Musica sperimentale: Stephan Mathieu

Quando in musica si parla dell’utilizzo di fonti sonore non prodotte dal compositore, comunemente si considera la sola pratica del sampling, ossia il prelievo di porzioni di registrazioni altrui per inserirle in un proprio contesto musicale, lasciandole per lo più immutate, o comunque senza modificarle al punto da renderle irriconoscibili.
Nella musica sperimentale spesso accade il contrario, ed è quanto emerge (anche) dalle composizioni di Stephan Mathieu, musicista, sound artist e graphic designer tedesco. Stephan ha recentemente dato alle stampe due lavori che possono essere considerati gemelli: A Static Place, per l’etichetta 12k di Taylor Deupree, e Remain, per la Line.
Particolarmente interessante è la genesi, il metodo compositivo che ha portato alla realizzazione dei due dischi, entrambi ascrivibili sia al campo della musica elettroacustica (per le modalità di composizione) che a quello dell’ambient-drone (per il risultato sonoro finale).

A Static Place riflette maggiormente la passione del compositore per le tecniche di riproduzione musicale e in particolare per i dischi a 78 giri.

Per la sua realizzazione, Mathieu ha infatti riprodotto su due grammofoni alcune incisioni di musica tardo gotica, barocca e rinascimentale stampate tra il 1928 e il 1932 e provenienti dalla sua personale collezione. In seguito, mediante l’utilizzo di microfoni posizionati sia vicino ai coni dei grammofoni sia nell’ambiente dove avveniva la riproduzione, il suono è stato raccolto e inviato ad un computer dove, per mezzo di particolari software musicali, è stato modificato mediante processi di circonvoluzione (convolution) e analisi spettrale (spectral analysis).

Il risultato ottenuto è un disco nel quale è rappresentata, quasi fosse la trasposizione audio di un’installazione artistica reale, una sorta di stanza immaginaria, all’interno della quale non solo il suono è riprodotto, ma risulta essere anche modificato, filtrato e “influenzato” da quello che è l’ambiente di riproduzione. Una musica sospesa e non precisamente collocabile nel tempo, che alla freddezza dell’elettronica e dei trattamenti digitali unisce il calore del materiale sonoro di partenza.
Mentre l’analisi spettrale è una pratica utilizzata da moltissimi compositori, soprattutto nella musica d’avanguardia, e permette di lavorare direttamente sul dna del suono andando a modificare il tessuto frequenziale per plasmarlo a proprio piacimento, particolarmente interessanti, e importanti, nel lavoro di Mathieu, sono i concetti di circonvoluzione e, soprattutto, di entropia audio (audio entropy).

Per entropia audio Stephan Mathieu intende la riproduzione di un suono in un ambiente e la registrazione di questa riproduzione. La registrazione ottenuta, poi, viene nuovamente fatta suonare per essere ri-registrata, e cosi via fino a quando il materiale audio di partenza non risulta irriconoscibile, modificato e filtrato dall’ambiente di riproduzione stesso in seguito ai numerosi passaggi. In modo analogo lavora la circonvoluzione sonora pensata dall’artista tedesco, con la differenza che in questo caso viene a mancare anche lo spazio fisico nel quale la musica è eseguita: esso, infatti,  è ricreato nel dominio digitale mediante algoritmi contenuti in particolari software di elaborazione audio.

Se in A Static Place è l’analisi spettrale a incidere maggiormente sulla sonorità del risultato finale, un flusso audio non dissimile dalle onde corte che popolavano il precedente Radioland (Die Schachtel, 2008) e nel quale echi di musiche lontane (le fonti sonore originali) sono udibili soprattutto nella conclusiva Dawn, in Remain le due tecniche compositive più caratterizzanti sono l’entropia audio e la circonvoluzione.

Il materiale di partenza, in questo caso, non sono più i vecchi dischi a 78 giri, ma i compact disc del lavoro Extended Play di Janek Schaefer, documento audio di un’installazione sonora che aveva come obbiettivo quello di ricombinare casualmente delle partiture musicali per pianoforte, violino e violoncello.
Quattro copie di Extended Play sono state fatte suonare in loop continuo da altrettanti dispositivi collocati sui tre piani della casa di Mathieu, e il suono quindi catturato mediante microfoni per poter dar vita a tutta la catena che sta alla base dell’entropia audio. Il risultato è stato poi mandato a un computer, dove è stato rielaborato con le stesse tecniche utilizzate anche per A Static Place.
Se, come già detto, il prodotto musicale finale può essere considerato musica ambient per via della sua caratteristica di staticità interrotta da piccole mutazioni, da leggersi sul lungo termine, è evidente che qui siamo ben oltre il concetto di musica d’ambiente “moderna”, così come è stato coniato da Brian Eno (ovvero come musica per ricreare determinate atmosfere e spazi, in contrapposizione alla Muzak). Nel caso di Stephan Mathieu sono gli stessi spazi fisici che influiscono sulla musica prodotta, che filtrano e modellano le onde sonore fino ad arrivare al risultato immortalato su questi due dischi.
Questo non è l’unico filo conduttore alla base dei due lavori. Essi, infatti, sono stati composti nel medesimo periodo del 2008 (Stephan Mathieu ha dichiarato di aver ricevuto il disco Extendend Play quando aveva appena perfezionato la tecnica sui due grammofoni usati per A Static Place), e identico risulta anche l’aspetto concettuale: produrre qualcosa di proprio partendo da materiali altrui. Senza snaturarli, almeno nei concetti: le copie di Extended Play fatte suonare in punti diversi della casa altro non sono se non una riproposizione del concetto già alla base dell’installazione di Janek Schaefer, ossia la scomposizione e ricomposizione di un’opera di già esistente.

Strana anche la storia discografica dei due lavori. Inizialmente l’idea di Stephan Mathieu era quella di stamparli insieme in una sorta di joint venture tra la 12k e la Line, anche perché ha sempre considerato Remain come la naturale coda di A Static Place. Infine la decisione di rilasciarli separatamente, ciascuno a distanza di pochi giorni dall’altro.