Un tè con Davide Zucco

Davide Zucco è un giovane artista bellunese con la valigia in mano.

Los Angeles, Londra, Parigi, Berlino, Città del Messico… fino a New York, dove forse si sente a casa.

Riusciamo a scambiare due chiacchiere con lui. Ancora una volta c’è di mezzo una valigia, per Valencia. È nella città spagnola, infatti, che ha luogo in questi mesi la sua ultima personale “Burning colors trying to turn my blood black”. Ce la facciamo raccontare in quest’intervista.

Ciao Davide, parlaci del tuo background artistico.

Da ragazzino sono stato attirato dai graffiti. Ricordo che, in vacanza, facevo scattare a mio padre foto ai muri dipinti e che attorno ai tredici anni ho costretto i miei genitori a portarmi al Juice ad Ancona (una jam di graffiti alla quale partecipava, praticamente, tutta la scena italiana di quel tempo).

Che ridere pensare che me ne andavo in giro con i miei genitori a scattare foto e ad importunare i writer intenti nelle loro produzioni!

Dì lì a poco sono diventato attivo nel settore insieme ai miei compari, apprezzando soprattutto i primi lavori di Barry Mc Gee, che al tempo era conosciuto per le sue tag con il nome di Twister. Questa fase durò fino al mio primo viaggio a NY nel 2001, in cui rimasi stordito dagli input offerti dalla città e dai lavori di artisti, ora considerati street-art, come WK Interact e Swoon.

Quando tornai dal viaggio smisi di lavorare ai lettering e iniziai a sperimentare nuove vie.

Paradossalmente il boom della street art coincide con il momento in cui me ne sono allontanato per iniziare a seguire, invece, la scena Low brow, risultato artistico di varie culture underground. Da qui in poi mi sono interessato all’arte in maniera sempre più ampia e penso che il mio lavoro si sia sviluppato di conseguenza, avvicinandomi sempre più al contemporaneo, ma rimanendo fedele al mio percorso.

Non chi, ma cosa ti ispira?

Assolutamente direi la Natura. Essa mi spinge quotidianamente a pormi domande alle quali il mio lavoro non riesce a dare risposta. Mi sforzo di indagare, scavare a fondo in cerca di luoghi remoti e possibili indizi.

In secondo luogo l’Arte, che comprende anche musica, letteratura e cinema. Sembra banale, ma il mio percorso da autodidatta è sempre stato mosso dalla fascinazione per il lavoro altrui.

Ascolto molta musica, leggo più che posso e guardo parecchi film. Mi piace pensare di essere un fruitore d’arte e ricambio cercando di dare il mio contributo.

Infine il Viaggio. Il contatto con culture e ambienti differenti dal mio ha sempre giocato una grossa parte nello sviluppo del mio lavoro.

Che importanza ha la musica?

Fondamentale. Per qualche anno ho collaborato con un gruppo di musica elettronica, gli ENT, per i quali curavo la parte video. Facevamo dei live set durante i quali proiettavo e mixavo dei loop video creati da me.

Una volta conclusa l’esperienza con gli ENT ho voluto mantenere viva questa collaborazione commissionando musiche su misura per installazioni d’interno, nelle quali ho fatto fare delle performance live come parte integrante dell’opera.

Mi sono però reso conto che la musica necessita di condizioni ideali di base, senza le quali ha poco senso interpellarla. Gli spazi delle gallerie o le inaugurazioni delle mostre, spesso e volentieri,  non hanno i requisiti necessari e non sono il luogo adatto per ospitarla.

Per questo motivo è da un po’ che non interagisco più con la musica, anche se mi piacerebbe trovare il modo di utilizzarla nuovamente in maniera appropriata.

Quanto è importante il colore nelle tue opere?

Direi moltissimo. Credo che il mio lavoro parli di vita e, in qualche modo, il colore assume il ruolo di linfa vitale.

La tua arte raffigura l’interazione degli opposti, sbaglio? In breve, come vedi l’interazione uomo-natura? Natura: madre o matrigna?

