Fotografia: Debora Barnaba

Debora Barnaba, recentemente al centro di discussioni per la sua serie «Kissing Me», è una fotografa nata a Milano. Classe 1985, questa ragazza dal viso pulito, dai tratti delicati, offre al mondo opere piene di forza e sentimento. Autoscatti di un corpo che soffre, che sperimenta, che si spinge fino in fondo nella ricerca delle emozioni: le fotografie di Debora sono radiografie di un’anima inquieta e sensibilissima.
Fondi bianchi su cui si staglia un corpo che vive e si ribella: ogni centimetro di pelle è mostrato nella sua dolorosa e bella umanità.

Se dovessi scegliere tre parole per descrivere le tue opere, quali sarebbero?
Personali, intime e sofferte.
La tua prima memoria fotografica?
La mia prima foto l’ho scattata da bambina, una foto di famiglia: mia madre e mio padre seduti con in braccio la mia sorellina. Mi stupiva che la gente volesse fare tante foto guardando il mondo attraverso un buchino così scomodo. Avrò avuto 4-5 anni. Poi ho sempre usato la fotografia al solo scopo di documentare i luoghi che ho visto, odiandola. Finchè non l’ho riscoperta quattro anni fa, e da allora la considero il mio mezzo d’espressione.
Come ti avvicini alla fotografia? E cosa significa per te la fotografia?
Da quando sono nata ho sempre considerato il disegno il mio mezzo espressivo. Il passaggio alla fotografia non è stato immediato, anche perchè sono due linguaggi molto diversi. Ma ho sempre pensato alla fotografia come ad un’immagine “disegnata” in un certo senso. Nella mia ricerca infatti uso il fondale bianco (come il foglio) che riempio con le immagini che creo. Non vado alla ricerca di immagini da cogliere, ma cerco di ricreare in studio quelle che ho nella mente. Un po’ come il disegno no?
Cosa significa per me? È il mio modo di parlare, di comunicare al mondo. È un bisogno.

Ricordi qual è stata la tua prima macchina fotografica? E adesso, invece, con cosa preferisci scattare? Che rapporto hai con il digitale?
La mia prima macchina fotografica era una Canon a pellicola, non reflex, regalatami alla comunione, o alla cresima. Ho avuto quella per anni.
Quando ho iniziato a fotografare 4 anni fa usavo una compattina da 2 mpix, e la mia prima reflex, sempre una Canon, è venuta poco dopo.
Da un paio d’anni ho ritrovato una macchina di mio nonno, e mi diverto ogni tanto a sperimentare a pellicola. Soprattutto il bianco e nero ha un’altra qualità rispetto al digitale.Il  digitale è comodo, lavorando con l’autoscatto posso permettermi di sbagliare, senza incorrere in spese folli. Ad ogni modo, più che il mezzo, per me è importante l’immagine.

Sei fotografa e modella di te stessa: qual è il tuo rapporto con la macchina fotografica? Ti riconosci nelle tue fotografie? La magnifica Francesca Woodman diceva di fotografarsi anche perché It’s a matter of convenience, I’m always available, mentre Cristina Nunez parla di autoritratto come autoterapia, a quale affermazione senti più vicina?
La macchina fotografica è l’estensione del mio occhio, del mio pensiero. Mettermi davanti alla mia macchina è come mettermi davanti ad uno specchio, davanti a me stessa. E’ come scrutarmi ed essere scrutata contemporaneamente. E’ un momento di totale intimità e apertura.
Nelle mie immagini non riconosco tanto me stessa fisicamente, quanto vedo emergere la mia interiorità, quello che sono dentro, e che spesso nascondo al mondo.
Concordo pienamente con Francesca Woodman: se dovessi cercare una persona da fotografare quando ho in mente qualcosa sarebbe un problema, soprattutto quando ho voglia di fotografare di notte. Mi piace essere sempre reperibile a me stessa, poter lavorare e sperimentare in ogni momento. Trovo che sia importante.
Autoritratto come autoterapia, è vero anche questo in parte. Scattando, mettendo in mostra le mie debolezze, le mie paure ed angosce, in un certo senso me ne allontano e me ne libero. E vedersi, può aiutare a conoscersi meglio. Ma non deve essere il fine di ciò che si fa, altrimenti non si può considerare arte.

La soddisfazione più grande da fotografa? Delusione invece?
La soddisfazione più grande è scoprire che c’è qualcuno che si emoziona guardando il mio lavoro, che lo sente e arriva a ringraziarmi. La più grande delusione (o forse frustrazione) è il non riuscire ad esprimere pienamente attraverso le mie immagini tutto il mondo e la complessità che ho dentro. Ma so che devo ancora crescere molto, e che non si smette mai d’imparare. Quindi vado avanti.

Parliamo di «Kissing me»: hai scatenato un vero e propro dibattito. Te lo aspettavi?
Sinceramente non mi aspettavo una reazione così forte al mio lavoro. Studiando la storia dell’arte e della fotografia ho avuto modo di conoscere artisti con una forza e una crudezza ben superiori alla mia, quindi non credevo di aver toccato in modo così forte argomenti evidentemente vissuti come delicati.

Parliamo di ispirazioni: chi, tra i grandi fotografi e artisti, ha influito sulle tue opere e ha formato il tuo gusto estetico?
Ho una formazione artistica classica, e questo credo si veda nel mio lavoro. Spesso infatti me lo si rimprovera. Sono un’amante del Rinascimento, il mio artista preferito è Michelangelo, il suo modo di trattare il corpo mi ha sempre affascinata. Tra i grandi fotografi sono ammaliata da Mapplethorpe e Newton.
Invece tra la tua generazione di fotografi, quali sono i nomi da annotarsi?
Nella mia generazione trovo che sia molto alto il livello tecnico, ma purtroppo trovo spesso una certa incoerenza nei lavori. Con questo non voglio dire che il mio lo sia, anzi, segue molto il mio percorso personale di crescita. In generale mi sembra che a volte manchi l’idea della ricerca da perseguire con zelo e costanza. E parlo anche per me.
E per il futuro, quali sono i progetti?
Crescere, crescere, crescere. Come persona e come artista. E sapere di riuscire a dare una nuova visione delle cose al mondo.

Se la tua vita fosse un libro, quale ti piacerebbe che fosse?
Mi piace molto leggere e ci sono moltissimi libri con storie affascinanti. Ma pochi effettivamente mi fanno piangere per la forza e l’intensità che vi ritrovo. Sarei indecisa tra “Siddharta” e “Il tormento e l’estasi”. Al momento mi sento invece “Uno nessuno e centomila”.
Un viaggio, dove?
Nel mondo, o nel deserto. Amo il deserto, ne sono tremendamente affascinata. Mi piacerebbe sperimentare il viverci per qualche tempo. Sempre che ce la faccia.
Debora in un film, un libro e una canzone.
Film credo “Il tormento e l’estasi”, Libro “Favola d’amore” di Hesse, canzone il “Requiem Aeternam” di Mozart.

Ringraziamo di cuore Debora per aver accettato di parlare con noi e vi invitiamo a seguire i suoi lavori su www.deborabarnaba.it