Un tè con A Classic Education

Anni 60, Sam Cooke, Ester Grossi, film impossibili, album in uscita, tour in America, Bologna hipster, etichette e concerti memorabili: troverete tutto questo e molto altro nell’intervista agli A Classic Education.
Jonathan, Luca, Paul, Giulia (Mazza, nostra ospite su Enquire nella sezione fotografia), Stefano e Federico: questi sei eroi della musica con base a Bologna, bravi, belli e innovativi, ma con un pizzico di sapore retrò, rappresentano una delle realtà italiane più conosciute all’estero.
Li fermiamo mentre stanno suonando le ultime date in Italia e prima di un super tour americano che li impegnerà nei prossimi mesi. Vi ricordiamo che recentemente è uscito per la Lefse Records il loro ultimo EP, «Hey There Stranger», con una stupenda cover di Ester Grossi (altra nostra ospite di Enquire): un gioiello di sei tracce  belle e con una sorpresa, You, cover di Toi di Gilbert Becaud. Ma non si fermano qua e annunciano un prossimo album (di cui si parla qua sotto)!
Nell’attesa facciamo due chiacchiere con questo super gruppo nostrano: té e «Hey There Stranger», picture perfect.
Rispondono alle domande: Jonathan (chitarra, voce), Paul (basso), Federico (batteria) e Luca (chitarra, cori).

Come nasce e come si forma la vostra «classic education»?
L: curiosità, passione, affinità, amicizia, polvere e “zucche” dure.
Avete da poco lanciato il download di Night Owl, dalla Shaking Through Session, e annunciate che sarà nel vostro prossimo album. Qualche dettaglio su questa session e qualche anticipazione sul futuro della band?
J: Quel brano è stato registrato a Philadelphia, uno studio incredibile, ci hanno dato due giorni per usare il banco dove hanno mixato “Remain In Light” dei Talking Heads e c’erano mille strumenti e ampli e noi avevamo le lacrime. Il primo studio che abbiamo mai visto dove entrava la luce del sole tutto il giorno. Di solito si sta sempre in posti bui… per fortuna c’era “Night Owl”, la canzone che chiuderà il disco. Questo sarà composto da 12 canzoni, praticamente tutte nuove. Credo uscirà dopo la primavera. Il resto dell’album, le altre 11 canzoni sono state registrare a Bushwick ai Rear House, lo studio di Jarvis Taveniere.
Registrate con un’etichetta non italiana (la Lefse Records) e i vostri show sono ovunque tra Italia, Europa e soprattutto USA: quant’è difficile esportare la musica dal nostro paese e all’interno del nostro stesso paese? Cosa manca in Italia che c’è negli altri paesi che rende il nostro mercato difficile e poco competitivo?
J: Esportarla meno difficile di quanto si possa pensare, sono più i sacrifici economici per poterla portare fuori dai confini. In Italia non è tutto negativo anzi, secondo noi è un ottimo momento, ogni anno organizziamo un festival (Handmade Festival) con i nostri amici Welcome Back Sailors dalle parti di Guastalla (RE) e ti dirò che ci saranno 20 band italiane ogni edizione che vorrei chiamare che non hanno nulla da invidiare alle cose che sento fuori. Abbiamo 4 riviste di musica specializzata in edicola, tanti siti, bei blog, forse manca ancora quel pizzico di cultura, di tradizione rock che hanno in altri paesi. Ma speriamo arrivi! D’altra parte la tristezza e pochezza culturale che ci sta attorno porta per fortuna le persone a cercare e fare altro, a spegnere la televisione.

