Un tè con Luca Barcellona

Luca Barcellona, rappresenta un punto di giunzione perfetto, tra ciò che si considera storico e ciò che si considera moderno.
Ha una conoscenza profondissima della sua professione, che è anche la sua passione e un rispetto raro di questi tempi.
A Milano diciamo testa bassa e pedalare e Luca che, metaforicamente, di chilometri in bicicletta ne ha fatti parecchi in questi anni, continua a lasciare che siano i suoi lavori a parlare per lui.
Abbiamo preferito lasciare intatta la lunga chiacchierata che segue proprio per sottolineare, sebbene ce ne fosse ancora bisogno, che il binomio presto e bene non potrà mai funzionare, e così come nel lavoro, anche nella vita dobbiamo tornare ad impadronirci del tempo, delle pause e della qualità.

Partiamo dall’ultima esibizione live a RaiTunes, la trasmissione di Alessio Bertallot su Radio2, durante la quale hai illustrato la playlist musicale.
Mi ha colpito il commento di una ascoltatrice che ti ha definito come in bilico tra il muro e la pergamena.
Cosa ti è rimasto della pelle di writer?

Quel che è certo è che la tua tag e il tuo passato da writer sono duri a morire, non te li levi più di dosso per tutta la vita.
Il mio è stato un percorso se si può dire “involutivo”. I writer pretendono di evolvere le lettere, ma senza conoscerne le forme base. Esattamente come ero io. Più il graffito era complesso, meno era leggibile, meglio era. Forse perchè “i giovani vogliono stupire”, come ho letto in un libro di Munari. Ma e un po’ come voler risolvere una complessa equazione senza sapere le tabelline. Quindi ho cominciato a seguire un processo parallelo, in cui da un lato capivo cosa c’era di buono nel wild style, e quanti elementi dei graffiti fossero superflui e addirittura spesso sono degli escamotage per nascondere delle brutte lettere. Con gli spray puoi coprire e ricoprire il lavoro fino a quando il lavoro ti soddisfa, ma pui farlo perdere in freschezza. Nello stesso tempo mi sono avvicinato alla calligrafia, studiandola sempre di più ed affinando il gusto per le forme delle lettere. Da quì ho cominciato ad apprezzare i graffiti molto semplici, dove c’era una padronanza del gesto e delle proporzioni delle lettere rispetto alla complessità dell’outline. Fino ad arrivare a studiare le tag e ad intenderle come una scienza a sè stante. Il valore di un buon flop o di una firma e le condizioni in cui vengono fatte dicono molto della capacità di un writer. Il paragone fra un pezzo su muro e un bombing potrebbe essere, nella musica, quello fra un pezzo registrato in studio con un gran lavoro di postproduzione, e un’esibizione dal vivo. Sono entrambi degli aspetti rispettabili, ma se il tuo lavoro è “costruito”, lì si vede. Anche se produco molto in studio, mi piace confrontarmi attraverso i video e le performance live per mostrare quella che è la calligrafia, così com è, fatta di gesti semplici e controllati, che molti vedendo un lavoro finito non si immaginano, e questo perchè è molto poco diffusa e nelle scuole l’argomento è pressochè inesistente.
L’azione, le grandi superfici, le sfide e la competizione sono elementi del writing che mi accompagnano ancora adesso, e questa per me è una gran fortuna.

E quanto ti manca l’elemento “illegalità”?
Non molto. A dire il vero in Italia c’è nè già abbastanza.
Penso faccia parte della necessità di autoaffermazione che è molto legato all’età in questo senso.
Ora mi interessano di più la ricerca, lo studio del lettering nei suoi vari aspetti, e poter diffondere il quello che imparo attraverso il lavoro e l’insegnamento.
Riguardo ad essere ribelli o contro qualcosa a tutti i costi, beh, credo che oggi sia molto più anticonformista un atto di gentilezza, essere generosi senza volere un tornaconto.

Durante la tua ultima personale “Take Your Pleasure Seriously” presso lo spazio di Mauro Bolognesi a Milano, mi hai detto una cosa che mi ha fatto riflettere, ovvero che lavori molto di più di quanto esponi.
Quanto ritieni importante mostrare i tuoi lavori al di fuori del contesto per cui sono stati realizzati?

