Un tè con i Fauve! Gegen a Rhino

Ti capita tra le mani Namegivers’ Avenue con la sua curiosa copertina.
Leggi che è dei Fauve! Gegen a Rhino, ma il nome non ti dice nulla, o almeno non ancora perchè dopo averli ascoltati non potrai non amarli.
I pistoiesi Fauve!, Andrea Lulli e Matteo Moca, con il loro noise elettronico incontrano Riccardo Gorone e il suo progetto solista Rhino Therapy, votato a un suono post-minimalista: nascono i Fauve! Gegen a Rhino, letteralmente Belva! contro un Rinoceronte.
Sono al loro secondo lavoro, dopo l’ottimo debutto del 2009 Geben. Un lavoro (trenta minuti c.a di pura delizia elettronica) che dimostra maturità, passione, ma soprattutto talento, talento da vendere.
Abbiamo avuto la possibilità di poterci scambiare qualche chiacchiera, e ovviamente non ci siamo lasciati sfuggire l’occasione.

Leggendo le recensioni della critica è evidente che il giudizio globale sia più che positivo. Vi hanno paragonato a mostri sacri dell’elettronica come Brian Eno o Aphex Twin, o ancora ad artisti più giovani, ma altrettanto talentuosi come Animal Collective o Fuck Buttons. Gratificante no?
Sì, in un certo senso è gratificante. Non possiamo, del resto, negare che sono musicisti incredibili quelli a cui ci paragonano. L’unica cosa che non capiamo è perché ci sia sempre e comunque da fare paragoni tra band. I F!gaR non vogliono somigliare, o ricordare, ma suonare.
Abbiamo appena citato la critica, invece il pubblico come ha accolto la vostra musica?
Il pubblico è silenzioso, non parla, ma si schiera di nascosto annunciando il suo disgusto per quello che facciamo.
Ci capita sempre più spesso di leggere commenti del tipo: un genere musicale inusuale in Italia oppure un genere di nicchia o cose del genere. Invece l’impressione che abbiamo noi è che questa musica non sia così tanto inusuale, basta esplorare il famoso sottobosco per rendersi conto di come sia invece è attiva, prolifica e variegata. Non sarebbe quindi giunto il momento di ribaltare la situazione e riprendere a produrre e vendere musica (quella vera), come magari si faceva appena qualche decennio fa?
Musiche fasulle non esistono. Esistono musiche, o non musiche. Il termine sottobosco lo ritengo ambiguo, poiché è comunque dura tracciare un limite tra mainstream e esoterismo in musica. La musica è sempre addetta ai lavori: c’è chi compra Blow Up, chi Rolling Stone, chi il Mucchio. Per quanto diversi tra loro, e per quanto specialistici, sono le testate che vanno di più. Sarà veramente difficile, se non impossibile, ribaltare questa situazione di stallo (decadenza?) della musica italiana, in quanto i promotori di questa “nuova musica” sono i primi a restare ancorati ai clichè. La musica, per quanto magari fatta da persone/personaggi orribili, è comunque sempre sincera, vera. Ingenua e in alcuni casi anche ignorante (esempio, musica che non ha cognizione del presente per me è musica ignorante, anacronistica anche). Ma mai falsa.

La vostra musica non è indietronica, non è retroguardia, allora cos’è?
Parlare di storia nella musica quando la storia di ogni suono è indipendente dalle altre di altri suoni è dura trovare una definizione. La storia si genera ogni volta, sempre mutevole. L’avanguardia è sempre correlata alla retroguardia, e viceversa. Non c’è staticità dell’etichetta. Non ci sarebbe storia se non ci fosse bisogno di determinare l’indeterminato che di volta in volta smette di riconoscersi.
Domanda che abbiamo già fatto e che proponiamo anche a voi: il Mei alza la voce denunciando i network musicali italiani che a loro avviso boicotterebbero la musica nostrana. Voi che ne pensate?
L’Italia sta vivendo un momentaccio a livello musicale (con le dovute eccezioni, per carità), anche ciò che esce dal cosiddetto settore alternativo in realtà non è per nulla innovativo. I network hanno una potenza devastante, anche grazie a loro i nomi dei gruppi meritevoli riescono a girare. L’attenzione all’Italia viene più dai piccoli network che dai siti italiani maggiori, ma in rete c’è tutto. Ognuno tira acqua al suo mulino e merda al suo vicino. Così è nello stivale. In parte Sangiorgi ha ragione anche se parla da imprenditore in quanto il danno è prevalentemente economico secondo lui. In parte ha torto, perchè ci vorrebbe un’esame di autocoscienza, cosa che qui viene fatta di rado.
Parliamo sempre di attualità e di un altro evento particolarmente caldo. In questi giorni il presidente della SIAE, Giorgio Assumma, si è dimesso lasciando l’associazione sempre più in crisi e sempre più prossima al commissariamento e alla mercè delle grandi multinazionali. Cosa pensate di questa situazione?
Nelle multinazionali ci siamo già immersi. Solo per il fatto di riconoscere il loro meccanismo ci fa sentire imparentati ad esse. Le voci del web, dell’indipendente sanno comunque farsi sentire. Sulla SIAE ci sarebbe da aprire un discorso immenso su come speculano sulla musica, ma non sarebbe politically correct.

