Un caffè con Cristina Altieri

Cristina Altieri nasce il 23 Gennaio 1982 a Policoro (una piccola città di mare sulla costa ionica) dove vive fino al conseguimento della maturità scientifica.
Si trasferisce poi a Milano, città che da subito sembra offrirle l’opportunità di rivisitare le sue percezioni, il suo immaginario, i suoi desideri. Si iscrive alla Bocconi,  riuscendo ad appagare il suo bisogno di certezze, ma continua a sentire fortissima la necessità di incanalare la sua parte più emozionale.
Si avvicina così alla fotografia, facendola diventare un’esigenza: il bisogno di comunicare trova la sua massima espressione nelle immagini; la materia assurge ad una più alta consapevolezza, affrancata da quell’incalcolabile frammento di eternità che le viene conferito ad ogni scatto.
Dice di sé: Quando non scatto, c’è qualcosa che non va.

La fotografia per te è?
“La maglia rotta nella rete che mi stringe’’. La via di fuga. Scattare una foto mi salva ogni giorno. Mi fa sentire libera e mi permette di raccontare la mia storia. Ogni foto parla di me in maniera silenziosa. Spesso è presente il tema della dualità, del confronto-scontro tra luce e ombra, punti d’accesso e punti di fuga, visione che ben sintetizza e caratterizza il mio personale approccio al mondo. Nelle immagini da me rappresentate i corpi, avvolti da luci ed ombre e simboli di tali dualità, fanno scudo agli sguardi, ai volti, che restano celati, nascosti, perché rappresentanti della parte più intima, più vera. La paura di scoprirsi agli altri e a se stessi. Il corpo diviene mero guscio della parte spirituale, e va perciò penetrato per vedere la sostanza oltre l’apparenza, l’eterno oltre il contingente, l’essenza dietro il fenomeno.  Ma la speranza è sempre vigile,  e ben rappresentata dalla continua presenza di un fascio di luce che taglia il buio.
Le mie foto sono indizi su di me.

La tua prima memoria fotografica?
Delle vecchie diapositive dei miei genitori. Le guardai senza proiettore, alzandole subito verso la luce. Luce che le ha attraversate, per poi attraversare me.

Come ti sei avvicinata alla fotografia?
Credo sia stato il caso. Ma mi piace chiamarlo Destino. Un mio amico musicista ha iniziato a barattare mie foto con sue canzoni. È iniziato tutto da lì. Non credo l’abbia mai saputo. Importante è stato anche non fuggire (sono bravissima nel farlo) e per questo devo ringraziare Alice.

La tua prima macchina fotografica?
Una compatta da 6 megapixel, non mia, ma prestata da una delle mie migliori amiche. E’ stata la prima a credere in me.

L’ultima?
Una Polaroid Land camera ProntoB.

Che rapporto hai con il digitale?
Lo definirei intimo, poiché mi permette di vedere nascere , “crescere”  e personalizzare ogni singolo scatto. Dal concepimento dell’idea fino alla post-produzione. Cosa che non mi è possibile con l’analogico poiché ancora non sviluppo da me. D’altro canto il rapporto con quest’ultimo lo trovo più intenso, perché  molto più meditato.  In generale non ho una preferenza. Ogni macchina riesce a valorizzare le molteplici sfaccettature della mia personalità. Sono tutte necessarie.

Da fotografare: meglio un corpo femminile o maschile?
L’essenziale è che oltre a quello ci sia qualcosa di speciale. Quindi parlerei di immaginario, più che di corpo. Al momento ho più confidenza con quello femminile, mi è noto. Quello maschile resta ancora da scoprire ed è per me fonte di grande fascino.

La soddisfazione più grande da fotografa?
Il fidarsi e l’ “affidarsi” delle persone che mi hanno chiesto di essere fotografate. Il loro  riconoscere in quegli scatti non solo i proprio corpi, ma anche la propria sensibilità rappresentata attraverso una visione estetica ben riconoscibile come la mia.

Delusione invece?
L’aver realizzato, a mie spese, che ci sono persone che non riescono ad andare oltre una gamba scoperta o un seno nudo. La delusione di dover accettare quanto si possa essere gretti e ciechi. Sentimento, questo della delusione, che ho poi  mutato  in compassione per tutti coloro che sono destinati a non riuscire ad intravedere quanta bellezza possa esistere, nostro malgrado, nei mondi che ci appartengono.

Se esistesse il nobel per la fotografia tu a chi lo daresti?
Diane Arbus. Per aver avuto il coraggio di affrontare la diversità. La capacità di scardinare e ribaltare il punto di vista del soggetto fotografato e dello spettatore. Perché “La sua originalità è nel suo occhio, spesso rivolto al grottesco e all’audace, un occhio coltivato… per mostrarti la paura perfino in una manciata di polvere”.

Un fotografo italiano che stimi particolarmente?
Ne citerò due: Valentina Vallone e Andrea Buia.
Nei lavori di Valentina riesco a ‘’sentire’’ la mia idea di Luce, di dolcezza, forza e passionalità.
In quelli di Andrea le mie Ombre, la nebbia, il Colore, il sentire amplificato.

I peggiori 50 euro della tua vita?
Taxi a/r, vino rosso e pasticcini per raggiungere una persona in piena notte. Non ha sentito il citofono. La prima e ultima volta in cui ho provato ad essere romantica.

Se la tua vita fosse un film, quale ti piacerebbe che fosse?
Non vorrei fosse un film. Mi piacciono i finali a sorpresa, le epifanie, la sregolatezza, l’inaspettato.

Un viaggio, dove?
Giappone 2012.
San Francisco 1967 – The Summer of Love (sono un acquario).

Un film, un libro e una canzone.
Film: Ultimo tango a Parigi – B. Bertolucci
Libro: The collected poems – Sylvia Plath (Il lettore prudente e abitudinario indietreggi pure di fronte a questa poetessa, perché i versi di Sylvia Plath “giocano alla roulette russa con sei pallottole nella pistola”.)
Canzone: Shadow of a doubt – Sonic Youth

Una cosa che vorresti dire, ma che non ti è stata chiesta?
Alice, Claudio, Elisa, Ema, Giusy, Luciana, Simona. Grazie.

Ringraziamo Cristina per averci fatto compagnia e potete continuare a seguirla su Flickr.