Between Skin and Clothing: tra Arte e Moda

Il mondo dell’arte è un territorio sfaccettato dalle mille vie e dagli svariati percorsi, che sfociano spesso in scorciatoie e bivi: le ultime avanguardie, dalla body art alle più recenti installazioni, hanno fatto del corpo, della gestualità e della vita quotidiana, materiale utile per eventuali ispirazioni artistiche.
La moda in primis è strettamente legata al mondo dell’arte, in quanto vestirsi non è solamente un atto di abitudine e protezione, ma un modalità di espressione, un indossare la propria giornata, tutti i giorni, secondo i propri cambi d’umore e secondo le casualità e le coincidenze. La moda diventa quindi un’azione, un atto performativo che da Andy Warhol e dalla Pop Art è diventato un prolungamento, una protesi della nostra personalità.

Se pensiamo ai giorni nostri, un esempio di questo modo di intendere il corpo vissuto, ce lo dà Lady Gaga, che si diverte con la sue mise ad esprimere concetti, creatività e messaggi comunicativi: celebre è l’evento in cui si vestì da preservativo per una campagna contro l’AIDS, mentre ci ricorderemo di sicuro quando si ricoprì di carne fresca dalla testa ai piedi, contro la violenza sugli animali.
Se ci affacciamo all’arte e al design, troviamo innumerevoli esempi di tutto ciò: la mostra “Between skin and clothing”, che si tiene al Germany’s Kunstmuseum di Wolfsburk fino al 7 Agosto 2011, ne è un  palcoscenico  interessante.
Attraverso la produzione di designer come Martin Margiela, Walter Van Beirendonck, Hussein Chalayan, stilisti che costruiscono vere e proprie carrozzerie da indossare attraverso materiali, stampe, volumi e strategie tra le più disparate, sarà facile arrivare ad un parallelismo tra moda, scultura, arte, azione.

Potrete capire le installazioni della da poco scomparsa Louise Bourgeois, un’artista sensibile e intensa che utilizzò la sua arte come strategia di difesa dalla depressione e dalla tristezza: le sue accumulazioni di vestiti appesi come eteree sculture, rappresentano invece tessuti realmente indossati dai suoi cari, dall’uomo amato da cui fu tradita, abiti che celano ricordo, dolore, condivisione. I suoi bambocci rigonfi che assomigliano a puntaspilli antropomorfi, rimandano alla madre terra e alle forme burrose che auspicano  alla fertilità.

Artisti come Salvador Dalì, con le sue colate e i suoi bitorzoli, o come Robert Gober e la sua corporeità sempre presente o accennata, sono ulteriori fonti di ispirazione per questi stilisti che oltrepassano un usuale concetto di fare moda, aggiungendo, togliendo, strappando, incollando, plasmando le loro creazioni come scultori. Tutto questo porta senza dubbio ad una trasversalità che tocca il camouflage, il travestimento utilizzato nel cabaret, nel teatro, e in numerosi sipari artistici.

Gli anni Ottanta sono un’altra derivazione di tutto ciò: Yohji Yamamoto e Comme des Garçons sono stati gli apripista di uno stile fatto di sovrapposizioni, spalline infinite, e linee geometriche a mo’ di regoli e mattoncini Lego.

Una mostra ispiratrice e magica, che getta ponti dove magari il territorio è sdrucciolo, dove non avremmo mai pensato di trovare analogie e medesimi terreni di appartenenza, una mostra che coniuga la contemporaneità più mediatica ad emozione, gioco, continua scoperta di sé.