Un caffè con Corrado Dalcò

I suoi clienti più recenti sono stati Guru, Sisley Kid’s, La Perla, Levi’s, Segue,Nose, Rifle Jeans.
Corrado Dalcò è un fotografo pubblicitario e fashion. Nato a parma, ha vagato per mezza europa prima di stabilirsi non definitivamente a Londra.
Siamo andati a scoprirlo e conoscerlo meglio.

Ho letto qualche notizia su di te, istituto d’arte a Parma, e a Londra come ci sei arrivato?
Per esclusione. E per amore. Ho girato l’Europa un pò ovunque, fermandomi a Barcellona, Berlino poco Parigi. Rimaneva Londra.
Ho trovato subito il giusto contatto, il mood giusto per potermi esprimere liberamente. D’altronde mi ripetevano tutti (e continuano a farlo) che le mie immagini erano molto nordiche.
Poi la luce, ma sopratutto la gente ha qualcosa che non ho visto da nessun’altra parte. In ogni caso non mi piace fermarmi troppo in un posto. Prima o poi mi sposterò di nuovo.

Oggi dare spazio alle proprie fotografie è molto semplice, tra social network, siti personali e quant’altro c’è solo l’imbarazzo della scelta. Venti anni fa?
Ovviamente più complesso. Spedivi via posta montagne di carta, appuntamenti su appuntamenti e tante telefonate. Poi dovevi conoscere le persone giuste, ma questo non è cambiato.

Dai tuoi scatti è evidente che sei ancora molto legato alla fotografia analogica, e che forse non dai neppure tutta questa importanza al mezzo. Per un professionista il passaggio al digitale è obbligatorio?
Non direi obbligatorio, ma dipende dove vuoi arrivare, cosa vuoi fare. Se è la fotografia commerciale il tuo obiettivo, penso che sia una scelta obbligata, sopratutto dal mercato.
comunque, credo sia più un discorso legato allo stile. Il mezzo viene dopo.

Torna indietro nei ricordi, hai in mano la tua prima macchina fotografica.
Le mie prime foto le ho scattate con una vecchia kodak che montava i 110. Avevo su per giù 8 anni: folgorato.
Alle medie feci la prima esperienza con la camera oscura: orgasmico.
La sensazione ad oggi è sempre la stessa, ovviamente con qualche conoscenza in più.

Cosa pensi della nuova generazione di fotografi cresciuti con photoshop?
Credo che photoshop sia nato per i fotografi, ma ora nn lo è più. Credo che un software di quel genere sia per i ritoccatori, grafici che devono manipolare le immagini.
Per anni è stato un compito del fotografo, ora nn credo. Il fotografo si deve occupare non di correggere gli errrori, ma di esaltare la propria immagine: contrasto, colori, definizione, quei parametri che compongono un’immagine fotografica. Stop.

Sembra quasi che la maggior parte delle tue fotografie siano state scattate per caso, riesci a cogliere momenti inusuali, hai sempre in tasca la tua compattina alla Richardson?
La T4 la porto sempre con me, ovviamente. Per il resto, il caso lo creo io quando non c’è.
Amo la naturalità delle cose, e quando non c’è per una serie di motivi la creo, cerco di mettere tutti a proprio agio nel set.

Qual è il personaggio con cui ti sei divertito di più sul set?
Di solito mi diverto sempre quando lavoro, se non lo faccio mi stresso.
Ultimamente ho avuto un bellissimo feeling con Angela Baraldi, con cui sono diventato amico.

Se ti fosse data la possibilità di immortalare un grande momento storico del nostro paese quale sceglieresti?
Direi la fucilazione di Mussolini.
Credo che quel giorno nell’aria si respirava energia pura.

Secondo te è più importante lo scatto iniziale o il lavoro di post produzione? In che misura si possono scindere le due cose?
Avendo un’impostazione analogica direi che lo scatto è molto importante, anche se fatto in digitale. La postproduzione deve essere un completamento di essa.
In generale dovrebbe essere un 60/40 70/30, poi ovviamente dipende di che lavoro stiamo parlando.
Identifico la postproduzione come lo sviluppo e la stampa di una volta. Anche Bresson diceva che se non avesse avuto il suo stampatore le sue foto non sarebbero state quello che sarebbero state.

Molto altro su Corrado visitando il suo sito www.corradodalco.co.uk