C’è un concetto che ho imparato e ho subito fatto mio: non puoi fare progressi se non rendi partecipi gli altri dei tuoi progressi. Per questo da qualche anno condivido i miei lavori in rete, consapevole che chiunque ne può fruire in modo corretto o meno. È un’arma a doppio taglio, chiaro, ma questo è il gioco. In generale ho notato un comportamento corretto da chi ne fruisce. Penso che il futuro per quanto riguarda il web non vada tanto verso la salvaguardia dei diritti a tutti i costi, quanto più verso una condivisione rispettosa dei contenuti, dove se posti il lavoro di qualcuno viene citata la fonte. È senz’altro più emozionante vedere i lavori sui libri, stampati, hanno più valore e ho un bel feticismo per la carta. Ma è bello cercare libri vecchi, perdersi nelle librerie nei posti che visiti. Conosco calligrafi eccezionali, con lavori di gran lunga superiori ai miei, di cui però si trova poco o nulla. È un peccato, ma è una scelta che ha il suo fascino. Ho chiesto ad uno dei miei maestri perchè non avesse un sito, mi disse che se davvero lo volevano, lo avrebbero cercato trovato. E sto parlando di uno dei calligrafi più bravi al mondo! Nella mostra a Milano ho esposto delle cose un po’ particolari, molti sono disegni in bianco e nero, i definitivi che servono però a creare il telaio per una serigrafia, o la base del disegno che poi viene digitalizzata (purtroppo) e resa vettoriale. Mi sono accorto di avere dei cassetti pieni di lavori mai mostrati sotto questo aspetto e ho pensato di esporli in questa occasione. Ma è solo una parte di quello che faccio. Nello stesso tempo ho presentato un libro di incisioni su linoleum stampato a torchio con Lucio Passerini (mio ex professore ti storia della tipografia e di stampa); un lavoro che ci ha richiesto molto tempo e che forse è difficile da capire se non si conosce la tecnica che c’è dietro; per questo ho esposto anche le matrici delle incisioni. Il racconto poi era “Gli alberi” di Franz Kafka; Mauro Bolognesi vende mobili anni ’50 di design svedese, e ho pensato che il suo spazio sui Navigli, dove il legno impera, fosse il posto adatto per esporli. I lavori che mostro comunque sono sempre antecedenti a quello che sto facendo al momento, è importante darsi il tempo per capire il valore di quello che si sta producendo a posteriori.

Spesso di un artista arriva prima l’ego delle opere.
Ritieni che l’essere riservati e il non alzare la voce sia comunque la strategia vincente o nel mondo dell’arte sia necessario principalmente fare rumore per ribadire la propria presenza.

Il “rumore” lo dovrebbe fare quello che produci, non tutto quello che ci sta intorno.
Il non alzare la voce sarebbe consigliabile comunque e dovunque, non solo nel mondo dell’arte.
Milano è piena di eventi, e tocca selezionare quelli che veramente ti interessano: spesso però si svolgono in spazi impressionanti, con catering fastosi, gli uffici stampa che martellano ovunque, ma il contenuto è poco interessante; spesso si tratta di pubblicità per brand con la scusa dell’evento, e ci si sente presi in giro, come in una bella scatola vuota. A volte sembra di essere immersi in un continuo aperitivo fatto di sorrisi e strette di mano ovattate dalla finzione e dagli interessi. Io poi ci andrei piano con la parola artista. La trovo una posizione antidemocratica, sembra che un artista sia su un gradino più alto di una persona che lavora. Partiamo dal fatto che l’artista non dovrebbe integrarsi, ma essere libero di esprimersi e al di sopra delle parti, degli sponsor e delle circostanze; sotto questo punto di vista di artisti ne vedo pochi. O meglio, ne vedo molti presunti. Se hai bisogno di un hype eccessivo attorno al tuo lavoro, forse hai paura che il tuo lavoro non sia sufficientemente valido. La scrittura e il segno sono la mia sublimazione come persona, quello che resterà di me. Non importa più di tanto che io sia una persona simpatica o stronza sotto questo punto di vista. Io sono un artigiano, lo dico senza falsa modestia. Ci tengo a lasciare un segno con quello che faccio ma spero di non mostrare più l’ego del resto.
I tuoi lavori variano dall’editoria, allo street wear, logotipi, cinema, musica. Su quale territorio ancora inesplorato ti piacerebbe approdare?
Per ora sono dei campi in cui mi piace operare, mi piacciono molto la stampa con i caratteri mobili e l’incisione, vorrei lavorarci di più.

