Un tè con Gabriele Chiapparini

Nato nel 1980, il bolognese Gabriele Chiapparini è un fotografo dei dettagli e dell’intimità, di quello che non si vede. E fa questo con maestria e delicatezza, catturando atmosfere e sensazioni impercettibili e bellissime, altrimenti perdute. Recentemente era stato ospite di Enquire, con il progetto a quattro mani di Fourlines, adesso torna per parlare con noi di fotografia, film, colonne sonore impossibili, enormi navi container e nuovi progetti. Gabriele inaugurerà la sua mostra «Papercut», di cui si parla qua sotto, martedì 5 Aprile (ovvero oggi) presso i locali di Camera a Sud e Piccolo Formato.
La mostra è inserita all’interno della rassegna Roundabout, rassegna bolognese ideata da Rocco Casaluci e legata a Piccolo Formato e Camera a Sud: sei percorsi nella fotografia, una mostra ogni due settimane e  una collettiva, che coinvolgerà anche la Galleria Spazia, nel mese di giugno.
Non ci resta che fare i più grandi complimenti e i migliori auguri a Gabriele e iniziare a parlare con lui.

Se dovessi scegliere tre parole per descrivere le tue opere, quali sarebbero?
Mi vengono in mente solo parole legate all’oscurità, posso dire noir tre volte? A parte gli scherzi, noir, intime  e solitarie.
La tua prima memoria fotografica?
Le prime foto che mi sono rimasta impresse sono quelle di mio padre: anche lui fotografava, ma ha smesso da che io ho memoria .
La prima fotografia che effettivamente mi ha influenzato e cambiato sotto tutti gli aspetti  è La Priére di Man Ray, artista a cui sto dedicando un tributo che ancora non ho finito un po’ per pigrizia un po’ per mancanza di modelle .

Come ti sei avvicinato alla fotografia? sei un autodidatta o hai scelto studi specifici?
Ho iniziato a fotografare perché ho dovuto smettere di suonare:  sono scappato in un appartamento spagnolo praticamente da solo e lì ho capito che o trovavo un’altra strada oltre la musica o mi buttavo dal balcone (e stavo al 7° piano).
Ricordi qual è stata la tua prima macchina fotografica? E adesso, invece, con cosa preferisci scattare? Che rapporto hai con il digitale?
La prima macchina con cui ho mai scattato è stata la Minolta di mio padre, mentre la prima che  ho preso dopo aver deciso di far fotografia era una Canon 350D. Adesso scatto con diverse macchine: una Leica M6, una Canon 5D MarkII, varie Sx70 e una polaroid 106.

Centrale in molte delle tue opere è il nudo, quasi prettamente femminile: cosa ami di questo soggetto?
In realtà il corpo di per sé è sia il messaggio finale, sia l’espediente per arrivare a quel messaggio. Mettere fisicamente a nudo una persona implica metterla su un piano che va oltre quello fisico, soprattutto lavorando con modelle non professioniste. Diventa spesso un nudo che coinvolge tutti gli aspetti della persona, di chi posa ma anche di chi fa le foto, in un rapporto che, anche se si tratta solo di un primo piano in cui non si vede “niente”, si deve basare sulla fiducia e il rispetto dell’uno verso l’altro.
Si spoglia la persona di diverse difese e di un sacco di particolari “banali” che potrebbero descriverla diversamente: in un certo tipo di fotografia il vestito o particolari troppo evidenti rischiano di diventare forvianti, mentre il corpo nudo non ha altra via di espressione che sé e i suoi movimenti, le sue forme, le sue linee. Prende spazio l’espressività del corpo, del viso, dei movimenti, degli occhi: la concentrazione si focalizza solo sulla persona. Se si ha poi la possibilità di scattare dove la persona vive anche il luogo parlerà della persona stessa.

La soddisfazione più grande da fotografo? Delusione invece?
La soddisfazione più grande è la possibilità di instaurare dei rapporti davvero profondi con le persone che si fotografa, con cui spesso si finisce per restare amici.
La delusione più grande probabilmente sta nel fatto che c’è un sacco di merda in giro e un sacco di fotografi che usano la fotografia come espediente per chissà quali altri oscuri scopi e capita spesso di dover stare molto attenti a che cosa dire e a chi, rispetto ai propri progetti personali. Purtroppo ci sono un sacco di persone stupide e ignoranti da ambo le parti (fotografi e addetti ai lavori) e per chi fa nudo e vorrebbe spingersi un po’ oltre cercando di avvicinarsi il più possibile al “vero” è facile essere fraintesi e questo è triste.

