Scientificamente couture: A-Lab

La parola laboratorio riporta generalmente alla mente un posto grigio, freddo, pieno di austerità, strani oggetti, ridondante di terminologie astruse e personaggi un po’ sopra le righe, meglio noti come secchioni.
In realtà, wikipediando il termine laboratorio, la definizione che ci viene data è: un laboratorio è un edificio o un locale attrezzato e dedicato allo studio di un determinato argomento, non necessariamente scientifico.
Non provette, fiale, bollitori, fiamme ossidriche e camici bianchi, dunque, ma ricerca, sviluppo, approfondimento, scoperta, sperimentazione: ecco i M.C.M. dei laboratori, di qualsiasi tipo.
Alessandro Biasi e Simona Costa, giovani fashion designers, hanno deciso di fondarne uno che di scientifico ha solo il concetto di anatomia del corpo umano- e anche lì la messa in discussione e il ribaltamento di certi parametri non sarebbe poi così assurdo.

A-lab è una fucina di idee, un centro ricerche, un luogo dove la moda viene presa e messa su un vetrino, sezionata, analizzata, contaminata con agenti esterni per dare vita a prodotti nuovi, diversi, con caratteristiche proprie e una forte identità. Non a caso è stato scelto come logo un timbro, simile a quello postale, come ad assicurare il valore, l’autenticità e la qualità dei capi: una vera e propria certificazione, quindi, di indossare un capo d.o.c., non una semplice etichetta.
Le collezioni di A-lab nascono da una continua voglia di mettersi alla prova, di mescolare tessuti, stampe, colori, volumi; antico e contemporaneo, le antitesi cercate e interpretate nei contrasti di giacche e abiti sculturali, affiancati alle morbidezze dello chiffon e del jersey in micromodal.

La collezione SS2011, dal titolo PERSEFONE, è un esemplificativo connubio di ricchezze e semplicità, stampe di grande impatto visivo, ispirate alle fotografie di Joel Peter Witkin e Nick Knight, tagli decisi che sottolineano incessantemente il punto vita, e fluidi drappeggi su silhouettes lineari, definite ora da toni neutri, ora da una tavolozza degna del Caravaggio.

Il lavoro di A-lab è capillare, e come in un laboratorio creativo fatto di collaborazione e comunicazione, tocca in maniera diversa vari settori; i suoi vaccini sono degli immaginari eclettici, fonte di ispirazione per fotografi, stylists, addetti ai lavori e non, varcando addirittura i confini nazionali: nel 2007 il team è stato ospite della Toronto Fashion Week, cui sono seguite le passerelle di Berlino e, più recentemente, la sfilata in Georgia.
A Milano abbiamo incontrato Alessandro e Simona, cui abbiamo fatto un po’ di domande, come potrebbe fare un bambino curioso e impaziente davanti a qualcosa di estremamente accattivante.

A-Lab Milano: già nel nome l’essenza di un progetto sperimentale, alla stregua di un laboratorio, appunto, e voi scienziati e ricercatori della couture. Come nasce questa avventura?
Il progetto A-lab Milano inizia a prendere forma nel 2006 da un piccolo team di giovani designers, tracciando la figura di un laboratorio collettivo in cui moda e arte si fondono. Una sorta di nuova Factory.
Volevamo creare moods e immaginari alternativi fonte d’ispirazione per il marchio stesso, ma anche di stimolo per fotografi, stylists, addetti ai lavori che desiderassero emergere attraverso uno stile unico e “out of crowd”.
Nel marzo del 2009, dopo diverse esperienze e trasformazioni, A-lab Milano si è concretizzato in un vero e proprio brand gestito dalla società WHT, società fondata da noi. Solo in quel momento tutto è diventato reale.

Siete una delle poche realtà di questo tipo fiorite e riuscite a svilupparsi con successo in Italia. Soprattutto a Milano, dove risaputamente la fanno da padrone i D&G, Armani e DSquared del caso. Quali sono state le difficoltà incontrate finora?
Insediarsi nel Sistema Moda Italiano è stato, e continua ad essere, molto problematico, soprattutto per realtà piccole ed emergenti come la nostra. La cosa più difficile è quella di convincere i buyers a mettersi in gioco e a proporre al consumatore finale un prodotto che si discosti da quello di realtà ormai già consolidate. Ci troviamo, infatti, in un Paese dove il potere del logo è molto forte così come lo è lo scetticismo nell’introdurre qualcosa di nuovo e sperimentale. Tuttavia crediamo molto nel nostro progetto e nelle nostre potenzialità, sappiamo che sarà un lungo percorso ma siamo fiduciosi.

