Un tè con Angelo Bucci

Angelo Bucci, designer freelance abruzzese, nasce a Venafro nel 1975.
Si iscrive alla facoltà di Architettura presso l’università “Gabriele d’Annunzio” di Pescara e frequenta uno stage di progettazione alla Waterloo University in Canada. Nel 2000 apre, assieme al suo primo socio, Fabio Contillo, il deZign Studio occupandosi di modellazione 3D, prototipazione con fresa a controllo numerico, grafica, design e consulenza sviluppo prodotto. Nel corso degli anni accumula esperienze in molteplici settori, dalla nautica alla moda, dal product design all’arredamento, relazionandosi con diverse aziende. Si dedica anche alla formazione presso enti e strutture sia pubbliche che private, dalla Università “G. d’Annunzio” di Pescara al Politecnico di Milano, fino alla Università Europea del Design di Pescara in cui, a partire dal 2009, ricopre il ruolo di Coordinatore del Dipartimento di Design e del Settore Sviluppo Progetti.
Ormai una nostra vecchia conoscenza, lo avevamo incontrato infatti, già altre volte nel corso dei mesi passati, parlandovi dei sui progetti come la Wall Chair o la serie di arredamenti in cartone Cartoon.
Bene, siamo tornati ancora una volta a trovarlo, e approfittando della sua disponibilità ci siamo fatti una bella chiacchierata.

Le maggiori soddisfazioni le hai ottenute da designer o da insegnante?
Non è affatto semplice scegliere tra le soddisfazioni ottenute da designer e quelle ottenute da docente, soprattutto perchè nelle due vesti si ottengono differenti soddisfazioni. Volendo, però, analizzare il tipo di soddisfazione, c’è di cui parlare.
Le soddisfazioni da designer sono personali, rimangono nell’ambito dell’autostima, ti fanno sentire a posto con te stesso. Sono assolutamente dei bei momenti, ma nulla hanno a che vedere con la soddisfazione che si ottiene insegnando. Infatti, quello che ritengo, è che, a dare maggior valore all’attività di insegnante, è la sensazione d’aver fatto e di fare qualcosa di importante, al di là di se stessi. Insomma, le visioni sono diverse, insegnando si esce da quell’atteggiamento egoista ed autoreferenziale troppo caro a troppi designer, e si prende coscienza del valore culturale che possiede ogni cosa che noi facciamo. Questo passaggio permette a chi con passione svolge il suo compito formativo, di affrontare con umiltà un lavoro davvero difficile: la formazione delle persone che faranno, spero, del mondo un posto sempre migliore.

Proviamo ad analizzare il sistema universitario italiano come si farebbe con un qualunque progetto. Secondo te quali sono i punti forti? E quelli deboli?
Mi fa male dire questo, ma, purtroppo, vedo tantissimi punti deboli nel sistema universitario pubblico. L’università come punto di incontro di una elite culturale che tende a trasmettere le proprie conoscenze, cercando di mettersi in discussione, confrontandosi con il passaggio del tempo, con le nuove culture, le nuove tecnologie, non esiste più se non in piccolissimi casi.
L’università, già prima dell’attuale riforma ed ora sempre peggio, si è iperstrutturata, dal mio punto di vista, creando percorsi di preparazione per gli studenti, farraginosi e mai chiari. Si è impelagata in una burocrazia eccessiva ed ha accettato docenti che hanno pensato solo al loro tornaconto, facendo diventare una struttura nata come dinamica ed in continua mutazione, per via dell’avvicendarsi di nuove teorie e di nuove pratiche, un pantano entro il quale albergano indisturbati sempre gli stessi gruppi di persone.
Ora, la cosa che più mi lascia perplesso di questa visione (che spero solo per me sia così catastrofica) è che abbiamo docenti che non si aggiornano se non su quello che sanno fare loro, peccando di autoreferenzialismo, e questi formano i futuri cultori della materia. Molti non conoscono le tecnologie, non sanno cosa sia un blog o un particolare programma, hanno una ignoranza di fondo degli strumenti attuali della progettazione. Come possono queste persone preparare i giovani al lavoro? O formarli per essere i docenti del futuro? Il distacco cui abbiamo assistito tra il mondo universitario ed il mondo del lavoro, è derivato proprio da questo atteggiamento.
