Fotografia: Giulia Mazza

Giulia Mazza è una fotografa italiana, nata a Suzzara (Mantova) e trapiantata a Bologna, portandosi dietro la  fantasia e colori di quell’infanzia che dice di aver abbandonato con fatica. E verrebbero da citare i Deerhunter e la loro Basement Scene «Dream a little dream, all about the basement scene[…] I don’t want to get old no.», ideale colonna sonora della vita di questa talentuosa ragazza, del suo mondo colorato e divertente, fatto di foto, musica e moda.
Giulia ha pubblicato su Vogue Italia, Rolling Stones e tanti altri ed è responsabile della fotografia per Yoox.com. Non finisce qua: è anche tastierista degli A Classic Education (anche loro nostri ospiti su Enquire): un bel curriculum, e chissà cosa ci riserverà.

Se dovessi scegliere tre parole per descrivere le tue opere, quali sarebbero?
Colore, Ironia, Invenzione.
La tua prima memoria fotografica?
I miei piedi! Non mi piacevano per questo paradossalmente sono diventati i protagonisti delle mie prime scenette  inaugurando un vero e proprio filone sul quale anche oggi, ogni tanto, mi piace tornare.
Come e quando ti avvicini alla fotografia?
Ho scoperto la fotografia nell’adolescenza, grazie ad un’altra mia grande passione: la musica.
Ho cominciato fotografando concerti e persone dell’ambiente Punk/HC in cui bazzicavo.
È stato poi un attimo capire che la fotografia era perfetta per dar vita a tutti i personaggi e situazioni che mi passavano per la testa.
Ricordi qual è stata la tua prima macchina fotografica? E adesso, invece, con cosa preferisci scattare? Che rapporto hai con il digitale?
La mia prima macchina fotografica era una Fujica ST605 degli anni 70’ regalatami, con un discreto parco ottiche, da mio zio. Sono sempre stata una gran fan della pellicola per questo ho investito successivamente in una medio formato Mamiya RB67 che utilizzo ancora ogni tanto.
Il digitale è stato all’inizio un bel rospo da ingoiare, non mi piaceva per niente. Era proprio un discorso sanguigno, non mi ci trovavo sia per colori, profondità che umanità. Poi piano piano l’occhio si è abituato. Oggi uso una D700 della Nikon, anche se rimango legata ad un’immagine “naturale”, non amo l’iperdefinizione del digitale, tanto meno quell’abuso di post produzione che plastifica le immagini.

Ti diplomi all’Istituto Italiano di Fotografia di Milano in fashion photography, ma tra i tuoi lavori sono molto numerosi shooting a band e musicisti: cosa ami di questi due ambiti e quale senti maggiormente tuo?
Ho frequentato l’istituto Italiano di Fotografia a Milano in seguito alla vincita di una borsa di studio messa in palio dal Corriere della Sera.
È frequentando la scuola che ho capito che il genere fotografico che meglio incarnava quello che stavo facendo era il fashion: ossia avere la possibilità di creare situazioni, storie, giocando con un altro irresistibile ingrediente quale la moda; il lato che mi ha conquistato è stato proprio pensare di avere la possibilità di poter riprodurre in un’immagine l’irrealtà e farla esistere e concludere esclusivamente nell’immagine stessa.
Per quanto riguarda il discorso della musica, lì entra in gioco l’altra mia grande passione. Essendo una patita di musica fin da tenera età è stato naturale lavorare con musicisti a livello fotografico. Mi appassiona tantissimo.
Sento mie entrambe le cose e spero di riuscire sempre di più a creare storie anche con i musicisti dando una mia impronta.
Colore, colore, colore: toni pop e tinte brillanti rendono la tua fotografia ben riconoscibile: da dove nasce questo studio del colore? Che tipo di immaginario c’è dietro?
Ho sempre amato il colore: le cose le vedo a colori e mi piace circondarmi e vestire a colori, ma non credo si possa parlare di studio. Mi viene più da dire che è sempre stato così e che mi viene naturale mettere in una foto quello che mi sento addosso da sempre.