Giovani, creativi, coraggiosi, determinati. Sono tanti gli aggettivi (positivi) che vi si potrebbero attribuire. Considerando il vostro approccio alla moda e il percorso fatto, noi di Enquire preferiamo definirvi internazionali. Che ruolo ritenete di ricoprire nel panorama della moda estera?
A livello di immagine abbiamo avuto dei riscontri molto positivi da parte dei Paesi nordici. Abbiamo infatti avuto la preziosa opportunità di sfilare a Toronto, a Berlino e, recentemente, anche alla Georgia Fashion Week. Ad oggi, stiamo lavorando su diversi progetti all’estero, dei quali speriamo di potervi parlare presto. Diciamo che i nostri obiettivi si stanno espandendo.

Dalle collezioni limited edition, a boutique come Luisaviaroma. Quando e come è avvenuto il salto di qualità?
Sinceramente ci sembra un po’ prematuro parlare di salto di qualità. Il nostro è un continuo work in progress, dove piano piano, stagione dopo stagione, raggiungiamo piccoli, grandi obiettivi. Probabilmente il nostro è un processo di crescita un po’ più lento rispetto a quello dei nostri colleghi. Siamo infatti consapevoli che sia più difficile entrare in sintonia con la filosofia del nostro marchio, pertanto tendiamo a muoverci step by step, di modo da costruire delle solide basi dalle quali poter avanzare.

Crescere come brand spesso significa commercializzarsi. Non temete che questo possa confondere l’identità di A-Lab e farvi perdere, anche se in parte, l’indipendenza e l’autonomia delle prime collezioni?
Questo è un problema che per il momento non ci stiamo ponendo.
Come già anticipavamo prima, siamo consapevoli che il proporre un prodotto come il nostro implichi dei “ritardi” a livello commerciale e noi stiamo accettando tutto ciò, in quanto è ben chiaro dove vogliamo posizionare A-lab.

Pret-à-couture, high oriented, street-fashion. Le etichette che vengono date ad ogni nuovo marchio che compare sul mercato si sprecano. Sebbene non sia mai salutare circoscrivere la creatività con dei termini, come definireste il vostro modo di fare moda?
Ad essere sinceri non abbiamo mai pensato a come definire il nostro lavoro. Come hai detto anche tu, anche a noi non piace etichettare o circoscrivere la creatività.

Arcana (F/W 2010-11), Persefone (S/S 2011); le collezioni di A-Lab rimandano a mondi lontani e a una cultura spesso ignorata nel fashion-business. Cosa vi ispira?
Pensiamo che l’ispirazione possa nascere davvero da qualsiasi cosa: un libro, un film, una persona, una frase, una musica. Insomma, una qualsiasi forma di energia che ci scaturisca un sentimento, una reazione che ci spinga a trasferirla in qualcosa di concreto, tangibile.

La moda per sua stessa natura è apparenza e immagine ma chi, come noi, ne fa parte, trova in essa sicuramente un senso più profondo. Eliminando il superfluo, dunque, per voi cosa rimane?
Togliendo il superfluo, rimane l’idea, la qualità, l’artigianalità. Sono valori che hanno rappresentato e tuttora rappresentano il made in Italy, anche se ultimamente ci stiamo dimenticando che è proprio questo che ci ha distinto e ci ha resi famosi in tutto il mondo.

Per ora vi concentrate sulle collezioni donna, ma pian piano vi state aprendo al mondo degli accessori. A quando una collezione uomo?
Nonostante le numerose richieste che ci arrivano ogni giorno via mail, per il momento preferiamo concentrarci a pieno sulla collezione donna, però stiamo valutando l’ipotesi di creare una capsule collection uomo.

Pensando al passato, qual è la collezione che avreste voluto disegnare, che secondo voi ha influenzato in maniera particolare la società e il costume?
Non c’è una collezione in particolare, ci sono idee, designers che hanno a nostro avviso influenzato la società. Crediamo che il ruolo del designer sia quello di proporre, sta alle persone decidere cosa farsene. Coco Chanel, Vivienne Westwood, Dior, Valentino. Hanno tracciato, anche se in modo diverso, un segno indelebile nella storia della moda.

Pensando al futuro, invece, quali sono i vostri progetti e le vostre aspirazioni?
Ci sono molti progetti in corso, alcuni che si concretizzeranno a breve termine, per altri ci vorrà un po’ più di tempo…Parigi rimane sempre il sogno, l’obiettivo.

E per saziare la vostra sete di informazione anche dopo aver letto l’intervista, e soprattutto tenervi aggiornati seguendo il loro blog IN STUDIO, ecco il sito: www.a-labmilano.com