I punti forti, come dicevo, sono pochi e, troppo spesso, rinchiusi in piccoli laboratori sottoutilizzati delle maggiori università italiane. Si, perchè l’unico elemento che continua a legare l’università al mondo del lavoro, è il laboratorio che, purtroppo, per via dei sempre minori finanziamenti a disposizione, tendono a sparire, anzi peggio, a rimanere chiusi ed inutilizzati, come se comprassi una Ferrari e l’accendessi solo per fare un giro sul viale interno di casa!
La lontananza dai laboratori e da una visione più concreta della professione, porta troppi giovani a quel famoso errore, di cui tanto si discute; la confusione che nasce tra stilista e designer. Molti giovani appena laureati non hanno coscienza di quello che veramente si fa nella professione di designer. Tutti abbagliati da grandi stilisti/designer che impazzano sulle copertine dei rotocalchi, credono di essere artisti, non rendendosi conto della reale complessità del nostro mestiere. Questo atteggiamento, naturalmente, allontana anche le aziende. Molte università italiane hanno difficoltà a trovare finanziamenti privati perchè le aziende scappano al solo pensiero di impelagarsi in rapporti con l’università lunghi, burocratici, farraginosi e che, in fin dei conti, porteranno risultati solo teorici e lontani anni luce dai fattori che realmente interessano le aziende stesse.
Insomma, se devo analizzare l’università come fosse un prodotto, oggi, direi che è un prodotto potenzialmente fantastico ma che, ora, è fermo, è un prodotto che non sta creando nulla al di fuori delle economie che sposta per se stesso, quindi è quello che io amo definire un prodotto “chiuso”. Un prodotto “chiuso”, a differenza di un prodotto “aperto”, è un prodotto che non porta sviluppo possibile e quindi destinato a morire.
Quali sono le perplessità che ti capita di ascoltare più spesso tra i tuoi studenti?
Questa domanda mi ricollega al ragionamento appena fatto. Le maggiori perplessità, gli studenti, le hanno sul lavoro. Quando gli studenti arrivano al mio corso, spesso non hanno mai parlato con il rappresentante di un’azienda o, molto più semplicemente, non ne hanno mai visitata una. Non hanno idea di cosa possa essergli chiesto e di come debbano interfacciarsi con loro. Molti ragazzi che fanno stage nel mio studio non sanno come si lavorano industrialmente i materiali, quali sono le caratteristiche delle macchine o gli strumenti di prototipazione a disposizione dei progettisti. Questa ignoranza, dovuta ad una mancanza nella formazione, li porta ad avere un atteggiamento di paura, di insicurezza, che poi viene più o meno mascherata da atteggiamenti vari.
Ora, il designer non è solo un tecnico, questo è certo, ma come possiamo pensare di formare le nuove leve se queste non hanno gli strumenti per mettersi in contatto con le aziende?
Non voglio entrare nella discussione sulle politiche del lavoro giovanile in Italia e sulla deformante visione per cui se qualcuno vi fa lavorare vi fa un favore. Capisco la paura dei giovani nell’affrontare il mondo del lavoro in un momento del genere, ma ritengo che prima di tutto, tutti noi, dobbiamo riprendere coscienza dell’importanza del lavoro che facciamo e dargli la giusta importanza nel momento in cui ci presentiamo.

La tendenza un pò diffusa vede il designer ostinarsi nel ruolo dell’inventore. Non sarebbe più semplice concentrarsi prima nell’ottimizzare quello che già esiste?
Guarda, di solito le prime lezioni che faccio, ad inizio anno accademico, sono costruite intorno ad interviste a grandi nomi del design. Una di queste è la famosa lezione di Munari a Venezia nel ’92 (facilmente reperibile su youtube); bene, in quella lezione lui spiega le definizioni, da lui redatte per la Treccani (se ricordo bene), di fantasia, immaginazione ed invenzione. Sarebbe un bene farle studiare o rileggere di tanto in tanto.
Alla luce di questo, sono d’accordo con la tua affermazione e, spesso, me ne sono chiesto il motivo. La conclusione a cui sono arrivato è che tutti i nuovi designer tendono a fare qualcosa che ancora non esiste solo perchè convinti di assicurarsi una maggiore eco mediatico. Purtroppo così ci si perde miliardi di possibilità! Lo stesso Munari, infatti, in un’altra intervista (rai, anni’50), parlava della capacità dei designer di essere dei “visionari”, intendendo con questo termine, la capacità del progettista di guardare con senso critico gli oggetti ed immaginarne un cambiamento o una ottimizzazione.