La soddisfazione più grande da fotografa? Delusione invece?
La soddisfazione più grande è sicuramente riuscire a vedere in una mia foto quello che mi piace.
E lo sarebbe ancora di più se potessi vivere esclusivamente di questo.
E qui mi aggancio subito alla delusione, perché purtroppo essere innamorati di quello che si fa e impegnarsi nel farlo bene non basta.
È determinante essere molto bravi nella promozione continua del proprio lavoro e nelle relazioni sociali (intese oggi anche come abbondante presenza sui social network).
Purtroppo per questo devi esserci un po’ tagliato! Dico purtroppo perché sull’autopromozione sono piuttosto carente.
Parliamo di ispirazioni: chi, tra i grandi fotografi e artisti, ha influito sulle tue opere e    ha formato il tuo gusto estetico?
Se devo essere sincera non parlerei né di fotografi né di grandi artisti. Diciamo che il mio gusto estetico si è sicuramente formato nell’adolescenza. Sono sempre stata una bambina piuttosto solitaria, grande amante di travestimenti, giocattoli e amici immaginari. Ho fatto molta fatica a smettere di essere una bambina.
Esteticamente sono sempre stata molto attratta da tutto ciò che è giocoso, burlesco, visionario. Lavorando prettamente d’immaginazione, a volte basta un’immagine su una rivista, un dialogo in un film, una canzone, per imbastire il mood di una storia. Tecnicamente poi segue una fase progettuale, dove anche la ricerca ha il suo peso. Mi piacciono i dettagli e m’innervosisce non riuscire a controllarli totalmente.
Invece tra la tua generazione di fotografi, quali sono i nomi da annotarsi?
Mi piace molto Alex Prager.

Parliamo di musica: non è solo oggetto della tua fotografia, dato che anche tu sei una musicista per A Classic Education. Suonavi già da prima o è un ruolo nuovo? Raccontaci un po’ di questa esperienza.
A tredici anni mi sono avvicinata al piano, ho studiato privatamente per due anni, poi ho abbandonato a livello di studi e ho continuato a suonare per i fatti miei.
Sono sempre stata attratta dal palco, dalle performance, ma ne avevo anche il terrore estremo.
Poi sono arrivati gli A Classic Education  e la proposta di unirmi a loro per la parte tastiere.
Dopo un paio di prove e l’alchimia del gruppo mi è sembrato tutto così trascinante e naturale che non potevo non farne parte. Oggi gli A Classic Education sono anche la mia famiglia, i miei migliori amici, le persone con cui spero di condividere esperienze ancora per molto.
Tu e Clancy: la risposta alternativa a Al Bano e Romina Power? A parte gli scherzi: due talenti, una casa, un gruppo: è facile convivere?
Io e Jonathan siamo insieme ormai da 6 anni. Abbiamo molte passioni comuni  e condividere tutto è sempre stato naturale. Tra di noi c’è l’equilibrio di due persone che si conoscono perfettamente e questo  aiuta ad essere noi stessi nelle varie situazioni.
E per il futuro, quali sono i progetti?
Poter continuare a fare quello che facciamo oggi, sperando di poter raddoppiare la dose.

Ester Grossi è stata da poco nostra ospite su Enquire. Come nasce la collaborazione con lei per A Classic Education? E esiste tra voi un rapporto di influenze reciproche o una sorta di terreno comune di ispirazioni, di scelte estetiche.
Prima di tutto Ester è ormai parte della famiglia. Ci siamo avvicinati a lei perché eravamo grandi fan dei suoi lavori. Non appena abbiamo avuto modo di conoscerci, anche come persone, diciamo che è scattato il colpo di fulmine definitivo! Il nostro terreno comune credo sia proprio l’essere entrati molto in sintonia ed essere diventati  un gruppo di persone che stanno bene insieme.

Se la tua vita fosse un film, chi sarebbe il regista, quali gli attori, quale la colonna sonora ?
Il regista sarebbe Woody Allen, Kirsten Dunst e Bela Lugosi nel ruolo dei protagonisti, I Deerhunter per la colonna sonora.
Giulia in un film, un libro e una canzone.
Film: Camera con Vista, James Ivory.
Libro: I miei luoghi oscuri, James Ellroy.
Canzone: “Dreams never end, New Order.

Noi ringraziamo Giulia per la disponibilità e vi invitiamo a seguirla sul suo sito www.giuliamazza.com