E per il futuro, quali sono i progetti?
Come dicevo prima sto portando avanti i miei ritratti tributo a Man Ray (sono fermo a 4 o 5, ma vorrei arrivare a 7). Sto tentando di portare avanti il reportage sul piacere, ma è bloccato un po’ per reticenza mia un po’ del mondo in genere… Ho in programma due viaggi da fare a breve estremamente impegnativi, ma che non so se vedranno mai la luce se non si riescono a superare problemi logistici, ma intanto vado avanti con le mie foto classiche/casuali. Attualmente sono impegnato con la mostra “Papercut”, all’interno della rassegna Roundabout.

Parlaci un po’ di «Papercut».
Da un certo punto di vista sarà una mostra un po’ atipica e inusuale rispetto a quello che normalmente fotografo, ma da un altro è una sorta di proseguo e dunque perfettamente in linea. Si tratta di grandi stampe in cui si cerca di riportare su carta la matericità di un certo tipo di scatto, matericità che non può esserci  fisicamente in una stampa: il compito viene passato dunque al tipo di carta scelta, estremamente rugosa e quindi “tridimensionale”. Partendo da questo, quel che volevo ottenere era di allontanare queste opere dalla fotografia per avvicinarle alla pittura o alla grafica e giocare poi sull’insieme dei particolari che compongono una foto. Queste saranno chiaramente comprensibili da una certa distanza, mentre perderanno la loro visione generale avvicinandosi, ma acquisteranno rilievo i dettagli.

Abbini spesso canzoni alle tue foto e sul tuo flickr scrivi di essere arrivato alla fotografia dalla musica (ricordiamo che inoltre sei il cantante degli Halvar Hanso): trovi che ci sia una sorta di «creazione di un immaginario comune» tra fotografia e musica?
Personalmente la musica mi rimanda all’idea di immagini, più che altro sotto forma di ipotetici di fermo-immagine di film. Casualmente molto spesso i titoli che do alle foto vengono da quello che sto ascoltando in quel momento, nulla di più, ma più di una volta ho trovato che calzassero a pennello con la foto.

Parliamo di ispirazioni: chi, tra i grandi fotografi e artisti, ha influito sulle tue opere e ha formato il tuo gusto estetico?
Tantissimo i fratelli Coen, o quanto meno certi loro film, al pari di certi particolari di Tarantino: insomma, le influenze sono spesso più cinematografiche che fotografiche. Tra i fotografi, parlerei de i grandi “classiconi”, come Avedon, Annie Leibovitz, Man Ray, Sara Moon (lei è veramente spettacolare), Paolo Roversi, che probabilmente tra i contemporanei è il mio preferito,  poi anche Anton Corbijn e in realtà ce ne sono un’infinità. E penso che dovrei aggiungere anche i CCCP, anche se, ovviamente, non facevano foto.
Invece tra la tua generazione di fotografi, quali sono i nomi da annotarsi?
Bisognerebbe stare qui ore: ci sono decine di fotografi che meriterebbero più spazio e considerazione… A parte gli altri tre di Fourlines (Andrea Colombo, Anna Morosini e Elena Vaninetti), giusto per citare quelli con cui ho parlato più di recente: Dario Torre (bravissimo) , Stefan Giftthaler e Margot Pandone (fa scatti delicatissimi). E se verrete alla mia mostra, probabilmente, li conoscerete tutti quanti.

Se la tua vita fosse un film, chi sarebbe il regista, quali gli attori, quale la colonna sonora?
Il regista potrebbe essere Bergman, piuttosto esistenzialista e malinconico. Gli attori? Direi i miei amici. La colonna sonora, se venisse stampata in cd tipo con il titolo “La vita di Gabriele Chiapparini”, sarebbe il più grande dispendio di plastica e energia dell’universo, dato che sarebbe mastodontica e incasinata, ma dovendo scegliere un gruppo direi Wilco.

Sei stato ospite di Enquire per l’esperienza di Fourlines, adesso invece un viaggio verso dove?
Uno via terra e uno via mare. Sto cercando chiunque ci possa mettere in contatto con armatori navali di gigantesche navi container (se qualcuno ha qualche aggancio è pregato, in ginocchio, di contattarmi).
Gabriele in un film, un libro e una canzone.
La casa del sonno di Jonathan Coe, oppure uno dei Nove Racconti di Salinger. Mi piacerebbe che il film fosse Pane e tulipani, molto romantico e ironico, un po’ malinconico, leggero e profondo quanto basta. La canzone Sporca estate di Piero Ciampi.

Ringraziamo Gabriele per questo tè (non virtuale, per una volta!) e vi ricordiamo che potete trovare le sue fotografie qui www.gabriele.carbonmade.com