Considerando il fatto che il nostro modo di vivere e di fare, fisicamente, le cose cambia velocemente, considerando il numero di prodotti esistenti che, per vari motivi, cadono in disuso o vengono sostituiti, non capisco perchè perdersi questa marea di occasioni!
Se si parla di stile sicuramente l’Italia non è seconda a nessuno, ma se parliamo di design quindi progettazione e soprattutto innovazione, purtroppo negli ultimi anni stiamo subendo altri paesi magari più lungimiranti di noi. Secondo te è giusta questa visione?
Assolutamente si. Il design in Italia, negli ultimi anni, ha preso la direttrice della “Design Art”. Questa, fatemi passare lo sfogo, orrenda definizione ha creato una marea di mostri. Ormai il prodotto non è più un oggetto industriale, ma un oggetto d’arte, venduto nelle case d’asta, fatti per i musei e non per le case dei comuni mortali. Questa forzatura ha stravolto totalmente la percezione che i progettisti dovrebbero avere del progetto. L’arte è un’altra cosa rispetto al design, invece i designer/artisti hanno fatto tendenza e, spinti e finanziati da società e riviste, sono diventati “il” design. Non è così, non si può stravolgere il concetto che sta dietro la cultura del progetto solo per una questione commerciale. La questione è, infatti, solo commerciale perchè l’innovazione progettuale è molto più difficile da costruire che non l’innovazione di stile. E poi, chi decide cosa è bello in Italia? Provate a chiedervelo o provate a leggere qualche libro dissacrante sull’arte e vedrete che gli stessi ragionamenti, ormai, li potete applicare al design.
Lo stile serve e fa parte di un prodotto, ma se il prodotto è innovativo lo stile cade in secondo piano, l’innovazione progettuale ha un valore estremamente più importante e, come è logico che sia, è più difficile da raggiungere, soprattutto qualora non ci sia una adeguata formazione alla ricerca ed alla sperimentazione.
Bello e funzionale. Perchè è così difficile (fortunatamente non impossibile) utilizzare questi due aggettivi per descrivere un medesimo prodotto?
Credo che questo accada per una visione dicotomica che si ha del mestiere di designer, ma, questa volta, tutta dovuta a noi addetti ai lavori. Infatti, molti di noi, amano sentirsi più artisti o più tecnici, a seconda della nostra formazione o del nostro background. I primi faranno parte della suddetta “Design Art” i secondi faranno gli inventori scarni. Il “problema” è che molti di noi progettisti, stazionando da un lato o dall’altro di questo ipotetico pendolo, perdono di vista la bellezza del nostro mestiere, il fatto di poter essere artisti che però fanno cose che funzionano o tecnici che fanno dei bellissimi prodotti. Il designer non ristagna in una delle due posizioni, il designer è una biglia impazzita tra queste due sponde, alla ricerca di un equilibrio che, forse, non esiste nemmeno, tra queste due forze.

Capita spesso di parlare di responsabilità sociale. Ma in concreto di cosa parliamo?
Questo è un tema per me molto importante, una ricerca personale che porto avanti da alcuni anni. Come ho detto in altri casi, io ritengo il prodotto di design un “testo culturale”, cioè una rappresentazione della cultura di un determinato territorio, ambiente e periodo storico. Il far gravare su un prodotto questo “peso” da al designer la possibilità di confrontarsi con qualcosa di molto ambizioso ma affascinante. Tutti sappiamo che ogni oggetto che acquistiamo, oltre ad avere una funzione principale, ha una funzione secondaria. Più precisamente, l’acquisto di un prodotto presuppone tanti elementi da considerare (al di là della funzione del prodotto stesso) tra questi anche la voglia di appartenere ad un determinato gruppo di persone o di comunicare qualcosa in particolare, un interesse o un malessere. Questa capacità del prodotto è un elemento che, secondo me, dovrebbe acquisire sempre maggiore importanza nella progettazione industriale. Infatti, sono sicuro del fatto che se i designer dessero la giusta importanza a questi fattori, si potrebbero sensibilizzare le masse su tematiche fondamentali per il genere umano. L’ecosostenibilità, per esempio, è sempre stata mal comunicata dai prodotti, avendo avvicinato questa sensibilità solo ad una parte della popolazione, tagliando fuori grandi parti di mercato globale. Se il messaggio fosse stato presente, come inizia ad essere ora, in tutti i prodotti (anche in quelli di estremo lusso per esempio), probabilmente non avremmo i problemi che abbiamo oggi con l’ambiente. Al di là dell’ecosostenibilità ci sono tantissimi temi importanti che il prodotto potrebbe veicolare, come le culture territoriali, la “glocalizzazione”, l’innovazione nell’utilizzo dei materiali o nella loro lavorazione, e tanti altri.
