Un tè con i Pop is Dead

Sono in tre: Erique LaCorbeille (voce e kaosspad), Fab Gagliardi (chitarra elettrica) e Mark Vikar (synth, chitarra e drum machine).
Fanno musica portando alle orecchie di chi li ascolta il frutto di improvvisazioni notturne, ponendosi volontariamente il limite di avere dei limiti a disposizione. Ciò che ne esce è un suono opaco che si ispira alla musica newyorkese degli anni ’70, a quella minimalista inglese e al postpunk. Nascono così atmosfere rarefatte che spingono la mente lontano ma la riportano, poi, più vicino grazie ai testi in italiano. I Pop is Dead stanno lavorando al primo ep, il quale vanterà la copertina realizzata dall’artista Dido Fontana che rende ancora più evidente e tangibile la volontà di far contagiare il progetto da più arti e discipline.

Leggiamo Pop is Dead e inevitabilmente ci viene in mente una famosa hit dei RadioHead. Come avete scelto questo nome e che significato ha per voi?
F: Tra le varie ipotesi che stavamo vagliando per la scelta del nome abbiamo considerato anche le varie discografie di alcuni dei nostri gruppi di riferimento e quando Vik ha proposto questo vecchio b-side dei Radiohead, ci siamo resi conto che Pop is Dead era il nome giusto.
E: Abbiamo fatto il funerale a ciò che eravamo e sepolto le cose del passato: progetti, idee, compromessi, esperienze, ricordi e delusioni. Quale nome migliore di quello che, alla fine, abbiamo scelto? Il passato (più “Pop” nel nostro caso) sta riposando in pace. Ora è nato un nuovo modo di essere forse meno elaborato, fatto di improvvisazioni ed ispirazione.
V: Pop is Dead è un messaggio. L’intenzione è quella di scrivere musica senza alcun compromesso stilistico, creare ciò che nasce in modo naturale dai nostri istinti, lasciando un largo spazio alle improvvisazioni notturne, senza stravolgerne il risultato, fare in modo che una nuova idea non sia allontani dal proprio embrione.

Come e quando nascono i Pop is Dead?
E: Nascono nell’estate del 2010 un po’ per forza e un po’ per inconsapevole volere.
V: Si arrivava da un’esperienza precedente in formazione classica, ma, a causa di un cambio di direzione da parte di noi tre, la sezione ritmica ha deciso di abbandonare il progetto. Da qui l’audace idea di partorire una nuova creatura, più istintiva, più primordiale, imperfetta, rarefatta.
F: Da mesi stavamo lavorando su alcune idee, ma faticavano a prendere forma. Nello stesso periodo, quasi per caso, abbiamo iniziato a suonare in set elettronico, ci siamo trovati in tre e tutto ha preso forma spontaneamente. Da alcune “house sessions” totalmente improvvisate abbiamo estratto il materiale per i primi brani e capito che si trattava di qualcosa con una personalità a sé.
E: Abbiamo compreso quanto sia importante avere delle limitazioni ed essendo in tre ce ne sono molte. La creatività, in questo caso, viene stimolata in modo maggiore, non c’è dispersione di energie. Abbiamo quindi seguito da una parte il fluire libero del pensiero e dell’ispirazione (già simbolo del movimento Surrealista) e, dall’altra, la filosofia che ha caratterizzato il movimento Dogma 95, creato da Lars Von Trier, dove il concetto di darsi dei Limiti è il fondamento per la realizzazione di lavori all’avanguardia.

Negli anni settanta si diceva rock is dead, negli ottanta/novanta pop is dead. Allora cosa resta?
V: Nulla è realmente dead. C’è ancora il rock ed anche il pop.
F: La volontà di etichettare la musica porta paradossalmente a far perdere il significato di alcuni termini.  La stessa parola POP a quale POP si riferisce?
V: Resta tutto ma manca la sperimentazione, che è l’ingranaggio che consente ad un sistema di evolversi.
Manca l’audacia, il coraggio di investire in un’idea nuova ed anche la volontà di ascoltarla, comprenderla. Il resto, purtroppo, resta.
E: Resta il vuoto da riempire. C’è tanta diffusione musicale oggi grazie anche a Internet ma, nonostante questo, si sente nell’aria un vuoto maggiore. È molto difficile da colmare.

Tendenza diffusa è quella di preferire un cantato inglese all’italiano. Voi invece andate contro-tendenza e preferite l’italiano, come mai questa scelta?
F: Abbiamo discusso parecchio su questo argomento per poi scegliere l’italiano. Erique scrive testi con una forte personalità e sarebbe stato difficile ottenere la stessa resa in inglese.
V: Non ci interessa quale sia la tendenza: utilizziamo il mezzo del quale abbiamo più padronanza, pensando che sia anche il più adatto ad esprimere delle idee e ad evidenziarne le sfumature.
E: Dicono che le nostre influenze passino anche per la scena newyorkese degli anni ’70 (Suicide, Television…) e l’accostamento ai testi in italiano crea quella giusta spaccatura tra ciò che siamo e ciò che saremmo stati se fossimo nati altrove.

