Fotografia: Arianna Lerussi

La parola e la poesia come mezzi per conoscere se stessa e il mondo: questa è Arianna Lerussi. Nata nel 1986 e laureata da un anno in Arti Visive all’Università di Bologna, Arianna è una giovane fotografa, che da studentessa si incontra con la fotografia e se ne innamora, per non lasciarla.
Le sue sono fotografie che lasciano tagli sulle dita, tracce  negli occhi: le atmosfere delicate sono scosse da brividi, da dolori sottili. Le accompagna con le sue parole, quasi a completarle, a esprimere quanto è implicito.

Se dovessi scegliere tre parole per descrivere le tue opere, quali sarebbero?
Delicate. Romantiche. Lancinanti.
La tua prima memoria fotografica?
La recita dell’asilo. Io con la tuta rossa e i fiocchi nei capelli, che rimango incantata da una Polaroid. Sembrava una magia. Avevo tre anni.
Come ti sei avvicinata alla fotografia: quando nasce questa passione? E come ti sei formata artisticamente: sei un’autodidatta o hai scelto studi specifici?
Sono essenzialmente un’ autodidatta e tecnicamente ho ancora molto da imparare. Ho studiato “Storia della Fotografia” all’Università ed è stato in quel periodo che ho avuto una sorta di illuminazione. Mi colpirono soprattutto i fotografi degli anni ’80 e ’90, i primi a porsi davanti all’obiettivo e non necessariamente dietro. Quello che erano riusciti a fare mi sembrava straordinario: avevano chiuso il mondo intero in dei riquadri. Avevano trasferito la vita sulla carta per poi lasciarla lì, per sempre. Avevano scoperto il trucco per diventare immortali. Da quel momento tutto il mio sentire, sembrava prepotentemente orientato verso un determinato percorso: un percorso che ho sentito mio, quasi mi fosse stato predestinato, senza che lo volessi. Come un innamoramento che non aspetti ma ti sconvolge, come un nome proprio che non scegli ma inevitabilmente ti appartiene.

Ricordi qual è stata la tua prima macchina fotografica? E adesso, invece, con cosa preferisci scattare? Che rapporto hai con il digitale?
La prima storia d’amore era con una Kodak digitale semi-compatta, le ho voluto molto bene e con lei ho sperimentato moltissimo. Poi mi sono misurata con le signore reflex, una analogica e una digitale. Amo moltissimo la Polaroid sx-70 per gli effetti pittorici e la Rolleiflex  per la resa della luce. Qualche flirt con le toy cameras ma utilizzo quasi sempre il digitale: sono molto esigente, voglio tutto e subito.
La soddisfazione più grande da fotografa? Delusione invece?
Le soddisfazioni fino adesso sono state molte e superiori a qualunque aspettativa. La commozione che provo quando ricevo qualche e-mail o messaggio da completi sconosciuti che si emozionano di fronte al mio lavoro è impagabile. È un modo di stabilire una connessione sentimentale con l’altro, ti fa sentire davvero viva dentro e dappertutto.
Qualche delusione c’è stata, soprattutto legata a coloro che non hanno modo di capire ciò che mi spinge a fotografarmi spesso e quindi possono fraintendere anche quelli che sono i sentimenti da cui tutto il mio lavoro  nasce ed esiste.