Siete giovanissimi (poco più che ventenni). L’età sta agevolando o ostacolando la vostra ascesa?
L’età non agevola manco per il cazzo. Il pregiudizio sui ragazzi che fanno musica gira molto più veloce di noi. Spesso siamo un po’ sottovalutati per la nostra età, ma come diceva Kafka: La giovinezza è felice perché ha la capacità di vedere la bellezza.

Siete al secondo album autoprodotto. Cosa significa autoprodursi, quali sono i sacrifici e le difficoltà da affrontare?
Significa affrontare la totale indipendenza, fragilità e vulnerabilità di fronte alla totalità delle infinite possibilità che possono venir fuori da un’opera (che ha sempre l’afflato dell’incompiuto e del voler tendere ad altro), e una volta messo faccia a faccia di fronte all’ergon, alla forma dell’opera, doverla domare.
Com’era capitato per Geben, anche le copie di Namegivers’ Avenue sono tutte realizzate a mano, e quindi inevitabilmente differenti l’una dall’altra. Perchè questa scelta?
La scelta viene fuori da una ricerca di originalità, sia del prodotto riproducibile (la musica) sia del suo contenitore, è una questione di estetica e di ricerca del bello. Inoltre ci dà soddisfazione questo modo di fare dischi, che diventano opere uniche.
Un festival a cui vi piacerebbe partecipare?
A livello italiano ai semprecitati MEI, Sanremo e Festivalbar, a livello internazionale, sicuramente ai grandi festival mondiali, Coachella, ATP, Primavera Sound, Loolapalooza. Ce ne basterebbe solo uno.

Più emozionante il primo o l’ultimo live?
Ogni live ha una storia a sè, e ognuno di noi lo vive in maniera differente, più che il live è fondamentale il momento prima del live, quando sale l’adrenalina (e la paranoia).
Prima di un live. Quali sono le vostre abitudini, avete un rito, o comunque qualcosa che dovete necessariamente fare per trovare la carica giusta?
Il fatto importante è che i pianeti del Sistema Solare siano allineati, tutti, a parte Mercurio e che la forza titanica scatenata dall’unione delle atmosfere ci dia vigore, a noi e ai nostri strumenti, tutti aventi un’anima.
Sintetizzatori, oscillatori, campionatori. Insomma tutto il necessiraio per far musica elettronica con la emme maiuscola. La curiosità nasce quindi spontanea: digitale o analogico?
Non si può fare una scelta così drastica, il suono analogico è un suono caldo e avvolgente, il digitale è più fredddo, ma più diretto e soprattutto più comodo. Quindi cerchiamo una mediazione tra i due modi di fare.
Nelle vostre tracce è praticamente assente il cantato, o almeno come lo si intende in senso stretto. Come mai questa scelta?
La voce vera è quella che manifesta la sua presenza, non che significhi, ma che si palesi e si presentifichi. Non fenomeno come ponte per altro, ma l’evento!

L’apprezzamento più gratificante che avete ricevuto?
Diciamo che spesso a livello critico siamo stati trattati bene, ma se dovessimo scegliere qualcosa, probabilmente la recensione del nostro primo disco Geben su Blow Up a cura di Enrico Veronese, sia per la recensione in sé, sia perchè ci ha un po’ lanciato nel mondo musicale, e ricordo con affetto il genere della nostra musica, “Noisetronica-Lo-Fi / Musica del 2010”.

La critica più antipatica invece?
Non si fanno nomi, si spara sul Mucchio. Si scherza eh, fottesega!

La vostra musica in una traccia. Quale potrebbe essere?
Domanda a cui è impossibile rispondere, perciò per par condicio ne scelgo una nostra, Buzkashi.
Quale compromesso sareste disposti ad accettare pur di continuare a far musica?
Probabilmente nessuno, la musica è una forma d’arte che deve essere libera e non controllata e provenire da un’ispirazione. Se ci sono forzature la musica perde la sua essenza.
Cosa invece non fareste mai?
Smettere di seguire le nostre vocazioni.
Siete già al lavoro sul prossimo album o vi state giustamente godendo questo?
Sforniamo album a tradimento. A parte gli scherzi, la soluzione è non fermarsi mai un attimo. Se ti fermi per troppo tempo è finita. Fai una fatica immensa poi a ripartire. Comunque adesso stiamo curando una versione non più autoprodotta di “Namegivers’ Avenue” sotto etichetta. Con l’aggiunta di tracce nuove. E una lunga suite divisa in movimenti per Artesella, luogo che raccoglie creazioni di land art, in provincia di Trento. Un posto veramente magico.
Perchè chi non vi conosce, dovrebbe invece scoprirvi e soprattutto ascoltarvi?
(Con spiccato accento milanese) Perchè siamo tre ragazzi giovani, belli e solari e vi faremo ballare tutta la notte.
Per salutarci, vi lasciamo carta bianca, diteci quello che volete.
Il nostro suono ci porta in una palude, affetta da malaria, con spettri raffiguranti mostri a sei teste, mentre fuori il sole splende
Sì, ma che poi mica è facile trovare sole oggi, specialmente in laguna, come quel film in cui è blu e le lucertole si scambiano i numeri di telefono.

Ringraziando i F!gaR per la piacevole compagnia e disponibilità, vi inviatiamo come sempre a visitare il loro myspace www.myspace.com/fauveisaband, per conoscerli meglio, seguirli, supportarli e soprattutto ascoltarli, uscendo così da quella monotonia musicale tipicamente italica.