Synth, drum machine e kaoss pad: l’apoteosi dell’elettronico/digitale. L’acustico/analogico is dead?
E: Oh No! L’analogico non è morto! Noi con l’elettronica cerchiamo, infatti, di rianimarlo.
V: I mezzi tecnologici a disposizione oggi non uccidono quelli di ieri, anzi danno loro maggiori possibilità di utilizzo. Inoltre anche nei generi più classici, oggi, c’è un uso del digitale che ha sostanzialmente sostituito il mezzo analogico. Cerchiamo di utilizzare l’elettronica come uno strumento analogico, caldo, sia nella scelta dei suoni, che nella gestione delle risorse nelle varie fasi di composizione, registrazione e live. Inoltre molti dei suoni apparentemente electro, sono in realtà acustici: abbiamo creato un rullante campionando il rumore prodotto da un fascio di spaghetti sbattuto contro uno sgabello. Questo è soltanto uno dei molti esempi che potremmo riportare.
F: Inoltre la chitarra rimane un elemento portante del sound (e nel nostro set live la cassa Marshall non manca). Cerchiamo di limitare al minimo i suoni totalmente sintetici e comunque di fondere digitale e analogico al meglio. Il processo di registrazione dei nostri brani è paradossalmente molto più “live” di tanti dischi di band che si registrano ora in studio dove tutto viene triggerato/quantizzato/editato.

Qualche anno fa quando Facebook e Twitter non erano quello che sono adesso, Myspace era la fucina per eccelenza di nuovi ed interessanti talenti. Tanti sono gli artisti che hanno raggiunto il successo grazie al social network di casa Murdock. Adesso la realtà com’è cambiata?
PID: Un po’ manca Myspace, che a livello artistico rappresentava una vetrina virtuale. Facebook ha la potenzialità di costruire e mantenere in modo efficace una rete che è forte promozionalmente, meno artisticamente forse.
Con l’andare del tempo c’è stato un abuso dei mezzi di promozione musicale (come Myspace, appunto) ed il sistema è collassato su sé stesso. Succede quando un contenitore viene riempito troppo. Alle band, ora, per farsi notare non resta che buttarsi in qualcosa di originale,  mettendosi in gioco con più coraggio rispetto a quanto abbiano fatto in passato. Ci si deve affidare di più al gioco, senza paure ma, soprattutto, senza grosse aspettative. Sono quelle, forse, ad offuscare la giusta strada. Bisogna andare avanti pensando esclusivamente a fare qualcosa per sé stessi, con tanta passione e divertimento senza pensare di arrivare chissà dove.

Per il vostro primo album la copertina sarà realizzata da Dido Fontana. La sua fotografia che si sposa con la vostra musica. Come nasce questa collaborazione?
E: Nasce per caso da un mio incontro con lui in internet. Sono rimasta colpita dalle sue immagini irriverenti, sarcastiche, innovative, sexy. La collaborazione è nata in un  giorno qualunque in cui le stelle erano nel posto giusto e, sulla copertina legata a Dido, ci sarebbe anche una storia da raccontare, ma la sveleremo quando l’ep sarà pronto per uscire.
F: È stata una sua iniziativa quella di proporci una foto scattata d’impulso per realizzare una copertina. Personalmente ho pensato, dalla prima volta che l’ho vista, che fosse perfetta per noi.
V: Dido Fontana è innanzitutto un artista che stimiamo molto e la sua fotografia è in grado di rappresentare pienamente, a livello visivo, un’immagine che riflette il nostro sound. Un’immagine intrisa di istinto, surreale, ambigua, splendidamente sporca. Non si parla di vera e propria collaborazione, bensì di contaminazione. Ci piace pensare che l’arte non abbia confini delimitati da ciò che si vede e ciò che si sente, quindi la fusione di due elementi artistici è un chiaro sintomo della volontà di vedere quello che facciamo in modo più ampio, meno settoriale, con un forte carattere sperimentale.

Siete milanesi, allora la domanda vien spontanea. Un concerto: Wembley o San Siro?
V: Meglio il Cavern. Sinceramente non ci entusiasmano i grandi live. Non sopporteremmo l’idea di essere visti da così lontano.
F: Effettivamente in questo momento direi nessuno dei due.
E: Non saprei. Su quale palco staremmo più comodi in tre?

Quindi oltre a lavorare sul vostro primo e.p su che altro vi state concentrando? Sogni, ambizioni o comunque progetti futuri?
PID: Sai, fare musica è una dipendenza che ti porta a non accontentarti mai. Questo per dire che i sogni, le ambizioni, i progetti non mancano mai. Quello che ci piacerebbe, aldilà del successo che non è necessario, è crescere artisticamente, maturare, evolvere, sperimentare, sperando che qualcuno possa capire l’intenzione con cui stiamo portando avanti Pop is Dead e che possa emozionarsi. Ci piace pensare che quello che stiamo facendo, possa diventare un contributo allo sviluppo di una nuova realtà futura più vasta, meno dipendente dai canoni, più libera.

Ringraziamo Erique, Fab e Mark per averci tenuto compagnia e vi invitiamo a seguirli visitando il loro myspace www.myspace.com/popisdeadspace
Buona musica a tutti.