Chi/cosa fotografare: come nasce un tuo scatto? Spesso sei modella di te stessa, qual è il tuo rapporto con la macchina fotografica?
Le persone che ho fotografato, escludendo pochissimi lavori su commissione, sono miei amici, persone che fanno parte della mia vita e con le quali ho un legame emotivo molto forte. Credo che questo doni ai ritratti una grande intimità, una propria forza personale. Per quanto riguarda me, mi fotografo da molto tempo. Tutto è nato in maniera piuttosto naturale, come un’esigenza che chiedeva di essere espressa. Volevo guardarmi in un altro modo, necessitavo di guardarmi a pezzi, non intera. Tenere le parti migliori e scartare tutte le altre, buttarle via, eliminarle. Lo facevo anche per sentirmi bella. Desideravo essere meravigliosa. Qualcosa mi diceva che non potevo esserlo normalmente, nella vita reale, ma sapevo che l’inquadratura poteva farmi diventare quello che volevo. Pretendevo di fuggire da una realtà che non solo mi annoiava pateticamente, ma mi riduceva a un pietoso clone di me stessa. Ero a conoscenza del fatto che la mia esistenza effettiva così detestabile e desolante poteva essere dimenticata interamente con la preparazione prima, e la realizzazione poi, del mio vero io. Oggi, col passare degli anni, ho imparato a trattare le mie vulnerabilità con il mezzo fotografico e non ho mai smesso di ricavarne giovamento. Io e la macchina, ci siamo abituate l’una all’altra, abbiamo intrapreso quella familiarità, quella confidenza, quella comunicazione che ci lega indissolubilmente, la stessa che probabilmente unisce qualsiasi fotografo che si autoritrae al mezzo, quasi quest’ultimo potesse fungere da arto, da stampella, un supporto necessario e infallibile, gli occhiali che ti consentono di vedere meglio.

Sul tuo sito inserisci anche una sezione dedicata alla (tua) poesia e accompagni le foto con dei testi: qual è il rapporto tra i due mezzi espressivi?
Dico sempre di essere molto più brava a scrivere che a fotografare. Non so se sia vero. Scrivo da quando mi ricordo di saperlo fare. È stata un’esigenza ancor più precoce della fotografia. Diciamo che ne faccio un uso simile: mi ha aiutato molto ad indagare me stessa. A conoscermi. A perdonarmi. Ad amarmi. Da un po’ di tempo ho iniziato a lasciare che poesia e fotografia si accompagnino a vicenda. Per me è stata una spinta a riprendere in mano la penna che, dopo alcuni successi,  avevo quasi abbandonato. Solo più tardi mi è stato detto che la mia poesia e la mia fotografia tendono a valorizzarsi a vicenda creando un mix piuttosto potente. Non posso che esserne infinitamente felice.

Parliamo di ispirazioni: chi, tra i grandi fotografi e artisti ha influito sulle tue opere, e ha formato il tuo gusto estetico?
Amo molto il lavoro delle donne. Hanno un modo di accostarsi al mezzo fotografico che è sempre molto intimo, familiare, caldo. Nan Goldin per il coraggio, Hellen Van Meene per la leggerezza, Cindy Sherman per il trasformismo, Francesca Woodman per avermi riempito completamente il cuore e la testa (ho scritto la mia tesi di laurea su di lei).
Invece tra la tua generazione di fotografi, quali sono i nomi da annotarsi?
Mi sono formata in un ambiente fertile di personalità fotografiche interessanti. Conosco tantissimi giovani fotografi e tutti bravissimi, molti di loro sono miei cari amici e non smetto mai di stupirmi delle meraviglie che riescono a cogliere. Ultimamente seguo Aëla Labbè.

E per il futuro, quali sono i progetti?
Il mio ultimo lavoro So much beauty, è un dittico che lega il concetto di bellezza a quello di immortalità e verrà presentato a Giugno. Sto preparando alcune esposizioni tra Bologna e Udine. E poi ho in mente un progetto che ha a che fare con la paura. Non anticipo niente.

Se la tua vita fosse un film, quale il regista, quali gli attori, quale la colonna sonora?
Credo che sarebbe un film un po’ grottesco, di quelli che non capisci bene la prima volta, che ti suscitano qualcosa ma non sai bene se fa piangere o ridere. Dovrebbe avere i ritmi incalzanti del videoclip, i colori tenui di Sofia Coppola. Poi ci vorrebbe una colonna sonora abbastanza nevrotica e dolce insieme ecco sì, Mùm, Go Go Smear The Poison Ivy.
Un viaggio, dove?
Quello che non ho mai fatto, Vietnam. Molto prossimo spero.
Arianna in un film, un libro e una canzone.
Difficilissima, questa. Ci provo.
Film: Me & you & everyone we know di Miranda July.
Libro: Amore mio infinito di Aldo Nove.
Canzone: Friend of the night di Mogwai.

Ringraziamo Arianna e le facciamo i migliori auguri per il futuro. Vi ricordiamo che il suo sito è www.ariannalerussi.com