alla batteria, Jon Irabagon al sax tenore, Peter Evans alla tromba e Moppa Elliott al contrabbasso. E proprio il contrabbassista firma le composizioni usate dai MOPDTK come base per il loro pastiche musicale ironico e dissacrante: dalla sfuriata bebop che parte dopo qualche minuto di “Drainlick”, prima traccia del disco, alle suggestioni dixieland e swing di “Burning Well”, fino a quelli che sembrano esercizi d’improvvisazione in “Blue Ball” e sul finire di “Round Bottom, Square Top”.

La forza del disco sta nella convivenza delle sfuriate free e dei tempi iper complessi, lontani anni luce dalle figure elastiche ma fondamentalmente regolari del jazz classico, con i temi fischiettabili e le citazioni improbabili (sul finire di “Pen Argyl” si sente il tema di basso/voce di “Aknowledgement” di John Coltrane, da “A Love Supreme”). Insieme ad una forte dose di ironia che, pur aleggiando per tutta la durata dei due cd, non sembra affatto sminuire il lavoro ma anzi lo svecchia e gli toglie quella patina di musica impegnata che è tra i maggiori sospettati per la stagnazione del jazz.

Osare, spingere i confini, mischiare il meglio del vecchio con le più intelligenti coordinate del nuovo. Non sarà l’unica strada per scuotere il jazz dall’interno ma è una di quelle che sta dando i risultati migliori. Come questi due dischi dimostrano, per rinnovarle questo genere musicale non c’è bisogno di trasformarlo in ciò che non è (dall’acid jazz via via fino agli annacquamenti da aperitivo della lounge music più o meno swingata?): basta rivoltarlo dall’interno, prenderlo in giro ed introdurre elementi nuovi ma musicalmente sostenibili. Con intelligenza.