Onestamente non parto da questo presupposto. Direi piuttosto che il mio lavoro parla di vita e da qui, spontaneamente, nascono gli opposti.

Al momento vedo la Natura come madre, ma la mia non è una posizione definitiva. Credo che, sicuramente, l’uomo si sia allontanato  molto da essa. E con una certa presunzione.

Come definiresti la tua visione personale della società? Conservi ancora un punto di vista positivo?

Penso alla società come ad un organismo troppo complesso per poterne vedere tutti gli aspetti in maniera distaccata e oggettiva. Penso ci siano problemi di fondo che, sviluppati nei secoli, hanno creato grossi danni. Forse irreversibili. Non credo che l’uomo sia d’indole malvagia, piuttosto che la società, fatta di classi e disuguaglianze, lo abbia reso egoista.

Riuscire a conservare un punto di vista positivo è una necessità. L’alternativa è la disperazione.

Forse la rotta si può invertire…
Parlaci della tua ultima personale a Valencia. Iniziamo dal titolo (Burning colors trying to turn my blood black). Riesci a spiegarci il senso?

Questa personale segna un momento importante nell’evoluzione del mio lavoro, una sintesi formale che racchiude tutto il contenuto di ciò che ho fatto finora, rimanendo fedele al mio linguaggio usuale.

Da qui nascono lavori più snelli e puliti, giocati sui contrasti tra spazi vuoti e piccole aree dettagliate, tra bianchi e colori accesi.

Il titolo fa riferimento all’installazione, che è il lavoro principale al quale sono connessi tutti gli altri. L’albero bruciato rappresenta il consumarsi della vita. L’ombra in decomposizione rilascia le componenti della sua essenza e va a creare un altro albero, con gli stessi elementi, che ne prende il posto. Il suo bruciare non è altro che una condizione di mezzo tra il prima ed il dopo. Qualcosa che già esisteva e che continuerà ad esistere.

Vuole essere una dichiarazione di intenti, un tentativo di astrazione dalla condizione finita e dalla prospettiva terrena verso la proiezione all’universalità. Tornando al titolo, il sangue che da rosso si trasforma in nero richiama la materia dello spazio esterno e dell’inconoscibile.

Ti definirei un miniaturista. Esiste una ragione spiegabile della tua ricerca meticolosa per il dettaglio?

Mi viene naturale. È quasi un’ossessione, una sorta di ricerca religiosa della perfezione. Lo definirei un mio modo di essere spirituale, un modo di meditare. Ci vuole molta pazienza e tempo. Pur avendo parvenza maniacale, in realtà è un modo attraverso cui liberare la mente e produrre energia. È un modo per  caricare il lavoro di energia spirituale.

Sei un artista giovane, conosciuto. Hai esperienza di parecchie realtà estere. C’è posto per la tua arte in Italia?

L’Italia è un Paese difficile. I fondi a disposizione della cultura subiscono continui tagli e la scena nazionale è piuttosto ristretta e dominata da poche persone che ne dettano i canoni estetici. Di conseguenza lo spazio per chi propone cose che esulano da questi standard è ridotto.
Curiosità personale: quando termini un’opera la guardi e… (quali sono le tue sensazioni)?
Solitamente appena finisco un lavoro non mi piace o comunque sento la necessità di distaccarmene. Sono ancora troppo coinvolto da riuscire a valutarlo oggettivamente e in maniera distaccata. Ho bisogno di metterlo da parte e non vederlo per un po’.
In un secondo momento faccio le mie considerazioni sul lavoro.
Grazie Davide, abbiamo finito. Ci vediamo a Valencia!
Certo, grazie a voi.

Salutiamo Davide e ne approfittiamo, nel caso in cui abbiate in programma un giro in Spagna entro il 18 marzo, di segnalarvi le coordinate: “burning colors trying to turn my blood black”, solo exhibition at Luis Adelantado Valencia Gallery. Valencia, Spain www.luisadelantadovalencia.com