Qual è il lavoro che ti ha messo più in difficoltà?
Tempo fa ho dovuto produrre cinque tavole molto complesse per un grosso cliente. Erano composizioni tipografiche fatte con i caratteri mobili, in legno e piombo. Ho recuperato i caratteri in varie stamperie grazie all’aiuto dei pochissimi che hanno questo tipo di laboratori (a Milano, l’Officina 9 Punti e Lucio Passerini). Ho dovuto comporre e stampare a torchio decine e decine di alfabeti e fregi. Per poter usare lettere diverse ho dovuto fare più forme e stampe dello stesso alfabeto, e questo può essre molto lungo; poi ho scansionato tutte le lettere facendone degli specimen, e ho composto le tavole a computer lettera per lettera. Ho lavorato dieci giorni senza sosta perchè “il cliente aveva fretta”. A parte il fatto che non so quanto venga riconosciuto un vero carattere in legno stampato a mano da una sporcatura fatta in Photoshop, il lavoro, a tutt’oggi non è ancora uscito. (!)
Il lavoro più lungo invece l’ho fatto nel 2009, a Zurigo. Assieme al calligrafo Klaus Peter Schaffel, abbiamo scritto con i materiali originali (inchiostri naturali e penna d’oca) tutta la geografia di una riproduzione di un mappamondo del 1500 di circa 1,5 m di diametro. Migliaia di nomi in latino, con lettere alte anche 2 mm, scrivendo direttamente sul globo quindi a volte in posizioni scomode. Tagliare la penna d’oca è molto difficile, perchè la punta spesso si sforma e va rifatta di continuo; a volte richiede anche mezz’ora per riavere la stessa punta e la stessa dimensione. Stavo in silenzio a scrivere per ore, in quest’aula dell’Archivio di Stato che dava sul giardino dell’università, con il lago e le anatre. Guardavo la finestra e nevicava, poi c’era il sole, poi pioveva, e uscivo che c’era di nuovo il sole. Il mio lavoro è durato circa tre mesi, ma quello dell’intero progetto quasi tre anni, coinvolgendo miniaturisti, artigiani, storici e  restauratori. Ora il globo è esposto nella biblioteca di San Gallo. È stato il lavoro più bello che abbia mai fatto, un’esperienza umana e professionale incredibile.

Recentemente ho guardato il film di Luca Guadagnino “Io Sono l’Amore” per il quale hai curato la parte grafica dei titoli di testa.
Per la versione americana la font creata a mano da te è stata superficialmente rimpiazzata con una digitale. Quanto ti ha irritato?

Quello per io sono l’amore è stato un lavoro a quattro mani con Marco Cendron, che ha curato la tipografia. Io ho realizzato il titolo per la locandina e la calligrafia dei titoli di testa. Anche tutti i vari loghi sono stati ridisegnati a mano. È stato molto impressionante vedere i titoli proiettati enormi sullo schermo. Poi mi hanno contattato per la versione inglese, ma non avevano soldi per farla. Quindi hanno usato una font, tutto quì. Peccato.
Nel recente progetto per la linea di streetwear Gold hai realizzato delle grafiche le quali, con un sorriso amaro, sottolineano la triste realtà della vita dei designer.
Purtroppo i tempi sono strettissimi
, Purtroppo per questo progetto non abbiamo budget, È un progetto no-profit. Ma garantiamo la visibilità sono le classiche frasi, divenute oramai degli stereotipi da sfatare.
Quanto è grave la situazione?

