3perTe volume 1 – Marzo

3perTE è la nuova rubrica di Enquire che, rifacendosi a slogan radiofonici o di emittenti televisive musicali (dicono che Mtv una volta lo fosse), si propone di offrirvi una volta al mese la recensione di tre dischi che hanno suscitato il nostro interesse. Di regole ne abbiamo poche: parliamo solo di quello che ci piace, quindi quello che facciamo è dare semplicemente consigli su quello che di buono è passato sotto i nostri occhi, pardon orecchie.
Per inaugurare un qualsiasi tipo di rubrica deve esserci un ospite di rilievo e grazie al web e ai suoi svariati modi di poter usufruire di ascolti gratuiti, ci siamo potuti permettere di invitare nel nostro salotto The King of Limbs, attesissimo ottavo album in studio dei Radiohead.
Il quartetto di Oxford è sempre stato bravo a catalizzare l’attenzione mediatica in preparazione delle sue uscite e il silenzio monacale che ha preceduto quest’ ultima ha creato nei fans grande attesa e curiosità (anche noi fremevamo e parlavamo di loro proprio poco tempo fa, ma la band è stata bravissima e non far trapelare neanche una nota del disco).

The King of Limbs procede nelle segno dell’influenze elettroniche già presenti in In Rainbows, dove ritroviamo le stesse atmosfere minimali e un ampio uso di campionamenti; in tutto l’album si nota una quasi dipartita delle chitarre, che perdono arpeggi e riff e tendono a scomparire in lunghe note distorte. Otto tracce, poco più di mezz’ora, per un disco che ti bisbiglia tormenti e angosce come farebbe un amico di vecchio corso, senza mai alzare la voce e senza mai aver fretta; sono proprio questi aspetti a far nascere due interrogativi che incideranno nel  decretare la buona o la cattiva riuscita del progetto: risulterà indigesto al pubblico un album così intimo e sussurrato?  Riuscirà una band della portata dei Radiohead a trovare la dimensione giusta per portare in giro dal vivo la loro ultima creatura? Questo solo il tempo potrà dirlo, per ora accontentiamoci di ascoltarlo.
Lasciando le atmosfere degli eco-friendly inglesi (ci piace ricordare anche le loro iniziative ecosostenibili come la scelta di fare i concerti in luoghi raggiungibili anche solo con il trasporto pubblico), vi parliamo ora di quattro poliziotti mancati, che proprio dopo un esame per entrare nell’arma si trovano a formare una band punk-rock (quanto sarebbe più bello il mondo se tutti i poliziotti avessero un sogno punk nel cassetto).

L’album degli Smart Cops si chiama Per Proteggere e Servire e come il nome della band è un ironico riferimento al loro scampato destino.  Le tracce sono undici, veloci e dirette e sono un piacevole balzo indietro alle sonorità punk italiane di inizio anni ’90.
Questa quarta fatica segue tre 45 giri esplosivi ed è la loro prima uscita con l’etichetta di Toffolo e soci, che li definiscono come “una macchina impazzita di alienazione sociale, sarcasmo, ribellione e paranoia”; all’interno di questo album ritroviamo tutti i sapori e le atmosfere assorbite nei tour fatti tra Stati Uniti ed Europa per portare in giro i tre precedenti LP. I suoni sono però più puliti rispetto alle produzioni che li hanno ispirati e le influenze più complesse di quelle che risulta ad un primo ascolto: riflettono e riassumono, infatti,  le precedenti esperienze dei membri della band. Marco Rapisarda, basso, ha un passato in gruppi come La Piovra e L’amico Martucci, suona con bands americane come Crocodiles e Blank Dog e dirige l‘etichetta indie Hell, Yes!; la voce è quella di Niccolò Fortune, ex With Love; alla chitarra e alla batteria abbiamo rispettivamente Edoardo Vaccari, che nel punk non ha certo bisogno di presentazioni avendo militato in band come Ban This e Oi! Klasse Criminale, mentre Matteo Valicelli è stato trovato e arruolato nella riviera romagnola. Pantaloni neri e maglietta nera con ben in vista il loro simbolo hanno sostituito la divisa da poliziotti che tanto volevano indossare, se volete dargli un’occhiata (o un’ascoltata) li trovate in bella mostra sulla homepage del sito de La Tempesta (l’etichetta discografica, n.d.r.), dove troverete anche lo streaming di uno dei pezzi del disco e tutte le indicazioni per acquistarli.
E per i più sbadati ricordiamo che Venerdì prossimo (il 4 Marzo) gli Smart Cops si esibiranno al Covo Club di Bologna.
Last but not least, l’album degli Aucan: Black Rainbow. Terzo non solo nel nostro non meritocratico ordine, ma anche terzo album pubblicato da forse il migliore “parto nostrano” di quelle produzioni (insieme ai Movies Star Junkies e Buzz Aldrin) che ondeggiano a proprio agio tra psichedelia e post-rock.

I suoni sono sincopati, viscerali, ma hanno l’enorme pregio di riuscire ad avere una comunicatività immediata, diretta. Usano synth, chitarre,  effetti, voce, campionamenti e ti cullano, ti scuotono, ti sollevano e ti sbattono a terra e sono energia diretta che ti colpisce in pieno volto. Dal vivo raccolgono i maggiori consensi, infatti nel precedente anno vantano una media di un concerto ogni due giorni. Le loro melodie, montate su vere e proprie tempeste ritmiche, li rendono adatti a qualsiasi festival: hanno diviso il palco con band dalle note decisamente rock come i Placebo e i nostrani Teatro degli Orrori, ma hanno anche suonato su stages insieme a produttori di elettronica del calibro dei Croockers.
Il terzo album del terzetto (Dario Dassenno- batteria; Francesco D’Abbraccio- chitarra, synth, effetti; Giovanni Ferliga- synth, voce, chitarra e sampler) prosegue nell’anarchico sperimentare e sperimentarsi, cominciato con il primo album (S/T) e continuato col secondo (DNA).
Ora il gruppo sta definendo gli ultimi dettagli del tour che li vedrà girovagare per tutta Europa, ed essendo questo genere poco conosciuto e seguito, consigliamo di stare ben attenti ad eventuali concerti nelle vostre vicinanze, soprattutto se vi sono piaciuti mostri sacri del genere come Slint o Mogwai.
That’s all folks, buon ascolto e arrivederci al mese prossimo, stay tuned!