Kill me please, il suicidio come non si è mai visto

È finalmente nelle sale italiane Kill Me Please, film vincitore del Marc’Aurelio d’oro al quinto Festival Internazionale del Film di Roma. La pellicola del regista belga Olias Barco affronta con caustico sarcasmo il tabù del suicidio. Nella sua elegante clinica, per certi aspetti gotica, l’illuminato dottor Krueger trasforma la tragedia del suicidio in una dignitosa procedura medica. Ospiti della clinica sono aspiranti suicidi che reclamano il diritto di mettere fine alla propria esistenza con il massimo dei comfort: malati terminali, autolesionisti, depressi cronici. Quando la decisione è presa, il paziente ha il diritto di morire vedendo realizzato un ultimo desiderio, magari cantando la Marsigliese o gustando un’ultima cena. Ma nella desolazione della montagna dove Krueger ha costruito la clinica del suicidio ideale, la morte torna a rivendicare l’esclusività del suo ruolo. Braccati da un gruppo di montanari bigotti, infatti, i casi umani della clinica finiscono vittime di un grottesco gioco al massacro che non risparmierà quasi nessuno.

Kill me please è una commedia sospesa fra il “far pensare” e il “far ridere” e oscilla sapientemente sul granuloso bianco e nero della pellicola. La prima parte del film, galleria di ritratti lacerati dei pazienti, è tutt’altro che divertente. Ma poco a poco il film si illumina, facendo emergere il suo meraviglioso cattivo gusto. Nell’ultima mezzora, il film “impazzisce”, sfugge in direzioni inaspettate e la portata comica diventa irresistibile. La schizofrenia dei personaggi è perfettamente compiuta, da un lato la corsa per il “bicchier d’acqua” (in cui è sciolta la dose letale) e dall’altro l’ansia da sopravvivenza a quella morte che sfugge alla propria volontà.

Kill me please è un film singolare, perché suscita un umorismo “borderline”, che si spinge addirittura oltre all’umorismo nero, e si stempera solo nel monologo finale di Krueger. Se un suicida costa allo stato centinaia di migliaia di dollari l’anno, perché non creare una clinica che ne freni i propositi? Un quesito dalla logica schiacciante che richiama alla memoria il filosofo e sociologo Jean Baudrillard che già nel 1976, proprio a proposito dei motel-suicide, scriveva: “perché la morte non dovrebbe diventare un servizio sociale?”

Il cast racchiude inoltre il meglio del cinema belga. In particolare Aurelién Recoing fa brillare il rapporto misterioso e contraddittorio fra il cinismo e l’umanità del dottor Krueger. Bouli Lanners recita nei panni del misterioso giocatore che ha perso la moglie, Virgile Bramly in quelli del perdente che desidera uccidersi sin dall’infanzia, infine Zazie De Paris, leopardato trans berlinese che ha perso tutto, ma soprattutto la voce. E ancora Virginie Efira, Daniel Cohen e Saul Rubinek.

Kill me please rischiava di essere una semplice black comedy sul suicidio, invece si rivela un film intelligente che gioca con pause di tono, riuscendo a mantenere alta l’attenzione del pubblico fino… alla fine.
Disperazione, comicità e follia che ci portano a uscire dalla sala cinematografica con un po’ di imbarazzo.
Ridere del suidicio? Deliziosamente scandaloso.