Un tè con Stefano Fepa

Stefano Fepa nasce a Livorno nel 1988. Ha lunghi rasta di legno ed una sensibilità che colpisce. Da sempre interessato alle più svariate forme di comunicazione, segue un corso di grafica e linguaggio visivo che lo porterà a conoscere e sperimentare con il proprio linguaggio l’ambito teatrale. Seguono diversi corsi di videomontaggio e scenografia. Inizia a collaborare con numerose compagnie teatrali, sia come grafico pubblicitario, nella preparazione e promozione cartacea e cartellonistica, sia dando il proprio contributo nella fase di produzione creativa in laboratorio, partecipando nel 2009 al Festival di Teatro OFF di Avignone.

Stefano in tre parole.
Varius, Multiplex, Multiformis.
Quando hai cominciato?
La prima “opera seria” nasce durante gli anni delle superiori, quando i cartoncini Bristol non erano abbastanza. Era un nudo femminile accademicissimo. I primi tentativi, invece, risalgono a quando ero più piccolo: tutte le tele che avanzavano a mio padre, quando ancora dipingeva, passavano per mano mia.
Come nasce e come finisce un’opera?
Un’opera nasce casualmente. Passo tanto di quel tempo ad immaginarmi cose: mentre cammino, parlo, guido; è un modo che ho sempre usato per distrarmi. Poi succede che all’improvviso arriva un’immagine che mi colpisce e Sento il bisogno di fermarmi e di rielaborarla.

Hai paura che l’ispirazione ti fugga via?
L’ispirazione mi è già fuggita via molte volte. L’immaginazione mai, però. Di quello avrei paura.
Che bambino eri?
Un bambino chiacchierone, educato e sfigato. Non nel senso di sfortunato, nel senso sociale del termine.
Ho avuto una bella infanzia, tutto sommato, anche se l’interazione con i bambini della mia età non è mai stata facile. Non giocavo a pallone, non andavo agli stabilimenti balneari, non avevo il motorino. Fino ai 16/17 anni il tempo libero lo passavo con mio fratello di 6 anni più piccolo.
Qual è il colore che usi di più?
Uso spessissimo il rosso, anche se non è il mio colore preferito.
Un pittore che stimi particolarmente?
Tra i miei preferiti ci sono sicuramente Basquiat e Chagall. L’uno è tribale, carnale, materico, terreno; l’altro onirico e sognante. Sono entrambi connotati che cerco di unire in ciò che faccio.

La tua giornata tipo?
La giornata tipo, inizia tardi: la mattina la passo a spegnere le continue sveglie che mi metto prima di addormentarmi, a intervalli di un’ora, perché lo stato di dormiveglia è quello che preferisco. Ad un certo punto mi alzo, mangio e passo il pomeriggio lo ad organizzarmi le attività serali, da quelle creative a quelle ricreative. Cerco ispirazioni, compro materiali, e poi di notte faccio tutto il resto.
Quindi, mattino, pomeriggio o sera?
Dico sera. Quando ci si avvia verso il tramonto, il mio cervello si attiva. Con il calare del buio arriva tutto: uscire, scovare nuova musica su internet, dipingere, disegnare. Non credo sia vampirismo, ma solo un bioritmo alterato, come continuamente mi dice mio padre.

Il sogno nel cassetto?
Mi piacerebbe ricreare un ambiente, in cui unire vari canali artistici tra cui musica, scultura, video arte, pittura, scenografia, performance di attori dal vivo. Dare vita non più soltanto ad immagini, ma ad esperienze multiformi.
Stefano fra dieci anni: che sta facendo?
Fra 10 anni puntando in altissimo, mi piacerebbe essere Direttore Artistico di spettacoli di varia natura, sempre però in ambito scenografico/visivo.