Un tè con i Casa del Mirto

Trento profuma di mirto. No, non è colpa dell’effetto serra e del clima tropicale e neanche di qualche bicchiere di buon liquore, ma di tre ragazzi, Marco, Gigi e Mirko, ovvero i Casa del Mirto.
1979 è certamente uno degli album più ascoltati e consigliati degli ultimi tempi, e a ragione. Inseriti un po’ ovunque (anche dal MAP e dal Guardian, per non farci mancare niente) tra i gruppi da seguire, questi supereroi ci offrono la migliore colonna sonora possibile per le notti, i pomeriggi e le albe. Casa del Mirto è un contenitore unico di diverse sonorità, che pure non perde di personalità e valore, assolutamente da non perdere.
Ne parliamo con Marco, ideatore del gruppo, che ci racconta della storia, dei nuovi progetti (un nuovo album a luglio), delle nuove collaborazioni (Former Ghost), di dove ascoltarli (prossimamente all’Handmade Festival e al MI AMI) e di molto altro.

Scrivi che Casa del Mirto nasce già nel 2005/06, con tutto un altro stile e un’altra musica. Cosa ti ha portato a cambiare modo di comporre? E perché mantenere lo stesso nome, tormentato dalle solite mille domande ?

In realtà nella mia vita ho sempre toccato diversi generi, dal rock alla musica elettronica sperimentale, dalla house 90 del primo Casa del Mirto al trip-hop più oscuro. Ho cercato di inserire tutte le mie esperienze e influenze in un unico contenitore. Casa del Mirto era un buon punto di partenza, ma mescolare tutti questi ingredienti non è stato affatto facile. Soprattutto rendere le sonorità dance anche da ascolto o addirittura di natura intima. L’aggiunta della chitarra di Mirko e del basso di Gigi ha reso il tutto ancora più credibile.
Il nome effettivamente suscita molta curiosità, anche perché non siamo sardi. Noi ci siamo abituati, ma per alcuni è uno dei nomi meno efficaci della scena musicale italiana. Ma è solo un nickname, no?

Se dovessi descrivere la tua musica con tre parole, quali sceglieresti?

Melanconica, intima e irrequieta. Anche se ammetto che sarebbe stato divertente rispondere: sole, cuore, amore.

La Mashhh! Records, oltre al formato digitale, limita il formato fisico a vinile e musicassetta. I cd scompaiono dai cataloghi, insomma, il formato fisico diventa qualcosa che si deve distinguere, avere un’anima personale. In che rapporti vedi la vostra musica con i diversi formati e quale credi sia il più adatto ai vostri lavori?

Quando la musica esce dai solchi di un vinile trasmette qualcosa in più. È il formato che più ci piace, sia per una questione di suono che di tatto. La cassetta colpisce molto per la sua semplicità ed è anche un feticcio molto evocativo. Però la vedo più come un soprammobile (alla moda). In molti la comperano perché non costa quanto un vinile. Per quanto riguarda il cd… credo di averne un paio in casa, se un disco mi piace ordino il vinile. Non credo ci sia un formato più adatto rispetto a un altro per la nostra musica, ma è ovvio che “1979” è ancora meglio se lo vedi girare .
Ah, dimenticavo l’mp3. Senza il formato digitale non ci conoscerebbe nessuno, ma il suono è quello che è, per nulla paragonabile al supporto fisico.

1979: con il titolo del vostro lavoro ci troviamo appena sul  limite degli anni ’80. Quale tributo pagate a quegli anni? E come mai scegliete di chiamare l’album proprio così?

1979 è l’anno in cui sono nato. Trattandosi di un album che mette a nudo i miei pensieri, ho pensato che fosse il titolo più adatto. In copertina ci sono io che do un bacio a mia madre, credo fossimo in Finlandia. Mi ricordo che quando viaggiavo con la mia famiglia, in macchina si ascoltavano molte cassette datate ’80. Quel sound è rimasto scolpito nelle mie orecchie pur non essendo un grande fan del genere. Ma ormai fa parte di me e tentare di eliderlo sarebbe come tentare di cambiare il proprio carattere. “1979” è ricco di quelle sonorità, o del ricordo delle stesse!

Non voglio parlare di padri, spesso troppo ingombranti e invadenti, ma quali credi che siano i naturali zii e cugini della vostra musica?

Gli zii (i più casinari) hanno la chitarra in mano: My Bloody Valentine, Radiohead, Jeff Buckley. I cugini (solo per un involontario legame di sangue) si chiamano Memory Tapes, Toro Y Moi e Washed Out. Inoltre c’è il nostro cugino acquisito: Former Ghosts. Una persona deliziosa, umile e con un talento straordinario.

Ci parli un po’ dei vostri nuovi progetti? Album, tour, collaborazioni:  cosa ci riserva  il 2011(e non solo)? Sogni nel cassetto e sogni già realizzati?

Partiamo dai sogni. Quelli nel cassetto? Fare un disco che ci renda pienamente soddisfatti dal punto di vista stilistico, dei contenuti e del missaggio. Ma sarebbe un male perché, se così fosse, smetteremmo di fare musica. Un sogno che abbiamo realizzato è stato quello di incidere la voce di Freddy Ruppert (aka Former Ghosts – per questo dicevo cugino acquisito) in due brani del nostro prossimo album.
E qui arriviamo ai progetti futuri! Stiamo già incidendo un nuovo disco, dovremmo riuscire a farlo uscire nel mese di luglio. Posso solo dire che rispetto al precedente è molto più suonato e curato nei suoni, ma non perde di vista l’anima/o che sta alla base di Casa del Mirto. Alcuni brani li stiamo già suonando dal vivo, se volete sentirli fate un salto all’Handmade Festival il primo maggio oppure al MIAMI il 10 giugno.

Nel panorama italiano, chi credete vada tenuto d’occhio? E c’è qualcuno con cui vorresti collaborare?

Non seguiamo molto quello che accade in Italia, ma non tanto per menefreghismo, piuttosto perché siamo sempre impegnati a registrare/missare/inviare/scrivere/lavorare/suonare. Non abbiamo il tempo per informarci. Gli unici che potrei segnalare in questo momento usciranno quest’estate tramite Mashhh!: i nostri amici onirici Welcome Back Sailors e Lorenzo Marinelli, un genio.

Se Casa del Mirto fosse il titolo di un film, chi sarebbe il regista? Quali gli attori? In che anni sarebbe ambientato?

Che bella domanda! Il registra sicuramente scandinavo o giù (su) di lì. Protagonista una martire (ho in mente “Le onde del destino”) malinconica. Senso di abbandono, occhi lucidi e paesaggi lontani portano a un finale a mo’ di “Il giardino delle vergini suicide”. Gli interludi allegri si trasformano in spot pubblicitari. Rimane solo un ricordo, un profumo e un posto (…delle fragole). Troppo triste?

Triste? No, melanconico (e Von Trier ne sa qualcosa) semmai. Ringraziamo Marco e i Casa del Mirto per la loro disponibilità e ce ne andiamo ad ascoltare 1979, di nuovo.

Per tutte le informazioni visitate : www.myspace.com/casadelmirto