Esiste quindi un’etica nel design?
Esiste, si, e per fortuna aggiungerei. Esiste ma è relegato, si fa per dire, nei blog che si interessano di questi temi. Sono dei posti di incontro molto interessanti e stimolanti per chi lavora nel settore. Purtroppo questi temi non hanno ancora una diffusione di massa, sempre perchè a decidere cosa sia il design ormai sono le riviste o qualche gruppo editoriale. Non voglio per forza criticarli, ma ritengo che rimangano troppo legati a schemi commerciali che non gli permettono di sondare quell’humus culturale che nel design c’è ed è anche molto attivo!
Per fortuna ci sono i blog, capaci di veicolare e diffondere informazioni innovative al di là della loro possibilità commerciale, pensando solo all’innovazione, allo stile ed al progetto.

Hai da poco iniziato una collaborazione con un progetto interessante chiamato lamidea. Di cosa si tratta?
La “lamidea” (www.lamidea.com) è un’azienda di Termoli, provincia di Campobasso, che prova, in maniera molto intelligente, ad avere un diverso rapporto con il mercato. Più precisamente, lamidea viene da una esperienza pluriennale nella lavorazione del metallo, nella fornitura industriale di semilavorati e prodotti finiti, e, a seguito della crisi, si è resa conto delle possibilità che un approccio diverso, al prodotto industriale, poteva offrirle.
La brillante idea è stata quella di mettere a disposizione di designer, provenienti dalle realtà territoriali limitrofe, la propria esperienza ed i propri macchinari, al fine di realizzare prodotti innovativi. L’ambiente, come si può facilmente intendere, è giovane ed attivo e tutti ci siamo calati nel progetto con umiltà e voglia di confrontarci. Lo scopo, per tutti, è stato quello di valorizzare le capacità dell’azienda attraverso la progettazione di prodotti che utilizzassero al meglio le loro peculiarità. Quindi, niente lavorazioni all’esterno, rapporto diretto con la produzione ed il settore commerciale, evitando, di conseguenza, eccessivi spostamenti di materiali e di lavorazioni esterne.
Questo tipo di rapporto mi era già familiare visto il mio interesse per una strutturazione territoriale del design a servizio delle imprese e del territorio cui appartengono (design a km 0), per cui, per noi del deZign Studio è stato un invito a nozze!
Devo dire che il progetto ha già dato ottimi risultati e continua a darne, visto l’atteggiamento da continuo work in progress che abbiamo dato a tutto il progetto. Cerchiamo, insomma di dare prodotti, acquistabili via internet, sempre innovativi, senza fermarci sulle nostre posizioni.
Ne approfitto per invitarvi a visitare il sito e conoscere i prodotti lamidea.
Quando parli di design a Km0 cosa intendi?
E’ una ricerca che il deZign Studio sta approfondendo, partita dalla volontà di garantire una maggiore ecosostenibilità dei prodotti progettati dal nostro studio, si è poi rivelata anche un modo concreto per affrontare la crisi globale, riappropriandoci delle realtà produttive locali.
Per spiegarlo un po’ meglio ti allego parte di un articolo che ho scritto poco tempo fa, in cui mi sembra di riuscire a spiegare in poche parole il nostro approccio ed il nostro pensiero:
Un paio di anni fa, il deZign Studio, ha iniziato a porsi il problema dei passaggi che sono intorno al prodotto. Quindi, oltre al prodotto, ci siamo interessati di quelle azioni che si compiono per la progettazione, industrializzazione e vendita del prodotto stesso, quindi dell’impronta dovuta alle azioni. Per questo abbiamo concentrato i nostri sforzi per trovare in un ambito territoriale ristretto, quelle aziende che, insieme a noi, avrebbero potuto sviluppare prodotti ecosostenibili.
