Un tè con Matteo Angelini

Matteo Angelini come molti si appassiona alla fotografia per caso, e come molti non riesce più a separarsene, sono pochi invece coloro che riescono a trovare un senso in quello che fanno a seguire una linea d’ispirazione costante e coerente.
Nato nel 1981 ad Ad ascoli Piceno, Matteo vive prima a Roma città nella quale si laurea in ingegneria edile, e poi si trasferisce a Bologna.
Nonostante sia un giovane fotografo ha già avuto molti riconoscimenti, nel 2008 ha vinto il primo premio del concorso National Geographic categoria persone, con il progetto sulle periferie romane “No news from nowhere” che ha vinto il primo premio ex-equo al FaceFotoNews festival di Sassoferrato e nel 2010 con un lavoro chiamato “gap away” ha finto il premio Labò al festival di Foiano fotografia.
Conosciamolo meglio.

Ciao Matteo,come dicevo inzia per caso la tua avventura fotografica riesci a ricordare i tuoi primi scatti e a farcene una critica?
Ho cominciato con la vecchia pentax di mio padre fotografando le periferie di Roma per un lavoro di urbanistica all’interno dell’università. Naturalmente all’epoca non avevo assolutamente idea di come si potesse utilizzare al meglio una macchina fotografica, ne del suo potenziale espessivo ma devo dire che sono passati quasi dieci anni ed i temi che più mi interessano continuano ad essere quelli legati alle periferie e alle situazioni al margine.

Inizi con un’attrezzatura analogica e ti appassioni alle tecniche di sviluppo, è cambiato il tuo approccio tecnico?
Devo dire che non è cambiato più di tanto, ho solo sostituito photoshop alla camera oscura. Del digitale posso dire che mi ha fatto conoscere il colore che prima ignoravo. Mi piacerebbe comunque tornare a fare bianco e nero in pellicola, magari medio formato.

Frequantare un corso di fotoreportage quanto è stato importante per la tua formazione?
Assolutamente fondamentale direi. Mi ha dato la formamentis e mi ha insegnato ad essere critico con me stesso, ma devo dire che da un certo punto di vista ha costituito anche un limite difficile da superare, nel senso che mi ha resituito una visione troppo schematica e preimpostata della realtà, a volte basate su scelte ed inquadrature formali. Solo negli ultimi tempi ho imparato a superare questa visione e a fare foto anche più sporche ma più significative.

Nel cinema dall’idea si passa al soggetto prima di arrivare ad un qualcosa di concreto su cui lavorare. Nella fotografia di reportage invece il procendimento qual è?
Credo che ognuno abbia il suo metodo. Da parte mia mi documento molto prima di un lavoro,cerco di buttare giù uno schema di quello di cui ho bisogno per costruire una storia. Durante gli scatti cerco di revisionarli spesso per capire se a livello di inquadrature posso operare delle scelte che rafforzino il linguaggio del lavoro. Mi mantengo comunque molto aperto, fotografo di tutto eppoi in fase di selezione passo molto tempo a scartare e creare la sequenza.

Nel viaggio in Kurdistan quali sono state le difficoltà di approccio con una realtà così differente dalla nostra?
Quando si va in un posto che nn si conosce non si sa bene cosa aspettarsi e non si può fare tutto il lavoro di revisione giornaliero di cui parlavo prima. Credo che l’aspetto più difficile da tenere in considerazione sia questo. L’approccio con una realtà differente per me è sempre stata un opportunità pittosto che un limite.

Hai già in mente il prossimo percorso che vuoi affrontare?
Sto terminando un lavoro sul passaggio della televisione al digitale terrestre. Naturalmente è solo un pretesto per parlare di come la vita stessa si stia “digitalizzando”. In futuro mi piacerebbe tornare in Kurdistan per continuare “gap away” eppoi fare un lavoro sull’isolamento delle persone.

Qual è lo stile fotografio dal quale cerchi ad ogni modo di non prendere ispirazione?
Sono piuttosto eclettico. Guardo di tutto, ma non mi faccio influenzare più di tanto. Probabilmente ultimamente sto prendendo le distanze da un certo tipo di reportage formalista. Non mi piace neanche il fotogiornalismo mordi e fuggi.

Quale fotografia di un altro fotografo avresti voluto scattare?
Probabilmente quella di Bresson con l’uomo che passa in bicicletta al di sotto di una scalinata a chiocciola.E’ una sintesi di inquadratura perfetta e significato.

Il prima e il dopo. I tuoi ultimi scatti cos’hanno di diverso dai primi?
Gli ultimi scatti sono meno curati al livello di composizione, più distanti, ma credo estremamente più ragionati e significativi. Credo inoltre di aver maturato una consapevolezza che mi spinge a fotografare delle cose e a non fotografarne altre; credo che il mio campo d’indagine si sia ristetto alle cose che veramente mi interessano. Questo naturalmente senza tralasciare le nuove possibilità che mi si presentano di fronte ogni volta. Ho ancora molto da imparare e mi piace intendere il mio modo di fotografare, così come la mia vita stessa, un continuo divenire.

Ringraziando Matteo per averci tenuto compagnia vi lasciamo con il suo sito www.matteoangelini.com