The Strokes tornano con il sorprendente Angles

Sembrava impossibile ripetersi, dopo l’esordio sensazionale con Is This It (e qualche piccolo incidente di percorso come Room On Fire), The Strokes lasciano di nuovo tutti a bocca aperta. Martedì 22 aprile, è uscito infatti il loro quarto ed attesissimo album, Angles, una centrifuga di sonorità targate anni 70’, 80’, 90’ e perché no, con qualche giusto sguardo alle tendenze musicali del momento.

Si tratta dell’album più definito di Julian Clasablancas e soci (insieme dal 1998), paradossalmente pluridirezionale ma non per questo disorganico: questa volta, il filo conduttore, che rende il lavoro omogeneo, è rappresentato da una sperimentazione sempre consapevole e funzionale rispetto al senso dell’intero lavoro. Il primo singolo, “Under Cover Of Darkness, accompagnato dal video diretto dal geniale (e qui “misurato”) Warren Fu, non è certamente indicativo del cambio di rotta attuato dalla band di New York. Gli episodi che lasceranno interdetti i fan più tradizionalisti sono ben altri. L’accoglienza dell’ascoltatore da parte degli Strokes, avviene a Machu Picchu, con l’omonima traccia, un eclatante ed immediata prova del fatto che la band è tutto fuorché priva di sensi (come qualche giornale specialistico ha osato dipingere):  un’apertura decisamente anni ’80, con un basso difficilmente trascurabile ed un ritornello che fa venir voglia di spolverare, quasi fossero dei dinosauri della musica, gli ormai eclissati Franz Ferdinand, il tutto raggiungendo “vette” inattese. Se siete convinti di trovare l’ennesimo tentativo di reinventarsi à la MGMT, dovrete ricredervi. Inizialmente il disco era stato pensato come un elemento di distacco definitivo dal sound che fino a quel momento aveva contraddistinto la band. Delle sessions con il produttore musicale Joe Chicarelli, artefice di questa prima idea, è rimasta soltanto l’ultima traccia del disco, “Life Is Simple In The Moonlight”, il pezzo spudoratamente più orecchiabile dell’album. Anche “Games”, pur facendo parte delle registrazioni più recenti, si presenta come una gradita sorpresa: parte come un pezzo dance, si fa drum and bass e poi torna ad essere ballabile e dichiaratamente anni ’80. I drum pad a volte colgono di sorpresa, si alternano nel ritmo, ma sono comunque piacevoli, danno un sapore attuale ad un disco che pesca dal passato e che al passato vuole guardare, almeno in termini di una qualità al giorno d’oggi non sempre capitale.

Naturalmente c’è spazio per episodi più visionari che permettono all’ascoltatore di alimentarsi della bramosia “lirica” caratteristica del gruppo: «waiting up is so much fun to do 80’s movies make out party?», si chiede compiaciuto Julian Casablancas in conclusione di “Call Me Back”, forse riferendosi al fatto che l’attesa del disco da parte dei fan è stata premiata, evitando così il cambiamento drastico che il precedente produttore stava mettendo in atto. Tante sono invece le citazioni, più o meno intenzionali: con “Gratisfaction”, Julian Casablancas si trasforma in Mick Jagger, in “Metabolism” rifà i Muse più epici, attraverso un’apologia orchestrale, senza mai dimenticare quegli episodi che, almeno in parte, sembrano dei timidi esercizi à la Digitalism (l’attitudine dance punk della già citata “Games” è emblematica). Per ora non è stata ufficializzata alcuna data italiana, sebbene gli Strokes suoneranno in alcuni dei festival estivi più importanti al mondo (uno su tutti, il celebre festival californiano Coachella). Nell’attesa di aggiornamenti, possiamo soltanto consolarci con la voce piacevolmente incostante di Julian Casablancas, eleggendola a colonna sonora della nostra prossima estate.