Durante la ricerca ci siamo “imbattuti” nel termine “glocalizzazione” che ben si lega al tipo di prodotto che avevamo intenzione di sviluppare. Siamo ormai abituati a sentir parlare di globalizzazione che, da tempo, ha mostrato qualche falla teorica nell’approccio troppo rivolto al mercato globale di riferimento e con pochi legami nel territorio: tale visione decontestualizzante della progettazione e produzione porta alla decentralizzazione di produzioni in paesi dove queste convengano (si può produrre tutto dappertutto). La glocalizzazione, invece, ridà alle realtà locali la dovuta centralità. Infatti ogni realtà, ogni regione, ha delle potenzialità culturali e produttive particolari, ogni territorio ha, dunque, la possibilità di produrre qualcosa, di migliorarla, di dare il proprio apporto (quando, questo qualcosa, fa parte della cultura del luogo) per poi affacciarsi al mercato globale. Quindi la visione è più umana e nasce dal locale per finire sul globale, rendendo impossibile la scissione dal posto in cui il prodotto è nato.
Questo tipo di approccio ci permette, dunque, di studiare un’azienda ed un territorio ristretto, definirne le caratteristiche e capacità produttive, per finire nel progettare qualcosa che sia possibile produrre li ed in quel momento. In questo modo ricolleghiamo il prodotto ad una cultura del luogo in cui è realizzato. Il prodotto acquista un valore progettuale importante e, quel prodotto, non può essere, culturalmente, allontanato dal territorio.
Per capirci, i vetri di Murano possono provare a copiarli ovunque, ma i vetri di Murano restano gli originali e siamo disposti a pagare quello che valgono per averli, senza stare a contrattare sul prezzo. E’ normale che possiamo trovarne copie a minor costo (succede per tutti i prodotti di successo), ma chi vuole l’originale, la storia, la cultura ed il territorio insito nel prodotto, acquisterà solo l’originale.
Se esistesse il nobel per il design, tu a chi lo daresti?
Il nobel è sempre un premio difficile da assegnare, in tutti i settori come nel design (qualora esistesse). Mi sento però di poter suggerire alcuni possibili vincitori, come Munari e Magistretti, quali rappresentanti italiani della cultura del progetto, quella vera. Per la loro umiltà nell’avvicinarsi al design, per il loro continuo mettersi in discussione e per la loro capacità innovativa di concetto, materiale e forme cui ora siamo abituati e che, universalmente, tutti riconoscono quale Design.
Un designer italiano che apprezzi particolarmente?
L’ho già citato tre volte e non basterebbe mai, credo che Munari sia stato il progettista per antonomasia. Il suo approccio non è affatto simile al mio, abbiamo notevoli differenze di vedute e di metodologia, però non posso non ammettere che sia stato il personaggio da me più apprezzato, sia durante la mia formazione che dopo. Ho spesso criticato alcune sue posizioni ma resta un punto di riferimento nel mio percorso professionale e di vita.
Infatti apprezzo molto la sua capacità di confrontarsi con diversi prodotti e materiali, presentandosi sempre con umiltà e riuscendo a stravolgere il modo di vedere un oggetto. Prodotti come Zi-Zì o la lampada Falkland sono manifesto dell’immensa visione che quest’uomo aveva.

Invece un designer sempre italiano secondo te sopravvalutato?
Premesso che quest’anno è stato definito “designer” anche Lapo Elkann che, credo, sia una delle persone più lontane dal design e dalla cultura in generale che io abbia mai visto in televisione (ed in più, spesso è citato come esempio di stile made in italy, e questo è tutto dire).
Io credo che il designer sopravvalutato per eccellenza in Italia sia il VJ Fabio Novembre. Non vorrei dilungarmi troppo sull’argomento, ma vedo giovani designer in moltissimi blog che progettano prodotti fantastici, mi lasciano senza fiato e mi fanno gridare alla genialità ma, forse, non riusciranno mai ad emergere. Invece vedo questo “simpatico” ed egocentrico artistoide che saltella da un canale all’altro, progettando delle cose mostruose, molto legate a quella “Design Art” che proprio non apprezzo, permettersi di fare il saputo del design. Consiglio di guardare l’intervista di Fabio Novembre a Lapo Elkann al salone del mobile 2010, facile da trovare su youtube, per capire cosa si intende quando si dice che la cultura e lo stile non si acquistano. In più provate a pensare, mentre sentite parlare questi due personaggi, a tutti quei ragazzi spinti da fortissima passione per il progetto che, però, per mancanza di sponsor o di disponibilità economica, forse mai riusciranno a mettersi in mostra come fanno, immeritatamente, loro.
