Il discorso del re, un anti-Pigmalione reale

Molto è stato scritto e sceneggiato sull’abdicazione al trono di Inghilterra da parte di Edoardo VIII in favore del matrimonio con l’americana divorziata Wallis Simpson, ma quasi nulla è stato raccontato riguardo all’uomo che gli ha succeduto.
Il discorso del Re di Tom Hopper è un dramma in costume, dalla raffinatezza tipicamente inglese, che fa sfoggio di un cast ricco di premi Oscar.

Ambientato nella metà degli anni ’30, il film mette in scena il rapporto fra il principe Albert (Colin Firth) e il suo impertinente logopedista australiano, Lionel Logue (Geoffrey Rush): un “affare” mediato dalla sagace e solidale moglie di Albert, la Duchessa di York (Helena Bonham Carter). Albert, conosciuto in famiglia come “Bertie”, ha infatti un grave difetto di pronuncia e non riesce a parlare in pubblico senza balbettare. L’intero film ruota proprio attorno all’importanza della voce: con la recente invenzione della radio e la crescente minaccia della Germania nazista, Bertie, divenuto re Giorgio VI dopo la rinuncia al trono del fratello David (Guy Pearce), è costretto ad affrontare un momento unico nella storia, dove la cabina radio diventa improvvisamente più importante del suo trono.

Come ogni buon allenatore, il vocal coach Logue ha regole rigide e metodi non convenzionali: cantare, ballare e mitragliare parolacce. Il principe Albert inizialmente protesta, ma comincia a fare progressi. E proprio il totale disinteresse di Logue per il protocollo sociale permetterà ai due di instaurare una profonda amicizia, tanto più che insieme esploreranno le ragioni psicologiche del disturbo verbale del principe: l’infanzia vissuta all’ombra del fratello e i complessi rapporti col padre, Giorgio V.

Non appena Albert arriva all’umile dimora di Logue, la trama sembra ricordare quella del Pigmalione di George Bernard Shaw. Entrambe le storie, infatti, rappresentano forti dichiarazioni sul potere del linguaggio parlato per trasmettere identità e autorità. Ma ben presto capiamo che ne Il discorso del re ci troviamo, piuttosto, davanti alla rappresentazione di un anti-Pigmalione. Il professore di fonetica Higgins, protagonista della commedia di Bernard Shaw, scommette di poter trasformare una popolana in una signora dell’alta società, proprio attraverso l’insegnamento del linguaggio. Higgins le insegna a parlare come le signore altolocate, mette su di lei una patina di prestigio e di decoro e la trasforma infine in qualcosa che prima non era. Ne Il discorso del re, invece, il logopedista Logue trasforma “Bertie” in quello che è già, e che, nonostante le frustrazioni e gli imbarazzi, è stato tutto il tempo. Lo aiuta a trovare la voce non per diventare, ma per essere Giorgio VI.

Recentemente, Il discorso del Re ha ottenuto dodici nomination agli Oscar, compresa quella di miglior film, regista e attore. Colin Firth si avvicina al personaggio regale con grande umanità, offrendo al pubblico forse la migliore interpretazione della sua carriera. Ad offuscare l’eccellente interpretazione di Firth potrebbe essere soltanto Geoffrey Rush, spettacolare nella parte di Logue. Helena Bonham Carter, invece, tiene in equilibrio il personaggio della Regina Madre fra il profilo aristocratico e la caricatura autoironica. E diciamocelo, è sempre un piacere poterla apprezzare “fuori” da un film del marito Tim Burton.

Forse non tutti sanno che negli Stati Uniti la visione de Il discorso del re è stata vietata ai minori di 14 anni. Immaginiamo per qualche “fuck” terapeutico proferito, per altro senza balbuzie, dal principe Albert. Da non crederci, davvero. Fra la tolleranza per la violenza e il gusto per lo scandalo, il potere della parola resta quello che mette più paura.