Fotografia: Anna Lucylle Taschini

Trentenne italoamericana, dopo la maturità scientifica e due anni di esperienza come webdesigner e grafica a Bergamo, si trasferisce a Milano per studiare art direction presso l’International College of Art and Sciences. Attualmente divide le sue giornate tra il lavoro full time in un’agenzia pubblicitaria come art director e la sua passione per la fotografia ritrattistica e pinup.
Tra le varie pubblicazioni Corriere della Sera, Glamour, Rockerilla, Repubblica.it e Playboy.it.
Lei è Anna Lucylle Taschini.

La fotografia per te è?
Oltre ad essere una delle forme artistiche che al giorno d’oggi offre più varietà stilistica, per me è soprattutto un mezzo per dare sfogo a quello che gli inglesi chiamano “creative itch”.
Mi dà l’opportunità di cristallizzare su un monitor o carta quello che mi ossessiona e appassiona e che senza la fotografia rischierebbe di rimanere un pensiero incorporeo.
La tua prima memoria fotografica?
Pomeriggi interi passati a fare da soggetto insieme al resto della mia famiglia per mio padre, fotografo amatoriale che sviluppava i negativi in una camera oscura allestita nel suo ufficio all’ospedale… forse è per questo che la fotografia tradizionale non mi ha mai attirato!

Come ti sei avvicinata alla fotografia?
Studiando art direction, ho frequentato anche un corso di fotografia base… comprensibilmente era limitato nei concetti, ma quello che mi ha colpito è che veniva specificato a ogni piè sospinto che bisognava disporre di attrezzature costose e molte risorse… ho iniziato a produrre scatti un po’ per ripicca verso questa mentalità, un po’ perché effettivamente avevo spesso necessità di contributi fotografici per lavori con budget risibili che non permettevano di pagare un fotografo, provando sempre più soddisfazione nel farlo fino a quando non ho deciso di investire seriamente sia tempo per fare ricerca personale che soldi per acquistare una reflex entry level (una Canon Eos 350).
Non mi sono più fermata.

La tua prima macchina fotografica?
La prima in assoluto che ho avuto tra le mani è stata una stranissima macchina con rullino a dischetto (una tecnologia destinata al fallimento, dato che non ne ho più viste del genere!) che rubavo da piccola a mia madre per giocare.
L’ultima?
L’ultima è la mia attuale Canon 5d mark II.
Che rapporto hai con il digitale?
Il digitale è una parte integrante e imprescindibile del mio modo di fotografare… ho imparato ad amare la fotografia scattando in digitale, ma soprattutto studio e organizzo scatti con una precisa idea della postproduzione necessaria e grazie al digitale posso creare la base perfetta per il successivo editing senza passaggi di mano. Scattare in analogico dà un altro feeling e sicuramente risultati apprezzabili, ma non rientrano nel mio stile.

Da fotografare: meglio un corpo femminile o maschile?
Hanno entrambi validi argomenti a favore e contro, ma da parte mia trovo il corpo femminile estremamente più versatile e lo prediligo sia come forme che come capacità espressiva.
Se esistesse il nobel per la fotografia tu a chi lo daresti?
A David Hobby, il fondatore di Strobist, per il contributo che ha dato e continua a dare alla fotografia amatoriale.
Un fotografo italiano che stimi particolarmente?
Mi trovo spesso a citare Sara Lando: trovo molto fresco e per nulla “italiano” il suo stile.

La soddisfazione più grande da fotografa?
Da ritrattista, è sempre emozionante vedere le reazioni del soggetto quando viene messo a confronto con lo scatto, ma la miglior soddisfazione personale è guardare a mente serena il giorno dopo i risultati di uno shooting e trovare esattamente lo scatto che volevamo produrre tra i file.
Delusione invece?
Dover continuamente spiegare come non basta Photoshop per poter avere un buon risultato: con l’avvento del digitale si è creata una mentalità del tipo “lo si aggiusterà in post”, così invece di sforzarsi di avere una bella foto sin dall’inizio si tollerano errori e magagne… non nego che il genere che prediligo e il mio stesso stile rendano indispensabile una postproduzione accurata, ma è necessario un grande lavoro di preparazione e ricerca per poter arrivare il giorno dello scatto con le idee chiare su cosa si vuole produrre e l’attenzione ai particolari è quello che spesso fa o rovina una foto.

I peggiori 50 euro della tua vita?
Fotograficamente parlando, metto a pari merito tra il cachet per una make up artist (andato in fumo letteralmente secondi dopo il termine dello styling a causa di un temporale) e il mio primo acquisto in fatto di illuminazione… lampade Dynasun? Mai più.
Se la tua vita fosse un film, quale ti piacerebbe che fosse?
Un film noir degli anni 40: è un genere che include molti miei ideali estetici, specialmente in ambito femminile. Pur essendo sostanzialmente un prodotto hollywoodiano, racchiude un alto grado di cinismo e di ambiguità e soprattutto, la cura nell’illuminazione caratteristica del genere è perfetta per fotografare!
Un viaggio, dove?
Il Canada… un bel cross-country tra città come Toronto o Vancouver che hanno fatto da scenario a molti blockbuster negli ultimi anni, inframezzato da gite nella natura.
Un film, un libro e una canzone.
I miei preferiti di questo mese:
Fermat’s room di Luis Piedrahita e Rodrigo Sopeña.
Hitch 22 di Christopher Hitchens.
All tomorrow’s parties Apoptygma Berzerk version.
Una cosa che vorresti dire, ma che non ti è stata chiesta?
Sono sempre stata curiosa di che genere di scatti trovano spazio sulle pareti degli altri fotografi… non so perché, ma nel mio caso è esattamente l’opposto di quanto produco: scatti maschili tratti da reportage antropologici d’epoca e una serie mixed media tra scatto e radiografia; tutto rigorosamente in bianco e nero.

Il suo sito personale www.lucylle.com