Qualche mese fa avete suonato per alla Fondazione Pomodoro per Pronti al Peggio: uno spettacolo di atmosfere anni ’60, coreografie, ballerine e grandiose cover (Wonderful World di Sam Cooke, per dirne una). Come nasce questa collaborazione? E come sono state scelte le cover?
J: Nasce da un confronto con i ragazzi di Pronti Al Peggio. Ci hanno chiesto loro delle cover e per l’atmosfera penso si siano un po’ ispirati a quella della nostra musica. E’ stato un esperimento strano, fino al momento stesso di compierlo non sapevamo ne noi ne loro cosa poteva venire fuori… e invece è stato stupendo, siamo molto contenti del risultato, sono stati proprio bravi a ricreare quel tipo di mondo. Le cover erano di Sam Cooke, Sam The Sham, Everly Brothers, Rolling Stones, Elvis e Gilbert Becaud. Ci siamo talmente divertiti che ora alcune di queste cover le suoniamo spesso nei concerti.
F: è stata un’esperienza completamente nuova sia per la location museale che per le coreografie studiate ad hoc sui pezzi. Mentre stavamo suonando era difficile capire il taglio delle riprese e i movimenti, poi a lavoro finito siamo rimasti molto colpiti nel vedere come tutto si fosse incastrato a meraviglia!
Riportando nuovamente il discorso su questo recupero degli anni ’60: sempre alla Fondazione Pomodoro suonate “Toi” di Gilbert Becaud, “You”, nella vostra versione in inglese, dal film del 1965, “Io la conoscevo bene”. Avete un universo estetico ben preciso, partendo dai video (vedi Gone to Sea) fino alla scelta del vinile. Si tratta di una tendenza naturale, dell’amore per un’epoca passata o della volontà più cosciente di associare alla band un’immagine precisa?
J: Non saprei, non credo che ci sia dietro da parte nostra una particolare progettazione. Insomma viene forse fuori in maniera un po’ disordinata come siamo e le cose che ci piacciono. Compriamo più vinili di cd e allora ci tenevamo che uscisse in vinile, Jamie Harley si è ispirato alla canzone e ci ha consegnato quel video. Forse sono rimandi che si auto influenzano, mi piace pensarla così.
Che rapporto c’è con i Settlefish e gli His Clancyness? Come vengono portati avanti i vari progetti?
J: Sono solo band diverse con persone diverse. Nel senso a me personalmente non piace molto la parola “progetto” che ora è molto usata perchè sembra tutto un fiorire di progetti ultimamente e perchè quando si parla di progetto sembra che sia qualcosa con una scadenza o un termine insomma. Invece per me e penso anche per tutti noi qua si tratta di una band, di suonare assieme, di andare in giro, di metterci tutto il possibile dentro.
Settlefish è l’incrocio di cinque persone, A Classic è l’incrocio di altre cinque, His Clancyness sono io e mi faccio aiutare dal vivo da Paul, Luca ha Wolther Goes Stranger, Federico e Paul lavorano molto assieme con Wu Ming due, hanno musicato diversi spettacoli. Penso che l’approccio in tutte le cose sia lo stesso, cercare di esprimersi e visto che amiamo tante cose non riusciamo a stare fermi.
Il vostro live migliore e il vostro live peggiore? Tante date, tante storie, no?
P: Difficile classificare i live, tra i concerti che ci hanno emozionato di più ricordo tutti gli Handmade (il festival che organizza Jon, in cui noi diamo una mano), e’ sempre una festa con un sacco di amici. È  stato pazzesco suonare prima di Jonny Marr, sapendo che dal backstage magari ha ascoltato un paio di pezzi, oppure la serata di presentazione del 7” pollici best/rest a Londra…
Suonare invece con 40 di febbre non e’ stato il massimo! Abbiamo retto per un po’, poi le visioni ed il rischio di collasso ci hanno fermato!
L: La prima data al Cake Shop a New York. Suonare sotto  quelle “lucine” che avevo visto in tanti video delle mie band  preferite  è stata un’ emozione…
F: D’accordo su tutto, ma non posso omettere piazza Castello a Ferrara: uno sballo!
Adesso dove suonerete?
J: Abbiamo ancora qualche data in Italia e poi Marzo e Aprile saremo negli Stati Uniti e in Canada, prima al festival SXSW ad Austin e dopo parte un tour di  un mese insieme ai British Sea Power che tocca entrambe le coste.

Ester Grossi, che recentemente è stata nostra ospite,  cura le vostre copertine con le sue opere: come nasce questa collaborazione?
J: Era una persona che conoscevamo da anni ma solo di vista… poi un giorno Giulia me l’ha segnalata e ci ha subito convinto. Il suo modo di disegnare ed il suo approccio ci sembra perfetto per comunicare in maniera netta qualcosa su una copertina di un vinile. E da lì è iniziata una super amicizia, fa parte della famiglia, spesso viene in giro con noi quando troviamo posto nel furgone. Riusciamo ad infilarla in mezzo alle custodie delle chitarre, eheh!.
Panorama italiano: cosa cancellare, cosa salvare? Quali band da tenere sotto controllo?
L: Cancellerei volentieri il pressapochismo di qualche organizzatore (a volte conoscenza e passione servono più dei soldi) e l’arroganza di alcuni musicisti scambiata per professionalità. Salvo tutti quelli che continuano con passione e tenacia a seguire le proprie strade. Welcome Back Sailors e Be Forest le novità. Gli Altro una costante.
Jonathan, qual è il tuo rapporto con Bologna? Se prima era la città «grassa e dotta», adesso viene definita «hipster»: qualche commento su questo giudizio (veritiero?)?
J: Ah grande, ho visto quell’articolo con galleria fotografica dove Bologna veniva definita “hipster” e mi sa che le fotografie rispondono già abbastanza bene a quanto Bologna lo sia. Secondo me è una città sempre con una energia pazzesca, a volte scende, a volte risale, ora dopo qualche anno buio, forse buissimo, sono positivo. Non mi piace sentire sempre “eh si ma era meglio in quei anni ecc”. Io ci vivo adesso, noi ci viviamo adesso e ci ha dato tanto. Tanti concerti, tante persone, tanti incroci. Peccato che forse non ci sia mai stata una situazione capace di unire tanti soggetti, tante persone. Forse quello è mancato. Però che dire, io Paul e Foppi ci siamo conosciuti a Bologna, non in un’altra città e questo basta per farmi dire che mi ha dato non tanto, di più. Le prime prove della band sono state qua, i primi passi anche delle altre esperienze musicali sono nate qua. Luca ogni volta fa dei km per venire da Modena a Bologna, ahaha, mica andiamo da lui!
Se gli A Classic Education fossero un film: chi sarebbe il regista, quali gli attori?
J: Qua mi sa che cambia un po’ per tutti, provo a buttarmi: regia di Terence Malick o all’estremo opposto di John Waters, attori Volontè, Sissy Spacek, Jeff Bridges e Michelle Pfeiffer (periodo de I favolosi Baker), un cameo di Tom Waits e uno di Cary Grant, giusto così una scenetta. Mi sa che così esce un pastrocchio o facciamo affondare uno degli studios come Michael Cimino.
P: Dai mettiamoci anche una particina per Liv Ullman del periodo Bergman!
F: Io ci metterei in co-regia Lattauda, così scoppia la bagarre sul set, volano paroloni in tutte le lingue e passiamo direttamente ad un cortometraggio tipo micromondo.

Noi li ringraziamo molto e vi ricordiamo che potete seguirli sul loro sito www.aclassiceducaton.com e sul loro tumblr «A Classic Education around the world».
Ringraziamo anche Ester Grossi per la cover di «Hey There Stranger» e Giulia Mazza per le foto.
Stay Tuned!