Un progetto non tuo che ti piacerebbe aver realizzato?
Sono un appassionato di blog e ogni giorno giro un bel po’ di pagine per vedere che succede nel mondo, rimanendo spesso a bocca aperta per soluzioni geniali e prodotti fantastici che vedo progettati, il prodotto che avrei voluto progettare io è un vecchio prodotto a cui sono molto legato.
Vista la mia passione per il design, un po’ di anni fa ho iniziato una piccola collezione di pezzi di modernariato, pezzi storici del design che ormai fanno parte dell’immaginario collettivo. Bene, il prodotto che mi ha sempre affascinato e che avrei voluto progettare è la mitica LETTERA 22.
Per chi non la conoscesse, la LETTERA 22 è una macchina da scrivere portatile. Nata per risolvere un problema fondamentale (permettere ai cronisti di portare con loro lo strumento del loro lavoro) riuscì, non solo a diminuire il peso della macchina da scrivere, ma diede una nuova forma ad un prodotto sviluppando soluzioni tecniche e formali tali da renderla un’icona del design. La LETTERA 22 era, inoltre, venduta in un packaging in cartone o legno che ne permetteva il trasporto come in una ventiquattrore, quindi il progetto non si fermò al solo prodotto. In più, il fatto che il prodotto fosse un prodotto “aperto” (come piace a me) è dimostrato dal fatto che seguirono altri esempi splendidi ispirati alla LETTERA 22 (tra tutte la bellissima Valentina), dimostrando che lo stile è facilmente modificabile e modulabile quando il prodotto è ben progettato.
Potendo tornare indietro, c’è qualche scelta che non rifaresti?
No, nessuna, mi ritengo una persona molto fortunata nella vita e, anche nelle scelte più difficili e dolorose, ho sempre avuto il meglio che mi potessi aspettare. Ho fatto tante cose buone e tanti sbagli ma tutto con passione, quindi non ho nulla da recriminarmi.
Nel futuro invece, come ti vedi?
Mi vedo felice perchè sono convinto che presto torneremo ad avere speranza nel futuro, lo si inizia a percepire, o forse sono un inguaribile ottimista. Di sicuro mi vedo circondato da persone, come ora, persone che mi stimolano, che discutono che si confrontano, spero di avere dei figli che siano così, che mi insegnino il mondo nuovo che verrà ed a cui io insegnerò tutto quello che so. Ci vedo diversi da ora, tutti, perchè sono convinto che il mondo debba rallentare per poter sopravvivere, che ci debba essere una nuova coscienza comune che ci permetta di capire quali sono le reali necessità di una comunità, evitando lo spreco e le dicotomie. Impareremo ad usare la rete e non a farci usare dalla rete, creando comunità che si scambiano informazioni per vivere meglio. Impareremo di nuovo a rapportarci alle persone ed a rispettarle, avendo coscienza dell’apporto di ciascuno in una società complessa come la nostra.
Spero di continuare, come faccio ora, ad insegnare in una università (privata, nel caso specifico), perchè questo mi da molta energia, ma sono sicuro che mi vedo ancora e sempre curioso e visionario come sono ora.

Permettetemi di aggiungere un ringraziamento ad enquire.it, blog/sito che apprezzo molto per la scelta di affiancare al design del prodotto tutta una struttura di elementi progettuali (moda, grafica, advertising, etc.) avvalorando la mia tesi secondo la quale la cultura del progetto è assolutamente trasversale è fa parte di tutta la nostra vita.
Naturalmente ringrazio il nostro caro intervistatore, sempre gentile, intelligente nelle sue domande e sicuramente stimolante.

Ringraziando anche noi Angelo per la sua piacevole compagnia vi lasciamo in compagnia dei suoi progetti e anche i suoi pensieri che potete trovare visitando il sito del suo studio www.dezignstudio.it e anche il sito del progetto Lamidea www.lamidea.com