Liu Bolin: ciò che resta

C’è chi scatta una foto per fissare l’istante e l’emozione, per non scordare i colori di quel paesaggio e portarli sempre con sé. C’è che si fa immortalare di fronte a edifici o monumenti, durante eventi indimenticabili, per avere eterna testimonianza della propria presenza in quel giorno e a quell’ora. Io c’ero.

Liu Bolin, con una foto, ha spostato l’asticella un po’ più in là, oltre l’eterno presente dell’immagine fotografica. Per quanto ancora ci sarò?

Bolin è un artista cinese, nato nel 1973, che negli ultimi mesi sta ottenendo parecchio successo anche in Italia. Come un camaleonte moderno, si fa ritrarre di fronte a luoghi simbolo della cultura, confondendosi con essi. Colorando ogni centimetro del proprio corpo con le stesse tonalità dello sfondo alle sue spalle, arriva a scomparire, fra pietre e muri. Lo scatto cattura solamente il miraggio di un essere.

Questo originale percorso artistico ha inizio nel 2005, quando, a seguito dello smantellamento da parte delle autorità di Pechino della colonia di artisti del Suonjia Village, Liu Bolin ha iniziato a utilizzare le sue fotografie come un mezzo di denuncia.

Cos’è oggi lo sviluppo dell’esser umano, e dove porta? – dice l’artista- L’uomo sta scomparendo nel suo ambiente. La tecnologia ha portato molto sviluppo materiale, ma per restare umani cosa si deve fare? Io non voglio perdermi in questo labirinto, perciò scelgo questa forma di difesa.

Liu Bolin è sbarcato per la prima volta in Italia nel 2008, con Hide and Seek in esposizione a Verona; nel 2010 ha presentato la sua personale Hiding in Italy presso la Fondazione Forma di Milano. Oggi, alcune delle sue opere sono esposte ancora a Verona, presso la collettiva Invisibilia a Palazzo Forti, fino al 27 marzo. In quasi cinque anni Bolin si è fatto ritrarre anche a Venezia, alla Scala e sulle mura del’Arena di Verona, per rimanere agli sfondi italiani.

L’arte che analizza il rapporto uomo-società, di impegno civile. Seguendo questo credo Liu Bolin solidarizza con gli operai licenziati, ritraendoli e facendoli scomparire nei muri delle fabbriche. Un grido contro la forza repressiva del potere stigmatizzato anche dall’immancabile divisa da maoista con la quale si fa ritrarre. Piccoli dettagli per denunciare una libertà di pensiero che in Cina è ancora lungi dall’essere tutelata. Non per niente la sua immagine più famosa è quella in cui si identifica con l’emanazione vivente dell’ex Timoniere Mao Tse Tung.

Nelle performance di Liu Bolin lo scatto fotografico è solamente l’ultimo tassello di un’esperienza artistica di grande profondità e riflessione. Il processo con cui l’essere umano svanisce colore dopo colore, pennellata su pennellata, fa riflettere lo spettatore sulla precarietà della condizione umana. Pose di sette/otto ore il cui risultato viene colto nel centesimo di secondo in cui il dito del fotografo preme sul pulsante della macchina fotografica. Un dagherrotipo del nuovo millennio, che riesce a catturare ciò che va oltre l’essenza fisica di un essere, poche linee. L’aura di Benjamin. Ciò che resta.

C’è chi confonde protestare con le urla, le cariche e i sassi le pietre che volano. Io sto fermo, ma c’è una protesta silenziosa, la protesta contro lo stato delle cose, la protesta per la sopravvivenza.