Parecchio, purtroppo. Vedi, c’è qualcosa di molto malsano nella proposta di lavorare in cambio di nulla o di visibilità. La società e il modello economico che abbiamo adottato non funzionano così. Io ho imparato che se non ho i soldi per qualcosa che voglio, non posso comprarlo. Prova andare dal macellaio e ad uscire portandoti via una bistecca dicendo che non puoi pagarla ma che parlerai molto bene del negozio. O a fare colazione e dire alla cassa che paghi a 90 giorni.
La linea di tshirt LBGS (www.lucabarcellonagoldseries.com) è un progetto autoprodotto da me e Gold, con l’esigenza di proporre qualcosa senza alcuna logica di mercato, ma di gusto. Su 15 grafiche, quelle tre, nate quasi per gioco, sono quelle che sono piaciute di più; questo perchè tutti ci si riconoscono, molti si sono sentiti dire quelle frasi. Quotidianamente ricevo messaggi di persone che mi portano i medesimi esempi di dinamiche di lavoro pessime. Ci sono blog sull’argomento molto belli, e drammaticamente divertenti, come why should I work for free e clients from hell. L’obiettivo di quelle tshirt era sensibilizzare le persone su questo argomento, farne discutere col sorriso e l’amaro in bocca. Abbiamo anche prodotto uno shooting ricreando l’ufficio tipico di un art director durante un colloquio: non quello in giacca e cravatta, ma l’“art senior” (che a volte ha 24 anni), con tutti gli Iphone-Ipad-Mac del caso, i libri di grafica comprati su Amazon incelofanati, la bici a scatto fisso, la camicia coi tattoo che spuntano, che fa un po’ l’amico, ti fa capire che è uno come te, e ti spiega che gli piace molto il tuo lavoro ma che non può pagarti. Può andar bene se sei appena uscito da scuola e devi farti un portfolio, ma se hai 35 anni è una presa per il culo. Poi c’è la questione dei tempi strettissimi. L’ultimo annuncio pubblicitario che ho fatto ho avuto mezza giornata per fare la creatività, i layout e la vettorializzazione. Considera che da me pretendono che sia fatto tutto a mano, senza usare delle font ma creando da zero caratteri, incastri fra le lettere, etc. Quando succedono queste cose penso che siamo veramente al limite, il cambio di rotta dovrebbe partire da noi, altrimenti ne siamo complici.

Nel post pubblicato sul tuo sito sostieni che questo scenario l’abbiamo creato noi lavoratori, perché è una situazione che riguarda tutta la categoria, piegandoci alle folli logiche di mercato e di concorrenza.
Occorre rimettere le cose a posto, ricordando che il binomio “presto e  bene” non può funzionare.
Quanti “no” hai detto ribadendo questo sanissimo principio?

Troppo pochi fino ad ora. Ma passo ore a discutere con i committenti per cercare di migliorare le cose. Forse a volte spreco davvero il fiato, ma metà del mio lavoro è spiegare come si fa. Mi dicono “non ci piace questa font”, e magari ho passato quattro ore a disegnare le lettere una per una. Oppure vedono l’effetto di un carattere in legno stampato a mano e pensano sia un effetto di Photoshop. A volte non sanno neppure cos’è un carattere mobile, devo mandargli delle foto o un video per farglielo capire. Ho rinunciato a dei lavori anche molto grossi perchè non c’erano proprio i presupposti umani per realizzarli.

Credi che riusciremo ad uscire da questa paura di rimanere fermi al palo barattando la consegna di un lavoro per la qualità?
No, finchè il denaro è così importante. Poi dipende da noi, da quanto siamo disposti a rinunciare per la dignità del lavoro; non si è mai cambiato nulla senza un po’ di sofferenza.
Quali sono i tuoi maestri?
Hermann Zapf, Rudolf Koch, John Stevens, Anna Ronchi, Giovanni De Faccio.
Chi è BeanOne?
Un ragazzino che voleva lasciare il segno il più possibile con il suo nome, ma che a un certo punto si è accorto di farlo col nome sbagliato.

Cos’è Rebel Ink?
Un’esperienza irripetibile, che ha messo assieme alcune fra le persone che stimo di più. Io Marco (Klefisch) e Rae (Martini) siamo finiti in dei posti assurdi grazie a quella performance. Non avevamo riferimenti in quello che stavamo facendo, di sicuro c’era solo che si rideva fino alle lacrime. Ancora adesso, quando ci vediamo noi tre, non riusciamo a star seri. Il cabaret!
Che carattere tipografico è Luca Barcellona e perché.
Oggi Gill. Parto per Londra fra qualche ora.
Quale sarà la tua next big thing?
Probabilmente un lavoro per un’orchestra. I grandi risultati però si ottengono da un buon lavoro di squadra.